Loreto Orlandi, ispettore ai monumenti del Circondario di Avezzano e ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico cittadino

Loreto Orlandi, ispettore ai monumenti del Circondario di Avezzano e ingegnere capo dell’Ufficio Tecnico cittadino

Loreto Nicola Orlandi (1877-1952), ingegnere e archeologo, nacque ad Avezzano il 20 gennaio 1877 da Biagio e Anna Felice Savina (1). Biagio Orlandi, ingegnere dell’amministrazione Torlonia, godeva di buona posizione economica che consentì a Loreto di frequentare il liceo-ginnasio presso il convitto nazionale di Tivoli e la facoltà d’ingegneria presso l’Università di Roma, dove si laureò agli inizi del XX secolo. Tra i suoi insegnanti ebbe l’architetto Gustavo Giovannoni con il quale collaborò per lo studio del canale Arunzo.

Prestò servizio nella Marina Militare come ufficiale del genio durante la 1° G.M., mentre nel 1910 si era sposato con Bianca Cerri da cui ebbe cinque figli: Adriana (Ω 1915), Anna, Adriana, Biagio e Ada. In particolare Anna (1912-1999) sposata con Manlio Jetti nel 1930 ebbe 6 figli: Guido, Sandro, Marisa, Roberto, Gennaro e Francesco.

Nel 1920 fu eletto consigliere provinciale con 2277 voti (2) e nel dopoterremoto fu direttamente coinvolto nella ricostruzione della città di Avezzano come ingegnere dell’Ufficio Tecnico, diventandone poi responsabile fin quasi la sua morte. Ricostruì il Museo civico marsicano e fu ispettore onorario della Circoscrizione di Avezzano e membro della Commissione provinciale per la tutela dei monumenti dal 1935 alla sua morte, avvenuta ad Avezzano il 17 agosto del 1952. La sua intensa attività archeologica iniziò già prima del terremoto del 1915, quando collaborò con l’ispettore ai Monumenti Francesco Lolli nell’ispezione del canale romano che attraversa il monte Arunzo nei Piani Palentini. Dopo il terremoto cominciò a recuperare il materiale epigrafico del museo lapidario, che si trovava nell’ex convento di San Francesco e a partire dal 1930 ammassò detto materiale nei locali seminterrati del nuovo palazzo comunale che era stato inaugurato nel 1928 (3).

Il materiale del museo lapidario fu inizialmente collocato negli scantinati del palazzo comunale senza dare un’idonea sistemazione alle iscrizioni, per cui nel gennaio 1934 fu sollecitato il commissario prefettizio di Avezzano Berardo Palombieri a “catalogarle e riportare a fianco di ciascuna la traduzione nella nostra lingua, per coloro che ignorassero il latino e il sistema abbreviativo delle iscrizioni medesime” (4). Il commissario raccolse l’invito e in coordinamento con il soprintendente all’Arte Medievale e Moderna degli Abruzzi e del Molise, Alberto Riccoboni decise di collocare il Museo Lapidario all’interno delle mura perimetrali del diroccato castello (5). 

Orlandi si mise subito al lavoro e nel mese di luglio di quello stesso anno comunicò a Palombieri che “due campate della tettoia sono state delimitate con opera muraria per il Museo Lapidario, ed ivi stiamo sistemando tutti i monumenti epigrafici” (6).

Alcuni mesi più tardi, però, Orlandi sospese il trasferimento delle epigrafi verso il castello Orsini avendo ricevuto l’incarico dal Commissario Prefettizio Silvio Bonanni, divenuto poi podestà di Avezzano nel gennaio 1935, di riordinare il materiale archeologico non più all’interno del castello, bensì nei locali seminterrati del palazzo comunale. Orlandi avviò il processo di riordino e di catalogazione dei 58 monumenti epigrafici recuperati dalle macerie del terremoto oltre a vari reperti archeologici (7).

Nel 1935 Orlandi fu nominato dalla Soprintendenza alle Antichità del Lazio, congiuntamente con quella all’Arte Medievale e Moderna dell’Abruzzo e del Molise, ispettore onorario della Circoscrizione di Avezzano e membro della Commissione provinciale per la tutela dei monumenti; l’anno successivo fu confermato per altri tre anni. 

