L’agricoltura: storia ed evoluzione



Condividi su facebook
Condividi
Condividi su whatsapp
INVIA
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su email
Email
Condividi su print
Stampa

Agricoltura:dal latino ager, che significa campo e coltura, quindi coltivazione della terra. Le trasformazioni dell’ambiente naturale, e quindi l’agricoltura, progrediscono parallelamente alla civiltà. I preistorici ignoravano la coltivazione della terra in quanto, conducevano vita nomade, si limitavano a raccogliere i frutti che la natura regalava spontaneamente, spostandosi da una regione all’altra in cerca di nuove terre da sfruttare. Successivamente l’uomo comprese che avrebbe potuto ottenere raccolti più sicuri ed abbondanti prestando qualche cura al terreno ed alle piante: nacque così l’agricoltura che costituì per molto tempo la sua unica attività.

Si trattava, tuttavia, di un’agricoltura instabile e transitoria, poiché l’uomo non disponeva di mezzi necessari a dominare l’ambiente che lo circondava: su piccole superfici sottratte alla foresta, egli interrava, con il solo aiuto di un bastone appuntito e forse indurito dal fuoco, semi, tuberi, gemme, ma la foresta riprendeva presto il poco terreno concesso ed i villaggi dovevano spostarsi altrove.

Oltre quattromila anni fa, i contadini cinesi, consigliati da filosofi e letterati, attuarono in un clima temperato la coltura continua di terreni fertili di origine alluvionale e di “loess” di origine eolica dopo averli dissodati e liberati dalla vegetazione spontanea, conservandone la fertilità con materiale di varie origini ( residui vegetali spontanei, ceneri di focolare e soprattutto deiezioni degli animali domestici e dell’uomo). Su questi terreni di pianura, di valle o di altopiano, e sulle terrazze create sui pendii, il lavoro degli animali cominciò ad affiancare e anche a sostituire quello dell’uomo: cavalli in prossimità delle steppe, buoi nelle grandi pianure e bufali più a sud. In questo periodo l’agricoltura era più fiorente nelle valli dei grandi fiumi, e tutte le più antiche civiltà agricole appaiono legate a credenze e pratiche magico-religiose: secondo alcune leggende fu Osiride ad inventare il lavoro agricolo.

La Bibbia, le pitture e le sculture egizie forniscono parecchi notizie sulle pratiche agricole degli Ebrei e degli Egizi e sugli strumenti primitivi da essi usati: per la lavorazione del suolo, all’iniziale bastone da scavo, questi popoli sostituirono un rudimentale aratro composto da un robusto ramo ad un’estremità del quale se ne inseriva un altro corto ed appuntito che solcava il terreno. Inoltre rompevano le zolle per preparare il terreno alla semina, e la raccolta dei cereali, fatta prima per sradicamento, fu poi eseguita per mietitura, con l’invenzione della falce che a volte aveva la lama dentata.

La trebbiatura si eseguiva facendo calpestare al bestiame i mannelli di spighe stesi sull’aia, ma in Egitto e in Palestina si usava anche una rudimentale trebbiatrice fatta da un cassone contenente tre cilindri rotanti provvisti di denti. Grande importanza ebbero le attività agricole presso tutti i popoli italici preromani: Liguri, Sabini, Piceni, MARSI, che coltivavano grano, orzo, vite, olivo, cotone e si dedicavano ampiamente all’allevamento del bestiame. L’agricoltura fu però in grande considerazione tra gli Etruschi, i quali realizzarono notevoli opere di bonifica idraulica alle foci del Po e diffusero nuove colture con l’invenzione dell’aratro a carrello. Degni eredi della tradizione agricola etrusca furono i Romani che fecero dell’agricoltura la loro principale attività.

