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Il lago del Fucino nella sua complessità epocale (1816–1835)

Lago del Fucino
Veduta del lago nel 1836 (Fergola)

Uscendo fuori dal mito e dalle leggende raccontate dagli studiosi antichi e moderni, occorre soprattutto capire le testimonianze del passato, per raggiungere il più possibile la concretezza storica, attraverso tutte le fonti di cui è possibile disporre.

Nella sessione del 17 ottobre 1819, il consiglio generale della provincia dell’Aquila firmò una deliberazione sul “Riaprimento dell’emissario del lago Fucino”, firmata da Aurelio Mattei, Vincenzo Resta ed altri componenti marsicani dei consigli distrettuali e provinciali. In quella sede, tutti i relatori dell’atto respinsero il progetto e l’offerta dell’impresario Correale per effettuare i lavori di prosciugamento accettando, invece, quella di un comitato dei Marsi su progetto dell’ingegnere Giuliano De Fazio (1).

Giunto ad Avezzano, l’ingegnere capo del Corpo Reale dei Ponti e Strade, accompagnato dai colleghi d’Auria e Malta, venne accolto dal marchese di Pietracatella (Intendente dell’Aquila) e dalle maggiori autorità marsicane, riunite nel capoluogo di distretto dopo l’ennesima disastrosa escrescenza delle acque, che avevano sommerso: il podere di Don Domenico Lolli, denominato Salcitella (coperto da diciotto palmi d’acqua); il sito detto Morrano con l’intero vigneto del canonico Ascanio Deci; il mulino del Contestabile Colonna; oltremodo, il villaggio di Ortucchio, che era diventato un’isola; il paese di Trasacco, che aveva già perduto i due terzi del territorio; idem per S.Benedetto; ancor peggio per Luco, che vide distrutti i suoi estesi vigneti:
“i quali davano il miglior vino di quella contrada”.

Oltretutto, si legge nella lunga relazione di De Fazio, che: “La massima parte degli edifici de’ quattro anzidetti comuni è stata già abbattuta dalla furia de’ cavalloni, e gli abitanti vanno raminghi procacciandosi ne’ luoghi vicini un qualche tugurio”. De Fazio seppe osservare che le “fenditure visibilmente assorbenti” come la Petogna o i precedenti canaletti di Jatosti, scaricavano solo una piccola parte delle acque che si riversavano copiose ogni anno nel lago (2).

Oltremodo, l’ingegnere si rese conto che i comuni di Pescina, Collarmele, Cerchio, Aielli, San Pelino e Celano, avevano perduto “la massima parte de’ loro più fertili campi (…) Lo stesso Avezzano, grande e delizioso paese della Marsicana”. D’altra parte, se le acque continuavano a crescere “circa di altri 30 palmi” la città sarebbe rimasta “del tutto sommersa”. Occorreva, dunque, ripulire subito il principale canale di scarico per “lo scolo delle acque soprabbondanti del lago” (3).

Secondo il suo parere, essendo ancora l’emissario solidissimo, poteva farsi una vasca di deposito per poi cominciare la vera epurazione del canale: tutto questo avrebbe comportato una spesa non superiore ai 150.000 ducati.

Tornato in sede, fece esaminare i suoi appunti tecnici al consiglio generale del corpo reale dei Ponti e Strade che, dopo aver analizzato i risultati dell’inchiesta, emise vari quesiti a proposito del “ristabilimento dell’Emissario di Claudio” definendo una spesa ammissibile per il “nettamento e vasca di deposito presso l’Incile ossia imboccatura”. Si decise così che l’opera poteva affrontarsi “sino presso al suo termine, con una spesa sempre uniforme (…)” (4).

Venti anni dopo, quando le acque improvvisamente si ritirarono, un altro ingegnere (Afan de Rivera), esaminando i dati del De Fazio, ne approvò i calcoli, tenendo conto che l’altezza delle acque al tempo di Claudio era di 123 palmi e nel corso di diciotto secoli salì a 127 palmi. Tuttavia, molti dubbi avevano attanagliato gli ingegneri di De Fazio, che avevano ispezionato il lago in lungo e in largo. Tanto è vero che lo stesso, a suo tempo, si era subito chiesto: “per qual sentiero si dovrebbe condurre un si fatto canale?”

In effetti, però, occorre tener conto che a causa dei prorompenti moti carbonari e molti altri ostacoli che videro protagonisti gli invidiosi del posto e non solo contrari agli ingegneri napoletani, rese vana l’impresa di ripulire il canale fino al 1836, quando le acque si ritirarono lasciando scoperto gran parte del territorio (4).

NOTE
1) Archivio di Stato di L’Aquila, Sul riaprimento dell’Emissario del Lago di Fucino: Deliberazione presa dal Consiglio Generale della Provincia di Aquila nella Sessione de’ 17 Ottobre 1819  Aquila, Dalla Tip. Rietelliana, 1819.
2) Relazione della visita del Fucino fatta in Luglio ed Agisto 1816 e parere definitivo intorno alla bonificazione di quella vallata, Dato nello stesso anno, Presdo G.De Bonis, Napoli 1817, pp. 4-5. Si tratta della relazione fatra stampare da De Fazio l’anno dopo.
3) Ivi, p.6.
4) Ibidem, p.52.
5) Archivio Storico del Comune di Avezzano, Decrescenza delle acque del Fucino, b.87.

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