Nel novembre dello stesso anno la Soprintendenza alle Antichità chiese all’ispettore Orlandi informazioni in merito all’architrave di un portale della lunghezza di m. 2,50, con rappresentazione di figure di animali, che sarebbe finito nel museo di Parigi. Orlandi rispose per il tramite del soprintendente all’Arte Medievale e Moderna, Ettore Modigliani, che l’architrave in argomento “potrebbe essere quello della porta maggiore [della chiesa] di S. Nicola di Avezzano (fotografia Gabinetto Min. E. Naz. E 903) (8). Oggi l’architrave è conservato nel museo del Louvre a Parigi e Flavia De Sanctis sta cercando di farlo ritornare ad Avezzano attraverso un’azione avviata con l’Avvocatura dello Stato nel 2019.

Architrave della chiesa di S. Nicola di Avezzano.

Nello stesso anno, l’ispettore informò la Soprintendenza ai Monumenti su alcuni lavori che stava compiendo Luigi Cicchinelli di Luco dei Marsi per aprire una cava di breccia in località Petogna, vicino i ruderi della chiesa di S. Vincenzo, dove ci fu “il rinvenimento, durante l’escavazione, di un’antica costruzione e di un Ipogeo che senza denunzia alle competenti autorità fu prima manomesso e poi distrutto, e di cui solo il frontone di m. 1,10 x 2,20, rappresentante un portale scolpito nella viva pietra, si è potuto salvare perché è stato dal Cicchinelli, dietro insistente richiesta del Podestà [Silvio Bonanni di Avezzano], consegnato per essere depositato nel museo lapidario di questo Comune” (9). I lavori di scavo furono interrotti da Cicchinelli su provvedimento del podestà di Avezzano, in attesa di un sopralluogo che avrebbe dovuto fare la Soprintendenza, ma di cui non si hanno notizie nelle carte d’archivio.

Nel gennaio 1936 la sezione carabinieri di Avezzano segnalò il rinvenimento di un sarcofago: “nel pomeriggio del due andante, tale Battistella Sabatino, da S. Benedetto dei Marsi, rinvenne, in un suo terreno, sito all’ingresso di quella frazione, una grande cassa di pietra, contenente resti umani di più persone”. La Soprintendenza chiese informazioni all’ispettore, il quale fece un sopralluogo nel mese successivo fornendo una dettagliata relazione (10): “In una testata della cassa di pietra, senza ornamenti, vi è inciso il solo agnome «PRAECO» del defunto; ciò lascia supporre che qualche antenato di esso fu banditore, o meglio ufficiale pubblico nei giudizi, comizi ovvero negli incanti e negli spettacoli”.

Il sarcofago porta incisa l’iscrizione su un lato corto del sarcofago in cui si legge la sola parola “praeco, indicante la mansione di araldo/banditore esercitata dal defunto in ambito municipale (11).

Il sarcofago fu trasportato al museo lapidario avezzanese, dove si trova tuttora insieme con altri tre sarcofagi nel giardino del palazzo comunale di Avezzano.

Con la nomina d’ispettore onorario, Orlandi accelerò le sue attività per la sistemazione del museo lapidario marsicano riordinando il materiale all’interno delle sale del seminterrato del palazzo comunale. Il nuovo museo ricevette il plauso di Giulio Quirino Giglioli, il quale comunicò con una lettera dell’11 maggio 1936 che i calchi di cinque iscrizioni conservate nel museo sarebbero stati esposti nell’imminente Mostra Augustea della Romanità, da lui curata, che si sarebbe svolta a Roma. Molto lusinghieri furono anche gli apprezzamenti dell’Associazione archeologica romana venuta a visitare il museo il 6 giugno 1938 (12).

I calchi delle cinque iscrizioni presenti nel nuovo Museo Lapidario, insieme con alcuni reperti provenienti dal Museo Torlonia, furono esposti nella Mostra Augustea svoltasi nel Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale a Roma dal 23 settembre 1937 al 4 novembre 1938. Oggi i calchi del Museo Lapidario e del Museo Torlonia sono conservati a Roma presso il Museo della Civiltà Romana (13), chiuso temporaneamente per lavori di riqualificazione; la riapertura è prevista per il 2026.