I Romani, per migliorare la qualità e aumentare la quantità, facevano abbondanti concimazioni organiche (letame ); lavoravano accuratamente il terreno impiegando vari tipi di aratri, erpici, rastrelli, zappe e bidenti; coltivavano i frumenti duri e teneri, l’orzo, il miglio, il panico, le piante ortensi, le foraggere pratensi, il lino, la vite, l’olivo, il melo, il pero, l’albicocco ed il pesco. Inoltre avevano grande importanza l’allevamento del bestiame e le attività connesse con la trasformazione dei prodotti animali. Il progresso dell’agricoltura romana, che raggiunse il culmine sotto gli imperatori Vespasiano e Tito, si diffuse in tutti i paesi conquistati ma, il cessare delle grandi espansioni, ridusse la manodopera causando un arresto dell’evoluzione agricola.

La situazione peggiorò ulteriormente con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Solo dopo l’anno 1000 l’uomo tornò ad occuparsi con impegno dell’agricoltura. I Comuni, le Monarchie, i Principati indipendenti diedero nuova linfa vitale all’agricoltura con l’intento di raggiungere l’autonomia della produzione. Nacque così una nuova classe di proprietari terrieri che portò alla scomparsa dei servi della gleba. Accanto alle colture tradizionali si andavano diffondendo nuove piante provenienti dai paesi di nuova scoperta: la coltura del riso in Piemonte ed in Lombardia, degli agrumi in Sicilia, di patate, tabacco e pomodori nel centro-sud, del mais in tutta la penisola italica. L’enorme progresso compiuto nel XIX e XX secolo dalla scienza, dalla chimica, dalla microbiologia, dalla genetica, dalla meccanica, trasformarono profondamente l’agricoltura tradizionale, sconvolgendo i sistemi di coltivazione fino ad allora seguiti. Il nostro paese, al momento della completa unificazione politica, era povero e notevolmente arretrato, e nei trent’anni successivi al 1870 l’agricoltura italiana progredì in maniera ridotta.

La depressione del prezzo dei cereali, la crisi del vino per l’impossibilità ad esportare i nostri prodotti aumentati in seguito all’espandersi della viticoltura nelle regioni meridionali, la crisi dei prezzi della seta e degli agrumi, la diffusione di gravi infezioni parassitarie, ostacolarono l’inserimento dell’Italia nell’economia agricola mondiale. La scarsa disponibilità di capitali, il progresso tecnico lento e limitato alle sole regioni settentrionali e centrali, l’arretratezza sociale della classe contadina e lo scarso interesse del Governo per i problemi più urgenti della nostra agricoltura concorsero ad ostacolare a lungo il progresso agricolo. Agli inizi del XX secolo cominciò, però, una nuova fase di sviluppo economico ed industriale a cui si associò un notevole sviluppo dell’agricoltura: la produzione agricola lorda salì da 5 miliardi nel 1885 ad 8 miliardi alla vigilia della prima guerra mondiale. Migliorarono così i compensi e le condizioni di vita con un conseguente aumento della produzione: aumentò la quota di superficie produttiva destinata a colture attive quali seminativi, frutteti, prati stabili, e diminuirono le superfici adibite a pascoli ed incolti produttivi. Si modificò il regime fondiario grazie alla creazione di consorzi di bonifica per il risanamento idraulico e la trasformazione di vastissime zone (Maremma, Toscana, Agro Romano, prosciugamento del lago del Fucino in precedenza).

Si diede impulso all’irrigazione ed all’attuazione di varie riforme, ma nonostante l’attuazioni di leggi speciali il Mezzogiorno e le isole rimasero sempre notevolmente arretrate a causa del lungo periodo feudale. Dopo l’inevitabile crisi dovuta alla prima guerra mondiale, si cercò di dare, con l’avvento del Fascismo, una nuova organizzazione tecnico-economica all’agricoltura creando una fitta rete di corporazioni, sindacati, federazioni per regolare le varie attività agricole, dando impulso anche alla formazione di consorzi agrari, caseifici e cantine sociali. Dopo un periodo di transazione e di assestamento, l’agricoltura ebbe una soddisfacente ripresa, la produzione aumentò e l’esportazione di prodotti ortofrutticoli si intensificò. Sempre vivo rimase, tuttavia, il problema delle regioni meridionali ed insulari che si aggravò allo scoppio della seconda guerra mondiale. A causa delle gravissime distruzioni subite, la ripresa dopo questo secondo conflitto mondiale, non fu facile. Grazie allo sforzo delle piccole imprese, già nel 1947, si poterono vedere i primi risultati positivi e, riacquistato il normale ritmo produttivo, si affrontò il gravoso problema della ricostruzione del patrimonio zootecnico.

