Le Grandi affittanze del Fucino: il vero nodo da sciogliere (Marzo-giugno 1921)



Nel mese di marzo 1921, il «Comitato Provinciale di propaganda per le colture alimentari», dopo aver esaminato la grave questione delle terre del Fucino, deliberò la nomina di una commissione, composta di rappresentanti di ogni partito politico e da tecnici. I voti del comitato sarebbero stati sottoposti direttamente all’esame: del ministro dell’Interno, dell’Agricoltura, del Lavoro, ai proprietari delle terre, agli organi politici e agli amministratori e agli agrari della regione, per la «migliore risoluzione del problema». Considerando che i sistemi di conduzione del latifondo stavano generando un clima sfavorevole per l’esercizio dell’agricoltura, con danno evidente della produzione, i rappresentanti dei partiti politici proposero di avere in affitto direttamente le terre che formavano «l’oggetto del loro assiduo lavoro».

D’altronde, fu subito evidente che, l’esistenza d’intermediari, era dannosa nei reali patti sociali, qualora la: «persistenza delle grosse aziende, tra cui quella a conduzione diretta della locale Amministrazione del Fucino, non risponde alle esigenze delle attuali condizioni sociali degli agricoltori». Oltretutto, la sperequazione praticata fino a quel momento degli affitti, originava un «vivo malcontento nella popolazione agricola, che è sboccato in numerosi conflitti», laddove anche i contratti di mezzadria, a differenza delle altre zone d’Italia, non rispondevano più alle aspirazioni dei coltivatori del Fucino. In definitiva, il comitato propose, attraverso i rappresentanti della categoria, di disdire i contratti dei grandi affittuari e che i terreni rimasti in tal modo liberi: dovevano concedersi in locazione agli agricoltori (associazioni e organizzazioni a scopo agrario); di modificare in base ai bisogni dei coloni gli attuali contratti di mezzadria e, soprattutto, per la concessione degli affitti, occorreva tener presente i contadini di diversi comuni «attuando un piano di equa distribuzione» (1).

Nei primi giorni di aprile, l’onorevole Camillo Corradini, comprendendo le richieste dei coloni, ebbe due importanti incontri con i «principi Torlonia», per tentare di ridurre le grandi affittanze e di limitare «allo stretto indispensabile l’azienda padronale ed avere così nel prossimo autunno terreno da distribuire agli agricoltori». Secondo la sua proposta, nessuno poteva avere più di venti coppe di terra, per rendere così disponibili importanti quote da assegnare. Si stabilì che associazioni e leghe dovevano inoltrare domanda di assegnazione all’amministratore di Casa Torlonia in Avezzano, nella persona del «prof. Vincenti». Tra l’altro, occorreva precisare che le contese delle terre del Fucino dovevano essere essenzialmente economiche: «chi le faceva diventare politiche era un mistificatore». Si provvide, infine, a che una commissione mista, composta di rappresentanti dei principi romani e di tutti i partiti esistenti nella Marsica, assegnasse gli appezzamenti ai più bisognosi, eliminando così molti inconvenienti del passato «non per spirito giacobino ma per senso di realtà». L’articolo di fondo fu firmato  dal giornalista Gip (pseudonimo), che si augurò una buona accoglienza degli accordi raggiunti a Roma dagli amministratori dell’azienda in Avezzano (2).

In conformità a tali presupposti, il verbale redatto il 31 maggio 1921 alla presenza del dottor Gennaro Sannini «nella sala della regia Sottoprefettura di Avezzano», vide presenti alla riunione i signori: Bernardo Vincenti, Giuseppe Mainetti, Mario Profili, Gaetano Odorisio (in rappresentanza del condominio del Fucino); l’avvocato Luigi De Simone, Mameli Tarquini e Angelo Di Rocco (per l’associazione nazionale combattenti); Vincenzo Falcone e Domenico Cerri (per l’Unione del Lavoro); Narciso Cavallini, l’ingegner Giulio Di Genova e l’avvocato Giovanni Venerando (per la Società Romana Zuccheri); il cavaliere avvocato Ercole Nardelli, sindaco di Avezzano. Prima di iniziare i lavori dell’assemblea, lo stesso presidente Sannini comunicò l’assenza dei rappresentanti della Camera del Lavoro di Avezzano (avvocato Filippo Carusi, professor Antonio Jatosti e Tullio Cataldi), i quali dichiararono «di astenersi dall’intervenire al convegno, esponendo succintamente il punto di vista che sulla questione essi hanno per conto delle cooperative agrarie aderenti alla Camera del Lavoro di Avezzano». La commissione ne prese atto, passando poi a descrivere dettagliatamente i memoriali del sindacato nazionale delle cooperative, della sezione invalidi di guerra (Avezzano), degli agricoltori di San Benedetto, degli agricoltori di Venere, degli affittuari di Celano, della sezione dei combattenti di Lecce nei Marsi.