Orlandi s’impegnò anche a incrementare la Raccolta museale di altre iscrizioni provenienti dalle varie località marsicane, dandone una dettagliata descrizione nel suo libro (14). In particolare da Ortona dei Marsi acquisì quella (CIL IX 3826) donata nel 1934 da Adamo Buccella (15), mentre nel 1936 cinque iscrizioni da S. Benedetto dei Marsi rispettivamente da Francesco Di Genova (CIL IX 3678 e 3727), Giuseppe Di Donato (CIL IX 3684) e Orazio Cambise (CIL IX 3703 e 3738).  Due iscrizioni provenienti da Cese furono donate dalla famiglia Marimpietri di Corcumello (CIL IX 3933 e CIL IX, Suppl. 1, 3, 7946), mentre una fu donata nel 1936 dal notaio Cerciello (CIL IX 4120) proveniente dal Cicolano, esattamente dalla chiesa di S. Maria del Colle che si trovava davanti al cimitero di S. Anatolia, sulla strada che unisce quest’ultima con Torano; la chiesa ora non esiste più. 

L’ispettore, però, non mancò di arricchire la raccolta anche con quattro iscrizioni inedite.

  • La prima rinvenuta in Avezzano nel 1930 presso il Castello Orsini: Salveia M(arci) f(ilia). È un cippo funerario eretto a Salveia, figlia di Marco. Il gentilizio Salvius è attestato sia tra i Marsi sia tra gli Albensi ed è possibile che la famiglia dei Salvii possedesse un fundus Salvianus ai piedi della montagna oggi conosciuta come Monte Salviano. Il cippo è conservato ad Avezzano nel Museo del Fucino (16).
  • La seconda proveniente da Alba Fucens fu donata dalla famiglia del Notar Cerciello nel 1936: C(aio) Pompul/eio Helio / P(ublio) Acuvio / Communi / P(ublio) Acuvio / Cadmo / f(ecerunt) s(ibi). Si tratta di un’ara funeraria pulvinata e decorata con festoni che Caius Pompuleius Helius, Publius Acuvius Communis e Publius Acuvius Cadmus dedicarono a loro stessi. Il cippo è conservato ad Avezzano nel Museo del Fucino (17).
  • La terza di area albense, di cui non è nota la località esatta di provenienza: D(is) M(anibus) s(acrum) / [-] Titio Felicia/[n]o IIII vir(o) aed(dili) qui / [vi]x(it) ann(os) XXIX m(enses) [- – -] / [di]es XXII / [cur]atori anno/[nae et] operum / [publi]cum / [uxo]r fec[it] / – – – – –

Il cippo sepolcrale è dedicato dalla moglie a Titius Felicianus vissuto poco più di 29 anni, che in vita aveva ricoperto l’importante carica di magistrato con competenze edilizie, responsabile dell’approvvigionamento annonario e delle opere pubbliche. Il cippo è conservato ad Avezzano nel Museo del Fucino (18).

  • La quarta iscrizione proveniente del territorio dell’antica Marruvium, donata nel 1936 da Giuseppe Di Donato: D(is) M(anibus) s(acrum) / Felici P(ublius) Vibius / Restitutuss / frat(ri) et Vibia / Onesime fil(io) p(osuerunt). La stele funeraria con culmine centinato è dedicata a Felix dalla madre Vibia Onesime e dal fratello Publius Vibius Restitutus. La stele è conservata ad Avezzano nel Museo del Fucino (19).

CIL IX, 1, 3, 7718

Il museo lapidario, però, non ospitava soltanto iscrizioni, ma anche altro materiale archeologico che l’ispettore aveva sistemato “in 6 sale in serie e in due corridoi” … “in una stanza buia con luce elettrica sono state ricostruite tre urne a capanna con tegoloni, della necropoli arcaica del Colle Sabulo, e sono esposti due grandiosi sarcofagi arcaici monolitici con spesso e pesante coperchio… “tutte le iscrizioni erano state lette, interpretate e illustrate con brevi leggende a stampa in quadretti a vetri appesi accanto alle pareti, ciò che faceva parlante quel museo ricchissimo, quasi unico in Italia. Vi sono ricomposti portali di chiese medioevali romanici e gotici (S. Nicola), rimossi dopo l’ultimo terremoto, bellissimi e ben conservati” (20).