Nel 1950 furono varate le due leggi fondamentali della riforma fondiaria in virtù delle quali furono espropriati circa 700.000 ettari di terreno che vennero distribuiti a famiglie assegnatarie il cui numero superava le 100.000 unità alla fine del 1959. L’evoluzione del Fucino iniziò nel 1950 con le lotte contro il Principe Torlonia, proprietario della maggior parte dei terreni, per il riscatto della terra da parte dei contadini, gli stessi “cafoni” che Ignazio Silone poneva al quarto posto dopo Dio, Torlonia, il cane ed il nulla. Nel 1953 si ebbe la riforma agraria che consegnò finalmente la terra a chi la lavorava e i 16.000 ettari furono divisi tra i contadini: aziende a conduzione diretta,strade, canali e fossi. Fino agli anni ’60, lo sviluppo della nostra agricoltura si è andato attuando tra molte difficoltà e, nel quadro delle attività economiche, l’importanza del settore agricolo è in complesso diminuita. A questo risultato negativo hanno concorso la rigidità e l’inadeguatezza della struttura fondiaria, il diverso livello economico delle nostre regioni, gli scarsi risultati conseguiti dal progresso tecnico, l’inefficacia degli investimenti pubblici e degli interventi governativi.

Oggi, 2016, la situazione non è migliorata di molto. L’agricoltura è in crisi ed i problemi sono sempre gli stessi, invariati da secoli. Per difendere i loro interessi, gli agricoltori si sono riuniti in associazioni di diverso tipo: sindacati agricoli, cooperative per gli acquisti e vendite collettive, associazioni per il potenziamento ed il miglioramento dell’agricoltura e delle attività connesse. I salariati, i braccianti agricoli beneficiano di leggi e provvedimenti sociali ed assistenziali pari a quelle dell’industria. Le organizzazioni degli agricoltori hanno circoscrizioni territoriali variabili: accanto ad associazioni, consorzi e cooperative di importanza locale, sono stati costituiti organismi a carattere nazionale con uffici di assistenza e sedi in ogni provincia e comune. Ma il lavoro del contadino, seppur supportato da macchinari sempre più sofisticati, rimane identico: faticoso, gravoso, malagevole, duro e pesante. E sudare sotto il sole cocente, schiattar di fatica, spezzarsi la schiena, riempirsi le mani di calli, avere la bocca amara dal sapore della terra arida per essere poi mal ripagati dal tempo inclemente o dal mercato economico in crisi, scoraggia sempre di più. La nuova generazione sta tornando verso l’agricoltura, puntando sul biologico, sul genuino ecosostenibile, ma i problemi con cui si scontrano non incoraggiano.

È un peccato che secoli di cultura contadina debbano scomparire così, lentamente, schiacciati da un progresso sempre più incalzante che mira alla grande industria, alle manipolazioni genetiche, alle scoperte sensazionali, e non al fiorire della natura, al passaggio delle stagioni, all’alternarsi delle lune. . . come spesso dicono gli anziani :”Se il lavoro del contadino fosse facile e remunerativo, ti pare che lo lasciavano ai poveracci?” . Speriamo che la riscoperta degli antichi valori riporti i giovani alla terra perché come cita un vecchio film: “Oseresti dire, Miss Rossella O’Hara, che la terra non conta nulla per te? Ma se è la sola cosa per cui valga la pena di lavorare, di lottare, di morire! Perché è la sola cosa che duri.”




Lascia un commento