Le Grandi affittanze del Fucino: il vero nodo da sciogliere (Marzo-giugno 1921)
contadini a lavoro nel latifondo del Fucino

Prese poi la parola, il rappresentante dei Torlonia (Bernardo Vincenti), smentendo tutte le accuse rivolte dai socialisti, capeggiati dal professor Antonio Jatosti. L’amministratore sostenne di aver eseguito un accurato spoglio di tutti gli affittuari, inviando ben duecento disdette ai detentori di terreno avente un’estensione superiore alla quota minima stabilita di venti coppe. Dopo questa difficile operazione, dovuta alla resistenza degli affittuari: «verrà fatto invito ai mezzadri di convertire il sistema di mezzadria in affittanza», laddove gli affitti di maggior estensione erano stati ridotti a 435 ettari, suddivisi in 27 conduttori.

L’intervento della Società Romana Zuccheri, mostrò che il Bacinetto era condotto da 1364 affittuari e che la stessa non faceva alcuna speculazione di sorta «tanto che l’estaglio stesso che i suddetti affittuari pagano è inferiore a quello medio pagato nel Fucino». Intervennero alla discussione anche i rappresentanti dei combattenti (De Simone, Di Rocco e Tarquini), asserendo che lo spirito cooperativistico era in antitesi al sentimento individualista degli agricoltori. Inoltre, affermarono che i rappresentanti di Casa Torlonia avevano ripetuto oziosamente quanto già dichiarato nella precedente riunione del 1920 e quindi si dichiararono insoddisfatti per l’azione svolta fino a quel momento, limitata a inviare solo duecento congedi ai piccoli affittuari: «congedi che hanno il solo effetto di produrre attriti incresciosi tra i contadini che hanno e quelli che non hanno in fitto la terra fucense e la richiedono».

I signori Falcone e Cerri (rappresentanti dell’Unione del Lavoro), invitarono la Casa Torlonia a condurre con maggiore energia le pratiche già in corso per la riduzione «della terra a chi ne possiede una quantità superiore alla potenza lavorativa della propria famiglia», preferendo dare durante l’assegnazione, la precedenza ai contadini ripuari ex combattenti, pur tenendo presente che esistevano molti contratti in scadenza (fine di ottobre del 1922). Prese poi la parola, il sottoprefetto (rappresentante del governo), affermando che la questione del Fucino racchiudeva in parte le reali esigenze e in parte era il frutto d’inesatte nozioni da parte della popolazione interessata. Infatti, secondo lui, alla radice delle esigenze pratiche indirizzate al bisogno di una ripartizione equa, c’era «l’erronea credenza dei contadini che le terre da ripartire siano inesauribili come lo provano chiaramente le 5000 e più domande pervenute in questi ultimi tempi alla Casa Torlonia e le assillanti premure che da ogni parte ed ogni giorno privati, organizzazioni ed enti locali vanno svolgendo presso le autorità governative».

Occorreva, quindi, molta cautela da parte di tutti, nell’interesse del precario ordine pubblico, per dare un adeguato criterio: «della complessità della questione e dei pericoli che questa purtroppo racchiude». Si aggiunse al coro di polemiche e suggerimenti, il parere dei comuni marsicani, specialmente quelli ancora esclusi dall’assegnazione delle terre. In tal senso i loro rappresentanti, per evitare che la confusa agitazione presto potesse diventare l’espressione legale e ordinata del bisogno, proposero «altra soluzione che permetta di conciliare gli inviolabili diritti della proprietà con gli interessi agricoli-sociali di questo circondario». In conclusione, il verbale della seduta venne fatto recapitare a tutti gli interessati, sottoscritto dal sindaco Nardelli e dal sottoprefetto Sannini (3).

Il 15 giugno dello stesso anno si tenne al Teatro Marsicano un congresso di combattenti presieduto dall’onorevole Alessandro Sardi, nel quale si stabilì che: «Lo studio per la risoluzione del problema delle terre del Fucino è demandato alla Commissione Federale che presenterà al prossimo congresso, proposte concrete per un piano d’azione». Firmò la petizione, l’avvocato De Simone (delegato federale), il dottor Di Marzio (segretario), Tarquini, D’Andrea, Irti (avvocati), Marcelletti e D’Apote (commissari). 

A questo punto si delineava un decisivo attacco al diritto di proprietà, per convergere unitariamente alla richiesta di affitto a favore delle organizzazioni degli agricoltori, come unica risoluzione per risolvere l’annosa questione fucense. 

Come avrebbero reagito i grandi affittuari in combutta con Torlonia? (4).

Note

  1. Il Risorgimento d’Abruzzo, Settimanale di Battaglia, Anno III, Num.100, Roma, 20 Marzo 1921, p.3.
  2. Id, Anno III, Num.102, Roma, 3 Aprile 1921, La questione del Fucino.
  3. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno III, Num.119, Roma, 9 Giugno 1921, La questione delle terre del Fucino, Verbale del giorno 31 Maggio 1921.

Id, Anno III, Num.122, Roma, 19 Giugno 1921, Un congresso di Combattenti Marsicani. Per un confronto d’opinioni, si veda il resoconto dell’amministratore Bernardo Vincenti, in Archivio Centrale dello Stato, Archivio Torlonia, Relazione, b.203.