Sin dai tempi della sua collaborazione con l’ispettore Lolli, l’ingegnere Orlandi si dedicò con molto impegno allo studio dell’acquedotto romano che iniziava dalla fonte di Riosonno, nei monti dell’alta valle dei Liri, per attraversare con un canale il monte Arunzo e arrivare ai Piani Palentini per poi immettersi nel versante fucense, dopo aver traforato il monte Salviano. Di questo studio, Orlandi ha dedicato due interi capitoli nel libro postumo sui Marsi e l’origine di Avezzano (Orlandi 1967, 75-113), dove oltre a fornirci preziose informazioni storiche sull’acquedotto e sul canale romano, ha consentito la realizzazione dell’importante opera di adduzione di acqua potabile ad Avezzano e altri paesi della Marsica, utilizzando proprio il canale romano, debitamente restaurato, per consentire il passaggio delle tubazioni del moderno acquedotto (21). 

Orlandi ispezionò personalmente il canale romano dell’Arunzo e ci ha fornito una descrizione accurata di quelli che dovettero essere i lavori effettuati dai romani durante la perforazione della montagna, anche se nella parte finale del racconto si lascia andare a qualche rappresentazione fantasiosa come quella delle due squadre di lavoratori che dopo aver rotto il diaframma di separazione omaggiarono l’imperatore incidendo le lettere “C. A.” sulla roccia. In realtà, due sole lettere incise sulla roccia possono dar luogo a tantissime interpretazioni e non si può assolutamente sostenere che le due lettere debbano essere sciolte come “Consule Augusto”. Tra l’altro, due lettere incise all’interno della parete del canale non sono visibili da alcuno se non, forse, da qualche addetto alla manutenzione e all’ispezione del canale stesso, quindi non possono considerarsi un omaggio a qualche imperatore. Nello stesso canale romano Orlandi rinvenne una moneta romana di bronzo, dedicata a Hadrianus Augustus Pater Patriae S.C., la quale deve essere stata coniata tra il 128 d.C., anno in cui l’imperatore Adriano ricevette il titolo di “padre della patria”, e il 138 d.C., anno della sua morte.

Canale romano Arunzo – F. Venditti, www.youtube 2012

Riferendosi, poi, ai saggi di scavo eseguiti insieme a Lolli sull’acquedotto romano, 

Orlandi ipotizza l’esistenza di una città scomparsa, tra Avezzano e Luco dei Marsi, che doveva essere alimentata da questo antico acquedotto e che lui esplicitamente chiamerà “acquedotto di Pinna imperatoris”, riferendosi all’esistenza di un centro abitato di nome Pinna o Penne di feboniana memoria (22). L’esistenza di un’antica città romana chiamata Pinna o Penne non è per nulla comprovata, pertanto l’ipotesi più credibile sull’acquedotto romano di Riosonno resta quella avanzata da Lolli che ritenne tale opera necessaria per condurre acqua all’area cultuale della dea Angitia e alle ville sparse nel territorio avezzanese (23).

Resta comunque valido lo studio di Orlandi sull’intero tracciato dell’acquedotto romano descritto dallo sbocco del canale Arunzo, in località Grottelle, fino al serbatoio d’acqua a forma trapezoidale rinvenuto ai piedi del monte Salviano, nel versante occidentale, dopo aver attraversato i Piani Palentini e il fosso La Rafia con sistema sifonato.

Sifone sul torrente La Rafia. Disegno di Orlandi 1967, 87.

Orlandi nella sua esposizione contesta, poi, quanto affermato da Fernique, il quale sosteneva che nella falda occidentale del Salviano erano stati rinvenuti muri in opera poligonale che dovevano far parte di un antico oppido di cui non si conosceva il nome (24). Orlandi dopo aver eseguito la sua esplorazione, sosteneva invece che si trattava di una “conserva”, cioè un serbatoio d’acqua di forma quadrangolare con i lati di m. 20, m. 16,6, m. 9 e m. 8.

Orlandi dedicò molte energie allo studio e alla ripulitura del canale Arunzo, che poi sarebbe stato utilizzato per realizzare il moderno acquedotto che ha portato le acque della fonte di Riosonno ai vari paesi marsicani. L’acquedotto romano dell’Arunzo fu studiato anche dal noto architetto e urbanista romano Gustavo Giovannoni (25) e, più recentemente, nel 1982 da Antonio De Cristofaro, membro della Commissione del Consorzio per l’acquedotto di Riosonno, il quale precisava come la galleria romana, che attraversa il monte Arunzo per una lunghezza di circa 2 km, era stata utilizzata dall’ingegnere Orlandi per far passare la tubazione che, all’uscita della galleria in località Grottelle, si biforca in due linee per la distribuzione delle acque: un braccio alimenta Avezzano, Luco dei Marsi e Trasacco e l’altro Scurcola Marsicana e Magliano de’ Marsi (26).

