Inchiesta ex discarica di San Marcello, si punta al riconoscimento come “Sito di interesse regionale” (Sir). La Regione chiede gli atti alla Procura



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Celano. Un degrado ambientale che non può essere sanato con i soldi del Comune e nemmeno con quelli della Regione. La bonifica dell’area dell’ex discarica di San Marcello a Celano, al centro di un’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Avezzano va portata all’attenzione del Ministero. Per la bonifica (bonifica è un termine generico considerato tutti i lavori di risanamento che andrebbero fatti per eliminare il degrado ambientale) bisogna portare la vicenda a “livello nazionale” e chiedere i soldi al Ministero dell’Ambiente.

L’attenzione sull’area in cui un tempo giaceva la discarica San Marcello è stata focalizzata a febbraio dello scorso anno, quando a Celano arrivarono i carabinieri del Noe di Pescara, al comando del maggiore Antonio Spoletini. I militari avevano un ordine di sequestro di tutta l’area, emesso dalla Procura di Avezzano. L’inchiesta, ancora aperta, porta la firma del pm Maurizio Maria Cerrato.

 

Ormai da anni i carabinieri del Nucleo operativo ecologico lavorano al fianco dei tecnici della RES.GEA azienda Spin-off dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti che si sono occupati delle indagini di telerilevamento e di geofisica, coordinati dal geologo Giuseppe Pomposo.

A febbraio del 2016 si parlò di mezzo milione di metri cubi di materiali «di dubbia provenienza» interrati nell’arco di 70 anni. A distanza di un anno, è venuto alla luce che i metri cubi sono praticamente il doppio.

La presenza è nel territorio del Comune di Celano, all’interno e al di fuori del perimetro dell’ex discarica di San Marcello e fu rilevata dalle innovative tecnologie scaturite dal lavoro sperimentale e di ricerca degli studenti dell’Università d’Annunzio di Chieti. Con le immagini acquisite dalle piattaforme aeree e satellitari, a partire dagli anni ’50 a oggi, è stato accertato che in quell’area sono stati gettati rifiuti che negli anni si sono accumulati e hanno creato inquinamento.

Il fatto “grave” è che si tratta di rifiuti pericolosi e che l’area si trova adiacente a numerosi terreni coltivati. Poco più in là inizia la piana del Fucino.

L’anno scorso furono sottoposti a sequestro 43 ettari di terreno. Un terzo della superficie si trova all’interno dell’ex discarica, i due terzi sono terreni che stanno intorno. Circa una dozzina i privati proprietari dei terreni limitrofi, il restante delle aree (compresi gli ettari dell’ex discarica) sono di proprietà del Comune.

«L’approccio metodologico di telerilevamento utilizzato mira a chiarire la natura e gli spessori di materiali presenti», fece sapere a febbraio dello scorso anno la Res Gea, «abbiamo individuato diversi siti precedentemente adibiti ad attività estrattive, silenziosamente colmati totalmente o parzialmente con materiale di dubbia provenienza, aree che nel corso degli anni sono state oggetto di svariati abbandoni di rifiuti direttamente sul piano campagna e altre aree con evidenze di movimentazione di terreni e suoli al di sopra di aree utilizzate a fini agricoli».

Le indagini dei carabinieri sono scattate da degli esposti.

L’Arta ha già analizzato prelievi e campionamenti localizzati in alcune zone chiave dell’area sottoposta a sequestro preventivo e, nello specifico, un’area ha presentato particolari criticità.

La discarica di San Marcello negli anni ’70 era a uso intercomunale e veniva utilizzata per lo scarico degli inerti. Negli anni ’90, quando cambiò la normativa (di fatto quasi inesistente fino ad allora) sulla gestione dei rifiuti, iniziarono le prime notizie di reato, a firma del Corpo forestale dello Stato.

Col passare degli anni, nell’area sono stati dismessi rifiuti di ogni genere e i forestali hanno segnalato e denunciato quanto accadeva, decine di volte anche alla Regione.

Con l’apertura di un fascicolo in procura, nel 2006, è arrivata anche una denuncia all’amministrazione comunale. Le immagini catturate da speciali droni sono state analizzate e mostrano l’abbancamento di cumuli le cui dimensioni superano i 4 metri in pianta, oltre le capacità dei mezzi a uso domestico, evidenziando la gestione ordinata delle operazioni, presumibilmente riconducibili ad aziende specializzate nel settore dei rifiuti.

Molti terreni oggetto d’esame, in precedenza a vocazione agricola, risulterebbero ora interamente corrotti dall’abbandono e dalla permanenza dei rifiuti.

Il Comune di Celano, preso atto dell’inchiesta, si è messo subito a disposizione degli inquirenti. Sta di fatto che per un Ente pubblico delle dimensioni del Comune di Celano è impossibile anche solo pensare di smuovere un’area così ampia per procedere con lavori di bonifica e risanamento. Così il Comune si è rivolto alla Regione Abruzzo.

La Regione è oggi però alle prese, ancora, con l’allarme ambientale di Bussi, dove la cifra ipotizzata per la bonifica dell’ex discarica si aggira intorno a decine di milioni di euro. Quindi, almeno al momento, nemmeno dalla Regione potrebbero arrivare milioni di euro per Celano. Il degrado ambientale dell’ex discarica di San Marcello di Celano, dovrà quindi aspettare, probabilmente che se ne interessi il ministero dell’Ambiente. Intanto però il sito potrebbe diventare di “interesse regionale”, cosiddetto Sir.

I dirigenti della regione Abruzzo al momento hanno chiesto al Noe gli atti che accertino il degrado per poter andare a “battere cassa” al Ministero.

Così i carabinieri hanno chiesto alla procura l’ostensibilità di alcuni atti (la planimetria, gli esiti delle indagini geognostiche e tutto il resto) per produrli alla Regione.




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