Il ricordo di un guerriero: alla memoria di Francesco Ulanio


Sembra ieri. Avevamo quindici anni e scalpitavamo dalla voglia di scendere in campo, per tutti noi era la partita d’esordio. Il nostro mentore Giancarlo (Sociali) ci tenne nascosto fino all’ultimo il nome degli avversari, fu solo quando calcammo il terreno di gioco che ci trovammo di fronte i nostri coetanei dell’Aquila Rugby, all’epoca niente po’ po’ di meno che i campioni d’Italia di categoria.

Fu un’autentica disfatta, uscimmo talmente malconci – sia nel fisico che nel risultato – che per molti di quei ragazzi della classe ’74 la delusione fu così cocente che quella rimase la loro prima ed unica partita.

L’intento di Giancarlo però era stato raggiunto, perché i pochi eletti temprati nel corpo e nello spirito da quello spiacevole episodio fecero della palla dallo strano rimbalzo una delle ragioni di vita; si trattava della generazione d’oro del rugby celanese, dei vari “Pizzell”, “Sglù”, “Crustin”, “Fernandin”, “Gabbriel”, Giorgio (Pestilli) e, ovviamente, tu ed io.

            Di quei quindicenni, trascorsi quasi trent’anni, in campo c’eravamo rimasti solo io e te, sprezzanti del tempo che inesorabilmente era passato, per la nostra ultima partita ufficiale a Capistrello: senza neanche accorgercene, era giunta anche per noi l’età in cui ogni rugbista è sottoposto a pensionamento obbligatorio. Anche in quest’ultima circostanza, come era accaduto ben 27 anni prima, la vittoria non ci arrise, stavolta a causa di un probabile arbitraggio approssimativo che proprio avevi mal digerito tanto che a fine match a stento si riusciva a trattenerti dal richiedere concitate spiegazioni a quel direttore di gara poco attento.

            E nel mezzo tutta una vita… i campionati giovanili… la fondazione del nuovo Celano Rugby… le risate ai tornei di beach… la striscia vincente, con tanto di titoloni sui giornali locali, cui seguì inspiegabilmente la chiusura della squadra… l’approdo all’Avezzano Rugby… la vittoria a mani basse nel campionato di C1…   le stoiche partite in serie B… la sfida vittoriosa alla nazionale maltese nelle fila della rappresentativa regionale al mitico Stadio “Fattori”… il seguente torneo internazionale vinto in quel di Malta… e poi la trasferta a Jesi, quella zolla assassina e le ossa della mia gamba che si frantumano come fossero d’argilla: chi altri se non tu, fresco di specializzazione, svestiti immediatamente i panni di giocatore ed indossati quelli di medico, poteva prestarmi i primi soccorsi?

            A quel gravissimo infortunio seguì il passaggio nello staff tecnico, tu come medico sociale ed io come preparatore fisico, entrambi a sospingere col pensiero il nostro compaesano Gabriele (Marcanio) che all’ultimo secondo dei play off della stagione 2005/2006 schiacciava oltre la linea di meta quel pallone che avrebbe rappresentato un sogno chiamato serie A.

            Ispirati da quel trionfo, decidemmo che forse ancora non era arrivato il momento di appendere gli scarpini chiodati e quindi, calzatili di nuovo, tornammo ad indossare le nostre maglie di sempre con la squadra cadetta, io la 8 e tu la 9, sempre fianco a fianco, sempre lì a fare da raccordo tra mischia e tre quarti, pronti a supportare il nostro coach storico Vittorio (Santucci) nella crescita di tanti giovani promettenti…         e con noi l’inseparabile Giorgio (Pestilli) ed altre vecchie glorie del rugby avezzanese, una su tutte il “puma” Pasquale De Ciantis campione d’Italia con L’Aquila Rugby nella stagione 1993/94 ai danni della corazzata Milan dei gemelli Cuttitta, Vaccari, Dominguez… autentiche leggende di questo sport.

Questo binomio generazionale si rivelò vincente tanto che arrivammo veramente a un soffio dagli spareggi per la serie B, la stessa in cui ahimè era subito retrocessa la prima squadra.

            Come si può dimenticare quel rimedio naturale che sembrava la panacea di tutti i mali? Lo consigliavi a tal punto che ormai era diventato un tormentone: “I MITTECE I GHIACCE!”