All’indomani del sisma, l’Ufficio Recuperi del Terremoto, nella persona del segretario Giovanni Pagani, consegnò a Loreto Orlandi un ripostiglio di 292 monete romane d’argento da conservare nel locale museo civico, che erano state rinvenute da Angelo e Pietro Sidoni tra le macerie della loro casa posta al nr. di mappa 754 di Vico Aloisi (27).

Il ripostiglio delle monete romane fu poi consegnato dal comune di Avezzano alla Soprintendenza alle antichità di Chieti, su richiesta fatta nel 1945 dalla Direzione Generale per le antichità e belle arti (28). Il ripostiglio, tuttora conservato nei depositi della Soprintendenza archeologica d’Abruzzo, dovrebbe essere lo stesso rinvenuto a Gioia dei Marsi nel 1899 che l’ispettore Francesco Lolli aveva prima catalogato e poi custodito gelosamente come sostenuto dal figlio Federico (29). 

Nel febbraio 1945 il soprintendente ai Monumenti e Gallerie di L’Aquila, Umberto Chierici, chiese all’ispettore Orlandi un preventivo per restaurare il portale del castello Orsini di Avezzano e della lapide posta sull’architrave dello stesso, caduta a seguito dei bombardamenti del 1944. L’ispettore rispose di aver recuperato la quasi totalità dei frammenti dell’epigrafe e comunicò che “per rimettere il solo portale in efficienza con la muratura posteriore e superiore, con l’arco, l’epigrafe, con i ritocchi e le sostituzioni, con il portone in legno ecc, per me con i prezzi correnti, occorrerà una spesa sulle 60mila lire” (30). Il portale con la relativa epigrafe fu restaurato, ma dopo due anni l’amministrazione avezzanese chiese alla Soprintendenza “l’autorizzazione a demolire i resti del Castello Orsini”. Questa scellerata proposta fu fortemente contrastata da Orlandi, che era anche presidente del Comitato Rinascita Avezzano istituito il 27 aprile 1945, il quale inviò una lunga lettera al soprintendente per opporsi a questa idea. Il castello non fu demolito, anzi, nel 1950 il sindaco Antonio Iatosti presentò alla Soprintendenza il progetto per un suo completo restauro da utilizzare come nuova sede dell’Istituto Magistrale (31). Il progetto non fu approvato e il castello subì solo un parziale restauro nel 1994.

Nel 1946 il soprintendente Chierici, chiese un parere all’ispettore sulla proposta avanzata dal parroco di Avezzano don Giovanni Valente di prelevare il portale dalla ex chiesa di S. Maria in Vico, distrutta dal terremoto, per murarlo nella chiesa di San Giovanni Decollato, che era in fase di ricostruzione (32). Orlandi e il sindaco di Avezzano Antonio Iatosti espressero parere favorevole a tale proposta (33) e il portale fu murato nella facciata laterale della chiesa di San Giovanni, tra le proteste del rev. padre Eusebio da Trasacco, ministro provinciale dei frati cappuccini (34).

