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La Marsica tra liberali e reazionari (1848-1849)

Fulvio D Amore
Di
Fulvio D Amore
Fulvio D'Amore ricercatore e saggista dall’Età Moderna all’Età Contemporanea      LEGGI BIOGRAFIA

Ferdinando II di Borbone, sotto la spinta di fermenti europei rivoluzionari, cercò di barcamenarsi tra liberali e reazionari, concedendo la Costituzione il 29 gennaio 1848. Più tardi, cessate e represse le passioni sovversive in tutto il regno delle Due Sicilie e nel confinante Stato del Papa-Re, si mise apertamente con la reazione, ritirando le nuove e necessarie riforme (1).
Il primo intendente costituzionale della provincia aquilana fu Mariano D’Ayala, già cancellato dai ruoli dell’esercito napoletano nel 1843, perché sospetto carbonaro. In quest’orizzonte risuonerranno i suoi incitamenti alla popolazione sul “Giornale Costituzionale dell’Intendenza”, stimoli rivolti anche a tutti i marsicani (2). Tuttavia, lasciato senza mezzi finanziari e forza militare, fu costretto a lottare con poche risorse,  pressato da molti reazionari. Del tutto pertinenti alla tragica situazione, le parole riportate nella sua biografia dal figlio Michelangelo: “Le Province tiravano innanzi alla peggio, coi vecchi ferri di Polizia, con le vecchie abitudini corruttrici, col soffio deleterio del Clero e dei Reazionari, che non se ne stavano dal minare l’edificio che allora sorgeva, e predicavano essere quella una commedia che finiva presto”. Tra l’altro, riferendosi alla Marsica, affermò: ” (…) Sa che nella Diocesi de’ Marsi i preti si avvalgono di ogni mezzo, sin della confessione  per gettare il dubbio e il discredito sulla Costituzione (…)”; proprio per questo D’Ayala richiamò energicamente il vescovo affinché sorvegliasse i suoi sacerdoti (3).
In questa prospettiva, fra i liberali perseguitati dal ministro di polizia Del Carretto, figuravano un gran numero di ex carbonari marsicani, rubricati ormai in fascicoli e denunciati per reati politici dal 1821 al 1852: Ferrazzilli, Persia, Carusi e il sindaco di Balsorano risultavano a capo della lunga lista.
A Pescina, furono accusati di riunione sediziosa: Felice Nicola Jacone, Giuseppe Morgari, Angelo Antonio Tabacchi, Arcangelo Brenda, Don Domenico Ruggeri e Don Giuseppe De Joris  incriminati dal sottintendente di Avezzano, Giuseppe Laviano. Altresi’ Giuseppe Mercuri, maestro di scuola a Pietrasecca e l’assessore  del comune di Tufo, vennero sospettati di complotto.
A Luco, troviamo elencati: Tommaso Cambise, Francesco D’Agostino, Pasquale Fosca, Saturno Oddi e il soldato sbandato Angelo Caruso. La visione funesta si può specificare con le dichiarazioni dell’ispettore di polizia, Ferdinando Blasetti di Celano, che scrisse una “Riservatissima” al sottintendente di Avezzano  in questi termini: “Impieghero’ tutti i mezzi che sono in mio potere, onde conoscere alcuno di questo Circondario di mia giurisdizione, sia stato trascinato in tale obbrobrio errore, investigando nell’affermativa le fila donde del sia partito il veleno, nonché la pervenienza degli emblemi”. Molti sospetti caddero sul canonico penitenziere don Giacinto Ciccotti di Celano, stavolta accusato di essere un liberale insieme ai fratelli D’Amore di Cerchio, a Don Vincenzo Venditti, Don Francesco Piperni, Don Giuseppe e Don Antonio Rosati, i quali stavano “togliendo la pace e la quiete ai tranquilli cittadini”. La sede delle loro riunioni segrete venne presto scoperta nel castello di Celano, concesso loro dalla duchessa Giacinta De Thirrey Bobadilla (4). In sostanza, tra un capoluogo di provincia proiettato verso una più auspicato progresso, guidato da D’Ayala e una Marsica prettamente reazionaria, si giunse al vergognoso ritiro delle norme costituzionali da parte di Ferdinando II e del Papa-Re, appena rientrato in sede. Di conseguenza, il 24 giugno del 1848, da Popoli,  il generale Zola, marcio’ alla testa di quattromila uomini sull’Aquila, costringendo i liberali e lo stesso intendente a fuggire prima a Rieti, poi a Foligno, Perugia, Firenze, seguito dalla condanna a morte in contumacia.
A questo punto, il 13 marzo 1849, segui’ il definitivo scioglimento del parlamento napoletano.
Non è qui il caso di seguire altre innumerevoli vicende di persecuzione a discapito dei liberali marsicani, effettuate con determinazione dalla polizia borbonica. Certamente,  d’ora in poi, si consolideranno molti elementi di rottura tra il ceto liberale dei proprietari terrieri e armentari e il re Borbone che, infine, riuscì a reprimere i moti costituzionali, restaurando quell’assolutismo da sempre bramato
(non per niente dalla storia fu definito re bomba). Questa atmosfera di tensioni interne al regno, si trasformerà ben presto in opportunismi della borghesia terriera che favorira’ nel 1860 l’avvento di Garibaldi e dei Savoia.

NOTE

1) Su questo tema e il suo sviluppo, si veda: R.De Lorenzo (a cura di) Stato e società nel regno delle Due Sicilie alla vigilia del 1848: personaggi e problemi, in “Archivio Storico per le Province Napoletane”, n.CVII, 1999.
2) Memorie di Mariano D’Ayala e del suo tempo (1807-1877) scritte dal figlio Michelangelo, Volume Unico, Torino-Roma-Firenze, Fratelli Bocca, 1886.
3) Ivi, p.125.
4) Archivio di Stato di L’Aquila  Sottintendenza e Sottoprefettura di Avezzano  b.10, fascicoli 83,84,85,86.

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