            Tanto rugby, ma non solo… eravamo così simili caratterialmente che a me veniva naturale rispettare le tue rigorose prescrizioni quando dovevo passare in studio da te, a differenza d’altri, ed ogni volta non facevi che rimarcarlo con stupore: “MA SE CE RRISCE TU PERCHÉ J’ATRE N’N CE RRISCENE?”

Le passioni che condividevamo non si contano: bici, corsa, montagna e non ultimo quel dannato bilanciere olimpico sbattuto e risbattuto fino a fare i buchi per terra.

Quando fu organizzata la prima edizione della extreme warrior run non feci in tempo a chiederti se ti andasse di partecipare che già avevi il pettorale stampato sulla pelle: terzo assoluto, rischiando di vincere una competizione fatta su misura per podisti tu che in realtà non lo eri… con un paio di ostacoli duri in più ne avresti fatta mangiare di polvere ai primi due!

            Come non parlare della tua splendida famiglia, del bene che volevi a tua moglie Antonella e dell’educazione esemplare dei tuoi figli? Quando raccontavi di Domenico ti brillavano gli occhi per quanto ti rendesse orgoglioso il fatto che stesse ripercorrendo le tue orme, non perdevi occasione per ribadire quanto ti somigliasse per grinta e addirittura ti superasse per abilità.

            Come non ricordare tutte le tue energie profuse nella lotta al nemico invisibile chiamato Covid? Rimarrà il tuo costante impegno nel divulgare quella cultura vaccinale, fondata su basi scientifiche solide e riconosciute, troppo spesso messa in discussione da alcuni miseri complottisti dal basso della loro sconfinata vigliaccheria, totale inettitudine e gretta moralità.

            Ultimo, ma non in termini di importanza, l’impegno con l’Avezzano Rugby OLD. Tanto hai detto e tanto hai fatto che sei riuscito a convogliare in questa nuova avventura molti di noi che si erano allontanati, a partire da me, passando per i tuoi “pupilli” Pasquale (Evangelista) e Nazareno (Tiberi), per finire con Diego (Pestilli), nostro amico di tante battaglie che hai trascinato al campo intitolato all’indimenticabile presidente Trombetta letteralmente strappandolo al piatto di pasta che aveva davanti.

E chissà quanti altri ancora ne avresti coinvolti se solo questo atroce destino non ti avesse remato contro…

            Anche lo scorso ultimo sabato di maggio non potevamo che ritrovarci su un manto erboso a     praticare il nostro sport da bestie giocato da gentiluomini, disposti a tutto pur di conquistare terreno, evocando scontri antichi in cui la posta in palio era ben più importante di una palla ovale.

Come accade spesso, entrambi siamo usciti acciaccati ma fieri di aver versato fino all’ultima goccia di sudore e durante la settimana ci siamo sentiti per aggiornarci sul nostro stato di salute, fiduciosi in un completo recupero per il prossimo torneo che si sarebbe tenuto alla fine del mese: dopo esserti automedicato quel mignolo fratturato già avevi ripreso ad allenarti perché tanto “I DITIJJE N’N SERVE”…

            E poi questa maledetta domenica… sono già pronto ad uscire di casa per andare a tifare la prima squadra nell’ultima di campionato quando arriva la notizia che mai nessuno avrebbe immaginato:  “MA CHI, CHECCO? NO, NON È POSSIBILE!”

E invece è accaduto l’imponderabile, il tuo impavido cuore d’atleta ha improvvisamente cessato di battere. Un incolmabile senso di vuoto mi pervade, in un colpo solo si sono sgretolate troppe certezze: non se n’è andato solo il medico, ma anche il compagno di squadra, l’amico e il confidente.

            Chi mi appoggerà più quel pallone perfetto adesso che tu l’hai passato per davvero? Che ne sarà delle nostre ripartenze che spesso risultavano implac(c)abili per qualsiasi avversario?

            Queste parole doverose avrei voluto rivolgertele davanti a tutti nel giorno del tuo commiato ma non ne ho avuto la forza, avrei mostrato quel lato debole che nessuno conosce ma che anch’io possiedo.

Addio dottò, addio maori marsicano.

È la morte, è la morte! È la vita.
È la morte, è la morte! È la vita…
Ancora un passo, ancora un passo,
un altro fino in alto, lì dove il sole splende”. (cit. Haka Ka Mate)

di Vanni Ranieri


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