btr

Portale della chiesa di S. Maria in Vico, oggi inserito 

nella facciata est della chiesa di S. Giovanni di Avezzano

Nel settembre 1940 il soprintendente alle Antichità degli Abruzzi e del Molise, Giovanni Annibaldi, chiese informazioni all’ispettore Orlandi e al nucleo della Guardia di Finanza circa il ritrovamento di manufatti preistorici, non segnalati alla Soprintendenza, da parte del sig. Anselmo Dusi presso la grotta di Ciccio Felice situata ai piedi del monte Salviano (35) (sopra il nucleo industriale di Avezzano, tra i cunicoli di Claudio e la galleria per Capistrello). Il capitano Sebastiano Deiana del comando di L’Aquila precisò alla Soprintendenza che non si trattava di scavi clandestini, ma di saggi archeologici che l’ispettore Orlandi, unitamente ad Anselmo Dusi, nominato suo collaboratore in data 3 gennaio 1940, stava effettuando nella grotta di Ciccio Felice raccogliendo vari manufatti, depositati provvisoriamente nella casa di Dusi. L’ispettore avrebbe fatto regolare comunicazione alla Soprintendenza non appena sarebbe stata completata la prima fase dei saggi intrapresi (36). Il soprintendente Annibaldi, però, ribadì che la detenzione dei materiali rinvenuti da Dusi era illegale e invitava la loro restituzione alla locale stazione dei carabinieri. Dusi nel rispondere al soprintendente manifestava la sua passione per l’antichità ed per il restauro degli antichi manufatti, chiedendo di poter custodire i reperti della grotta di Ciccio Felice, assumendo un ruolo di collaboratore ufficiale della Soprintendenza (37).

Di contro, il 2 ottobre dello stesso anno, il soprintendente accompagnato dal vigile comunale visitò la grotta di Ciccio Felice insieme a Ugo Rellini direttore dell’Istituto Centrale di Paletnologia Italiana, ma non si avvalse né della guida di Orlandi né di quella del suo collaboratore Dusi. Cosa che sicuramente non fu apprezzata dall’ispettore che vide in tale azione una mancanza di rispetto verso il ruolo che ricopriva.

Dopo la visita alla grotta di Ciccio Felice, Annibaldi inviò una lettera a Orlandi chiedendogli di chiudere, con un muro di mattoni, lo stretto passaggio che sul lato destro immetteva all’interno della grotta. Inoltre esortava l’ispettore a raccogliere i cocci che giacevano all’ingresso della grotta e farli consegnare al comando dei carabinieri insieme con quelli custoditi da Dusi nella sua casa. Dopo circa un mese il maresciallo Anastasio Nardis della stazione dei carabinieri di Avezzano sollecitò la Soprintendenza al ritiro del materiale archeologico consegnato da Dusi e custodito in caserma (38). Orlandi, su incarico del soprintendente, provvide a sigillare in due scatole il materiale archeologico e spedirlo a Chieti. Il soprintendente, però, fece notare che tra il materiale pervenuto mancavano alcuni lanternini ad olio, vasi lacrimali vitrei, vasi di bucchero, tessere votive, frammenti di organi genitali, mani e piedi umani che erano inclusi nel verbale del capitano Deiana del 23 settembre (39). 

L’ispettore recuperò presso la casa di Dusi il materiale mancante richiesto da Annibaldi e fece una lettera di risposta abbastanza risentita al soprintendente: “Questo materiale insieme agli altri frammenti che trovansi presso questo Ufficio Tecnico Comunale sono a Vostra disposizione. Potrete incaricare persona per la spedizione ed anche per i lavori di chiusura della Grotta di Ciccio Felice. Io mi accorgo di non avere tempo disponibile e pertanto con la presente rassegno le mie dimissioni ad Ispettore Onorario” (40). Dalla lettera di Orlandi traspare tutta la sua amarezza dovuta alla mancanza di fiducia che il soprintendente aveva manifestato nei suoi confronti e per essere stato costretto a consegnare i manufatti preistorici a Chieti, quando lui avrebbe voluto conservarli nel museo civico che aveva ricostruito con tanto amore e spirito di sacrificio personale dalle macerie del terremoto. 

Annibaldi non rispose mai alla lettera di dimissioni di Orlandi e forse si rese conto che stava perdendo un valido collaboratore per l’area marsicana che sarebbe stato difficile sostituire. Le dimissioni, di fatto, non furono accettate e Orlandi continuò a svolgere con passione il suo ruolo d’ispettore fino alla morte avvenuta nel 1952. Nei successivi anni 1941 e 1942 l’ispettore esplorò nuovamente la grotta di Ciccio Felice, insieme al suo collaboratore Dusi, raccogliendo una grande quantità di manufatti preistorici, che questa volta furono conservati nel museo civico avezzanese. 

I manufatti rinvenuti nella grotta di Ciccio Felice, unitamente a quelli delle necropoli italiche e di altri di provenienza diversa furono conservati presso il Museo Civico avezzanese ed inventariati da un collaboratore di Orlandi, Andrea Rapisarda, che il 25 ottobre 1951 assunse la direzione del museo in sostituzione di Orlandi.

