La Pizza di Pasqua, storia e ricetta per un racconto BioDiverso nella festa del 2020



Scurcola Marsicana – Osteria Futuro, per il quarto anno consecutivo, dà spazio al recupero ai palati di quel dolce pane che da sempre, nella nostra terra, ha segnato l’arrivo della Resurrezione di Cristo: della Pasqua. E lo fa ragionando le produzioni Biodiverse abruzzesi: le ricette, le metodiche di trasformazioni, le produzioni, i momenti e i luoghi di produzione e consumo, e le emozioni da questi determinate. La Pizza di Pasqua, il nostro dolce pane, è per noi tutto questo.

Le Premesse Culturali “La Pizza di Pasqua”

  • E’ la “dimensione del tempo” l’elemento o, per meglio dire, l’ingrediente che segna, senza possibili contrari, quel dolce pane che, nei ricordi di allora, anticipava, con l’innesco delle languorose attese, a noi che eravamo bambini, l’imminente arrivo della resurrezione di Cristo, delle festività pasquali con i loro doni. La Pizza di Pasqua ►Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con l’accumulo filato di tutti gli ingredienti: 30 uova, 8 kg di farine, 3 kg di zucchero, un litro di latte, 750 g di uva passerina, 6 limoni grattugiati, 7 arance grattugiate, e via via liquori, patate, lievito….
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con l’affastellamento, nelle prossimità del forno, delle fascine di legni diversi seccati d’inverno: faggio e quercia per i fuochi lunghi, potature di pero e melo e…come “micce d’accensione”.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con noi che muovevamo, allora, nella monumentale cucina, con i nostri gironvolamenti tesi agli assaggi rubati, in un verso prima e poi nell’altro, rapiti dai sorrisi delle nostre Principesse Antenate, per l’occasione moltiplicate per la presenza operosa di tutto il nostro “mondo femmina”. ►Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con il calare, poi, nella solita e grande bagnarola (consumata da sole) Celeste Mantegna, i sapori preparati e messi a batteria, e con le mani fine che “mescolavano” quelle nodose e dure dei nostri padri, tutte tese a dosare quella sapienzalità complessa in quelle quantità che non potevano essere altrimenti: i saperi della mano.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con la “messa” del lavoro nello stesso luogo di sempre e nello stesso modo da quando ho memoria, con la nostra curiosità, trattenuta spesso e a stento, ma sempre detta controllo, organizzata nel sollevare i tessuti (spesso imbottiti) a coprire di calore lievitante i futuri gonfiori. E le dita velocissime in bocca, di tanto in tanto e fino alla luna.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con gli occhi in quel punto ancora pieni di sonno, sbadigliante sogni di notturni presto passati e animati dalla inquietudine di mamma e papà per quel che accadeva all’impasto crescente, e con quel trambusto dei tanti caffè, che accompagnavano il brusio delle molteplici competenze vociate dalle comari, subito prima o nel mentre il travaso del bianco perfettamente lievitato in pentolacce di grigio alluminio nuovamente presto coperte.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con quel tempo sospeso e attento che incrociava nuove esplosioni di lieviti madre con la forza di quei colori accesi dai fuochi, e con i miei mondi presenti, su e giù tra la cucina e il forno, a muovere insieme, quasi, la pala di legno, da qui, da innanzi alla bocca, fin giù, a dentro il caldo perfetto.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più, con l’attesa in quel mentre più lunga, con le schiene, da dietro, piegate, con gli sguardi indicanti, con le voci di sbieco, con gesti strumento, con i sorrisi veloci, solo abbozzati… E con quelle mani che infine misuravano gesti e mettevano poi quei dolci pani, ancora dentro gli allumini, in fila per fila, e con i nostri desideri vissuti nella speranza che non rimanessero così per molto. Ma “nemmeno vedere” si poteva.
  • Si cominciava da un giorno prima, che per noi valeva di più…
  • E solo il giorno della Resurrezione di Cristo, a colazione, il dolce pane! che impastava a forza i salati di stagione, uova bianco panna con tondi giallo cerume (di galline camminanti affamate di “panìco”), sapori ferrosi di corata consumati dalla acidità delle cipolle. E poi la nostra Resurrezione nell’incontro con pezzi a montagnetta del primo uovo cioccolatoso, che segnava ai nostri palati l’arrivo della festa, della Pasqua. E poi ancora a pranzo, e nei tempi a venire, innanzitutto a merenda, con lo sdoganamento della nutella a strati che segnava inequivocabilmente il mio gusto delle cose: il punto di relazione perfetta e sublime, vista la grandezza infinita di quell’incontro, con quel dolce pane finalmente salato. ►La Pizza di Pasqua allora è la “Dimensione di quel Tempo” che ne ha cancellato la funzione a vantaggio di altre e più esotiche pietanze dolci pasquali giunte a noi anni dopo.

 

  • Indicazioni Gastronomiche
  • Le nostre pizze sono state ragionate a partire dalle antiche ricette e con le produzioni dell’Agricoltura e dell’Allevamento Contadini e Biodiversi della nostra Regione, ad iniziare dai Grani Antichi d’Abruzzo. Come sempre abbiamo deciso di lavorare per i grani Solina, Ruscia, Saracolla e l’Onorevole Innominabile.
  • Crediti Ideazione: Mario Iacomini [CucocoCustode] Progettazione ed Elaborazione: M. Iacomini, Giuseppe Verrecchia, V. Nuccetelli, Direzione Scientifico-Culturale: Ist. di Ricerca MondiVivo Funzioni Dialoganti: Tommy Di Rocco Progettazione Piano Grafico-Comunicazionale: Kaos[mos]grafia_ComunicazioneProgresso Realizzazione immagine: Mario Iacomini Ufficio Stampa: Ass. Cult. Tempi Moderni.

Si ringrazia Per la disponibilità e l’apporto dato:

  • Il comitato riunito dei saggi che ha inteso offrire indicazioni di percorso alla nostra azione
  • Le Splendide Principesse Antenate che hanno animato di ricordi gli attimi Cucinanti…
  • …e tutte quelle persone che hanno reso possibile l’iniziativa