Maternità qui ed ora: più pancia e meno testa



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Nella cultura contemporanea, legata a un ideale di perfezionismo, nuove sfide si pongono per le neomamme. La paura del fallimento del ruolo genitoriale porta spesso a concentrare selettivamente l’attenzione sul “sapere“, trascurando al contrario l’importanza del “saper essere“. La tendenza a pensare continuamente al futuro trasforma ogni donna in una pianificatrice eccellente, ma fa perdere di vista il qui ed ora. Ecco allora che la borsa da portare in ospedale è pronta; la cameretta già piena di giochi; il tiralatte, lo sterilizza biberon, il fasciatoio al loro posto. Ogni mamma non aspetta passivamente il compimento del proprio destino, bensì fa qualcosa di attivo: si preoccupa.

Maternità qui ed ora: più pancia e meno testa

Durante i corsi di accompagnamento alla nascita condotti come psicoterapeuta si respira, infatti, una fame esasperata di conoscenza su come gestire i primi momenti con il nascituro. Quando questa esigenza è momentaneamente appagata dal confronto con esperti del settore, tornano a farsi vive ansie e paure: si teme di non essere all’altezza del futuro compito, si prevedono intrusioni, si va alla ricerca di un posto sicuro nel quale godersi solo il bello che la maternità comporta. Il nuovo spaventa, facendo sovente prevedere più difficoltà di quelle che in effetti occorrono. Tuttavia, confrontarsi con queste emozioni, seppur sia un compito arduo, è inevitabile e richiede estrema onestà. Solo in questo modo la gravidanza e i mesi successivi si articoleranno in un percorso sano ed armonico, funzionale al benessere del piccolo e dell’intero nucleo familiare. Infatti, seppur la preoccupazione sia fisiologica e necessaria ad attivare tutte le risorse disponibili, la mancata consapevolezza e la conseguente assenza di accettazione alimentano la confusione, favorendo l’insorgere di numerose manifestazioni somatiche come, ad esempio, cefalea, insonnia, mal di stomaco. D’altro canto è più facile e socialmente accettabile affermare di essere stressata che ammettere di aver paura, eppure dare un nome diverso a ciò che si prova impedisce la risoluzione del disagio. Blocca il flusso dinamico e in continuo cambiamento delle emozioni, congela in uno stato di malessere e di incertezza, direzionando verso cose di cui non si ha bisogno. E’ un po’ come quando si cerca l’amore e si ricorre al cibo… dopo l’abbuffata la fame d’amore resta. Ecco allora che le nozioni di esperti dopo un po’ non bastano più e la ricerca continua, magari sul web. Dopo la lettura di articoli, non sempre attendibili e spesso contraddittori la confusione aumenta e l’ansia sale. Siamo, d’altro canto, nell’era delle “face down people“: si mantiene lo sguardo verso il basso, immersi nello smartphone, dimenticando di rivolgere gli occhi prima di tutto su se stessi. Ad alimentare ulteriormente il generale disorientamento si aggiungono i consigli di parenti e amici, frequentemente vissuti come eccessivi ed intrusivi, che lasciano sullo sfondo un messaggio del tipo “Non sono concessi errori“. Al contrario, genitori si diventa, facendo tesoro di ogni esperienza e maturando insieme al proprio bambino. L’amore per l’altro nasce sempre da un atteggiamento gentile e benevolo verso se stessi. Pertanto, è indispensabile ammettere di aver paura, tranquillizzarsi e coccolarsi, accettare la possibilità di errare e perdonarsi come si fa verso un figlio. “Uno può dire ai bambini quello che vuole, ma loro imiteranno tutto” iniziando con i propri genitori. Porsi come modello positivo inizia proprio da qui. E’ fondamentale, allora, bloccare il pilota automatico, stoppare le mille domande, frenare la voglia compulsiva di appagare standard prestazionali eccessivi e rigidi, acquisendo consapevolezza di cosa accade, chiedendosi cosa si sta evitando di affrontare e a quale domande si cerca realmente risposta.

La bussola che permette di orientarsi è il proprio corpo. D’altro canto è lì dentro che pulsa la vita. Dopo aver acquisito le giuste informazioni, è necessario fermarsi, dedicando del tempo a fare attenzione ai battiti del cuore, al ritmo del respiro, alla sudorazione, alla tensione muscolare, all’irrequietezza, cercando di ascoltare queste sensazioni con interesse e curiosità. Solo la consapevolezza di sé, predispone a vivere la novità in modo sereno e costruttivo. L’obiettivo è avvicinarsi alle sensazioni corporee invece di evitarle, confonderle o combatterle. E’, quindi, importante riconoscere la paura, sentire come si manifesta nel corpo, scoprirne la transitorietà e poi procedere con la rabbia, con la gioia, con l’entusiasmo… Acquisire dimestichezza con il modo in cui le emozioni dialogano attraverso il corpo è un apprendimento esperienziale fondamentale: permette di monitorare il proprio benessere, salvaguardarlo e contemporaneamente consente di prepararsi al riconoscimento dei gesti, dei sospiri, del pianto, del futuro bebè. La consapevolezza corporea frutto di questa palestra interiore è la migliore conoscenza da mettere in campo durante le prime interazioni con il proprio bambino. Il piccolo, infatti, ha degli istinti che è importante riconoscere e valorizzare; sarà un vero e proprio “termometro emotivo“, reagendo alle braccia tese della mamma agitandosi, guardando il suo sguardo per discernere pericolo e sicurezza, ascoltandone il respiro e calmandosi quando profondo e regolare. Ricordare ogni giorno, in un’ottica Mindfulness che i pensieri sono solo pensieri e non coincidono con ciò che siamo, aiuterà a perdonare gli inevitabili errori che si potranno compiere, la frustrazione, la stanchezza e a godere appieno di quel rapporto caldo e duraturo che John Bowlby chiama “Attaccamento“.

Maternità qui ed ora: più pancia e meno testa

Dr.ssa Maria Rosita Cecilia
Psicologa – Psicoterapeuta, Dottore di Ricerca in Epidemiologia, Prevenzione e Riabilitazione delle patologie Cronico – Degenerative

 




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