I 96 materiali “asportabili” inventariati da Rapisarda, purtroppo oggi non sono più reperibili; sono stati trafugati a seguito di diversi furti subiti dal museo tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Si è conservata, invece, la raccolta lapidaria che contava 70 monumenti epigrafici (41).  

NOTE

1) Archivio Diocesano dei Marsi (ADM), P, Libro dei Battesimi di Avezzano, busta 4, volume 11, foglio 48v.
2) Il trionfo dei Democratici, in Marsica Nuova, vol. 2, nr. 12, 1920, pag. 2, www.coloradohistoricnewspapers.org 
3) C. Castellani, Ispettori ai Monumenti e Scavi nella Marsica. Un secolo e mezzo di scoperte archeologiche, Avezzano 2021, 306.
4) Quotidiano “Il Popolo di Roma”, Per una biblioteca e il riordinamento del Museo Lapidario ad Avezzano, articolo del 28 gennaio 1934.
5) Archivio Soprintendenza Monumenti L’Aquila (ASMA), b. 37, Museo Civico di Avezzano, lettere del 7 e 18 febbraio 1934.
6) ASMA, b. 57, Il castello Orsini di Avezzano, lettera del 4 luglio 1934.
7) C. Castellani, Nascita e sviluppo della Raccolta Lapidaria di Avezzano, in Epigraphica LXXX, Faenza (RA) 2018, pp. 489-490.
8) Archivio Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo (ASAA), AQ 6, b. 10, fasc. 3 (ex AQ 6 I A/3), lettera della Soprintendenza del 14 novembre 1935 e risposta di Modigliani del 29 novembre 1935.
9) Ivi, fasc. 4 (ex AQ 6 I A/4), relazione di Orlandi del 16 luglio 1935.
10) ASAA, AQ 85, b. 77, fasc. 2 (ex AQ 85 B), relazione di Orlandi del 19 febbraio 1936.
11) C. Letta 2017, Iscrizioni inedite o poco note dal territorio dei Marsi e dal Cicolano, in Le epigrafi della Valle di Comino. Atti del tredicesimo Convegno Epigrafico Cominese, Casamari (FR) 2017, n. 21 con foto. L’iscrizione è anche riportata in CIL IX, Suppl. 1, 3, 7694 (CIL IX Regio Italiae Quarta Supplementum. Fasciculus tertius: Marsi – Aequi, (7639-8187), ed. Marco Buonocore, De Gruyter – Berlin 2020).
12) L. Orlandi, La Marsica antica (scritti inediti), Atripalda (AV) 2012, 38-39, a cura di Guido Jetti, 
13) I calchi delle cinque iscrizioni del Museo della Civiltà Romana sono quelli di cui al CIL IX 3826, 3907, 3962, 4024 e CIL IX, Suppl. 1, 3, 7830.
14) L. Orlandi, I Marsi e l’origine di Avezzano, Napoli 1967, 247-300.
15) CIL IX = Corpus Inscriptionum Latinarum, vol. IX, ed. Theodor Mommsen, Berolini 1883.
16) C. Letta, Le parole della pietra, in L’Aia dei musei, Avezzano 2012, n. 44; CIL IX, Suppl. 1, 3, 8001.
17) C. Letta, Le parole della pietra, n. 21; CIL IX, Suppl. 1, 3, 7990.
18) C. Letta, Le parole della pietra, n. 41; CIL IX, Suppl. 1, 3, 7906.
19) C. Letta, Le parole della pietra, n. 10; CIL IX, Suppl. 1, 3, 7718.
20) A. Pietrantoni, Il palazzo Torlonia e la raccolta archeologica del Fucino, in Avezzano e il turismo, dattiloscritto conservato presso il Centro Studi Marsicani di Avezzano, Avezzano 3 luglio 1947, 18-19.
21) L. Orlandi, I Marsi e l’origine di Avezzano, 75-113.
22) M. Febonio, Historiae Marsorum libri tres, Napoli 1678, III, 134.
23) F. Lolli, Avezzano. Acquedotto romano dei piani Palentini, in Notizie degli Scavi di Antichità, 1913, 149-150.
24) E. Fernique, De Regione Marsorum, Paris 1880, 57.
25) G. Giovannoni, L’acquedotto romano di Angitia, in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, s. 3, Rendiconti, vol. IX, 1935, pp. 63-80.
26) A. De Cristofaro, Acquedotto di Angizia, Avezzano 1982, 6 (dattiloscritto di 41 pagine con figure).
27) ASAA, AQ 6, b. 10 (ex AQ 6, IV, B1) lettera di Sidoni del 22 agosto 1940; G. Pagani, Luci di nostra gente, Sulmona 1978, 236.
28) Ivi, lettera della Direzione Generale del 20 dicembre 1945.
29) C. Castellani, Ispettori ai Monumenti e Scavi nella Marsica, 320-321.
30) ASMA, b. 57, Il castello Orsini di Avezzano, lettera di Chierici del 1° febbraio 1945 e risposta di Orlandi del 6 marzo 1945.
31) Ivi, lettere di Orlandi del 23 novembre 1947 e di Iatosti del 9 dicembre 1950.
32) ASMA, b. 37, Museo Civico di Avezzano, lettere di Chierici del 26 novembre e 14 dicembre 1946.
33) Ivi, lettere di Orlandi del 7 dicembre 1946 e di Iatosti dell’8 dicembre 1946.
34) Ivi, lettera di Eusebio da Trasacco del 3 marzo 1948.
35) ASAA, AQ 6, b. 10, fasc. 5 (ex AQ 6 I A 4), lettere di Annibaldi del 10 e 11 settembre 1940.
36) Ivi, lettera del capitano Deiana del 23 settembre 1940.§
37) Ivi, lettere di Annibaldi del 26 settembre 1940 e di Dusi del 29 settembre 1940.
38) Ivi, lettera del maresciallo Nardis del 7 novembre 1940.
39) Ivi, lettera di Orlandi del 21 novembre 1940 e risposta di Annibaldi del 29 novembre 1940.
40) Ivi, lettera di Orlandi del 21 dicembre 1940.
41) L’inventario dei 96 materiali “asportabili” è riportato in C. Castellani, Ispettori ai Monumenti e Scavi nella Marsica, 327-330.
42) Francesco Lolli scrisse la sua relazione su Marruvium avvalendosi della collaborazione tecnica dell’ingegnere di Casa Torlonia Biagio Orlandi, padre di Loreto (C. Castellani, Ispettori ai Monumenti e Scavi nella Marsica, 149).

