Intervista al selezionatore marsicano del cane da pastore abruzzese, alla luce del recente riconoscimento ufficiale della denominazione della razza: “Non è un cane meccanico, non è aggressivo, è un simbolo dell’Abruzzo che va preservato”
Luco dei Marsi – Nel cuore della Marsica, parlare di cane da pastore abruzzese significa parlare di Abruzzo, di montagne, di transumanza, di identità profonda. È qui che Agostino Di Cola, selezionatore da oltre quarant’anni e giudice specialista, racconta ai microfoni di Terre Marsicane, con lucidità e fermezza, la sua visione del cane bianco abruzzese, uno dei simboli più autentici – e oggi più esposti al rischio di snaturamento – del patrimonio culturale regionale.


“Questo cane non va salvato come un reperto museale”, afferma di Cola, “ma come un essere vivo, capace di stare nella società di oggi senza perdere la sua dignità”.
Agostino Di Cola parla con la calma di chi ha trascorso una vita accanto a questi animali e con la fermezza di chi sa che l’originale di questa razza oggi rischia di scomparire sotto il peso delle mode e delle interpretazioni arbitrarie.
La sua non è una passione improvvisata. La cinofilia fa parte della sua storia familiare: il padre, cacciatore di vecchio stampo e allevatore di segugi italiani, gli ha trasmesso il rispetto per il cane come ausiliare dell’uomo, insegnandogli a guardare prima alla funzione e poi all’estetica.
“A me sono sempre piaciuti tutti i cani, ogni razza ha una sua tipicità morfologica e funzionale”, racconta. “Ma sin da bambino”, dice, “quello che mi ha conquistato sugli altri è stato il nostro antichissimo cane bianco da pecora”.
Negli anni Sessanta, a Luco dei Marsi e in tutta la Marsica, le greggi attraversavano i paesi accompagnate da quei grandi cani bianchi che oggi si vedono sempre più raramente al lavoro. “Noi bambini rimanevamo incantati”, prosegue Di Cola, “il nostro svago era la natura, non la tecnologia. Oggi pochi hanno avuto la fortuna di vedere questo cane nel suo vero ruolo, seguire il gregge, vivere e lavorare in gruppo”.
Il primo cane da pastore abruzzese entra nella sua vita nel 1980. Si chiamava Garibaldi. “Lo presi da un pastore della Vallelonga”, seguita, “quando lo portai a casa, mio padre ebbe paura che potesse creare problemi ai suoi segugi e mi chiese di toglierlo”. Garibaldi non visse con lui, ma Di Cola lo seguì per tutta la vita. “È da lì che ho capito che non era solo una passione”, asserisce, “ma un impegno concreto al servizio della razza”.
Da allora sono passati oltre quarant’anni di selezione, confronti con pastori, esposizioni e giudizi. Agostino Di Cola è oggi selezionatore e giudice specialista, con riconoscimenti anche a livello internazionale: nel 2022 uno dei suoi cani ha ottenuto a Madrid il titolo di Campione mondiale di bellezza, mentre nel 2024 Ulisse ha conquistato in Slovenia il titolo di Campione europeo.
Ma per Di Cola i riconoscimenti non sono mai stati un obiettivo.
“Il titolo non fa il cane”, afferma con decisione, “io voglio il cane. I titoli non mi interessano: sono una conseguenza, non un fine”.
Su un punto, infatti, è categorico:
“Io non mi definisco allevatore. La parola allevatore mi stona”, dice, “sa di produzione. Io sono un selezionatore: selezionare significa preservare una razza, non piegarla al gusto personale o al mercato”.
Ed è proprio la preservazione dell’anima del cane da pastore abruzzese il cuore della sua battaglia. “Il tipo è uno solo. Le diversità non sono nel cane”, continua Di Cola, “ma nelle persone che ne parlano cercando di adattarlo al proprio gusto. Questo porta alla dispersione del tipo e quindi della razza”.
Secondo Di Cola, ENCI e club di razza devono vigilare con maggiore rigore, evitando interpretazioni elastiche dello standard.
Altro nodo centrale è il carattere. Il cane da pastore abruzzese non è uomodipendente e non è un cane “meccanico”. “Non è un cane meccanico: qualsiasi cosa gli viene affidata, sa quello che deve fare e se ne prende cura senza bisogno di particolari addestramenti”, spiega Di Cola. È un guardiano, ma non aggressivo.
“Non è un cane che ti deve mangiare”, prosegue, “è un cane che ti mette nella condizione di allontanarti”.
Segue il gregge più che il padrone, vive e lavora in gruppo, mantiene un equilibrio antico tra uomo, territorio e natura. Anche quando vive in una proprietà privata continua a svolgere la sua funzione: presidia, osserva, protegge. Proprio per questo, spiega Di Cola, “non può vivere in gabbia. Poi parliamo di benessere animale, ma certi box sono più stretti di una gabbia da ingrasso”.
Ridurre il cane da pastore abruzzese alla sola pastorizia significherebbe però condannarlo. “La pastorizia di una volta non esiste più”, osserva, “ma questo cane ha una grande capacità di adattamento”. Può vivere nella società moderna, nelle città e fuori città, accanto alle famiglie e ai bambini, nella difesa delle persone e delle proprietà, senza addestramenti forzati.
“Basta rispettare la sua natura”, prosegue.
Nel dibattito identitario, Di Cola è netto anche sul nome. “Il maremmano è un cane che non è mai esistito”, afferma. La Maremma, ricorda, “è terra di paludi, di animali con le zampe alte. Il nostro cane nasce sulle montagne. A Campo Imperatore lo incontri accanto alle greggi, maestoso: quella è la sua casa naturale”.
Il 1956, anno in cui viene fissato lo standard e la denominazione ufficiale, viene definito da Di Cola un momento di “appropriazione indebita”.
Un tema che si lega al recente cambio ufficiale di denominazione, ratificato dalla Federazione Cinologica Internazionale nel dicembre 2025, che ha invertito l’ordine del nome in Cane da Pastore Abruzzese-Maremmano, riconoscendo formalmente l’identità storica legata alla transumanza abruzzese.
“Un segnale importante”, afferma Di Cola, “ma non sufficiente se non si accompagna a una selezione seria. La culla natale è l’Abruzzo”.
“Nel 1956 è stato fissato uno standard”, dice, “ma per mantenerlo non si può essere elastici. Se perdiamo lo standard, perdiamo l’anima del cane”.
Il suo messaggio finale va oltre la cinofilia: “Servono cinofili veri”, asserisce, “non mode. Questo cane è uno dei simboli dell’Abruzzo. Amarlo significa rispettarlo e inserirlo nella società che cambia, senza snaturarlo”.
Perché salvare il cane da pastore abruzzese significa salvare una parte profonda dell’identità di questa terra. “Se perdiamo questo cane”, conclude, “perdiamo tutto”.
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