Bibliografia di Loreto Orlandi

Due sono le opere che l’autore ci ha lasciato, entrambe pubblicate postume.

  • I Marsi e l’origine di Avezzano, Napoli 1967, a cura di Bianca Cerri. L’opera include il capitolo “I Marsi Marruvii” ampiamente ripreso dalla relazione sull’antica Marruvium di Francesco Lolli del 30 maggio 1891 (42). 
  • La Marsica antica (scritti inediti), Atripalda (AV) 2012, a cura di Guido Jetti.

Inoltre, il nipote dell’autore, Guido Jetti, ha segnalato i seguenti due articoli pubblicati da Orlandi sul giornale Marsica Nuova:

  • Fucino lago e Fucino latifondo
  • Un popolo senza storia e senza tradizione.

Per ulteriori approfondimenti su Loreto Orlandi

  • C. Castellani, Ispettori ai monumenti e scavi nella Marsica, ed. Kirke 2021 (L. Orlandi da p. 306 a p. 325).
  • G. Grossi, Alla ricerca di Marsi ed Equi (XVI-XXI secolo), Avezzano 2019 (L. Orlandi da p. 79 a p. 81).
  • C. Castellani, Nascita e sviluppo della Raccolta Lapidaria di Avezzano, in Epigraphica LXXX, Faenza (RA) 2018, pp. 475-494 (L. Orlandi da p. 487 a p. 490).
  • G. Jetti, Fucino, preti e massoni, ed. Kirke 2016 (L. Orlandi da p. 3 a p. 4).

G. PAGANI, Luci di nostra gente, Sulmona 1978 (L. Orlandi da p. 235 a p. 240).

Leggi anche

Necrologi Marsica

Mario Mazzei

Casa Funeraria Rossi

Enrico Leonio

Casa Funeraria Rossi

Mario Mazzei

Casa Funeraria Rossi

Enrico Leonio

Casa Funeraria Rossi

Aurelia Annamaria Lucidi

Casa Funeraria Rossi

Annamaria Ottavianelli

Casa Funeraria Rossi