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Il dramma di un giudice giacobino nella Marsica (1806)

Fulvio D Amore
Di
Fulvio D Amore
Fulvio D'Amore ricercatore e saggista dall’Età Moderna all’Età Contemporanea      LEGGI BIOGRAFIA

Le truppe napoleoniche, durante i rastrellamenti effettuati sulle montagne di Luco, aiutate da Leopoldo Degni (ricco proprietario del paese), catturarono e fucilarono parecchi sbandati della colonna di Piccioli, fuggiti da Avezzano. In seguito alla sua collaborazione, lo stesso benestante fu nominato dal colonnello Cavagnac, comandante la Guardia Civica del piccolo villaggio posto sulle rive del lago Fucino.

Tutto questo non impedì il ricongiungimento dei seguaci di Fra Diavolo con quelli di Ermenegildo Piccioli presso Morino (Valle Roveto). Seguendo i rapporti dell’Intendenza aquilana, i due capibanda, per evitare lo scontro diretto con la cavalleria francese, pensarono bene di frammentarsi in tanti piccoli drappelli (non dimentichiamo che Michele Pezza, detto Fra Diavolo, fu l’inventore della guerriglia).

Qualunque sia la vicenda, emerge dalle fonti un caso davvero singolare che avvicina il lettore al clima di quei giorni.

Il 21 settembre 1806, il giudice Felice Milanetti, che l’anno prima aveva aperto un processo penale a Pescina a carico di alcuni noti sovversivi della città – sorpresi in combutta con quelli di Cerchio, San Benedetto e Gioia – mentre stava reclutando una “truppa civica atta a combattere i briganti”, si scontrò con un folto gruppo di ribelli guidati da Simplicio e Silvestro Cerasani, don Berardo Cambise (amministratore della Camera Baronale), Fabio Bertone di Ortucchio, don Vincenzo D’Amore di Cerchio, don Emidio Mascitelli (luogotenente della Regia Dogana di Foggia).

I ventidue uomini ingaggiati dal magistrato Milanetti (originario di Lecce nei Marsi) a sue spese, terrorizzati, si dettero alla fuga. Poi anche il giudice, vista la mala parata e temendo rappresaglie per la sua famiglia, fuggì verso il paese nativo, inseguito da cinquecento briganti comandati dai fratelli Cerasani. Insieme alla moglie e ai due bambini si nascose sul monte Lerri, mentre presso Casale Taroti venne saccheggiata la sua abitazione.

Tornato in paese di soppiatto, trovò il suo ufficio distrutto: libri strappati, “le suppellettili buttate a terra, viveri scomparsi e rubata una doppietta finemente intarsiata alla spagnola con sugelli d’oro”. Recuperato un altro fucile – altrettanto prezioso – maledisse “quella infamissima razza” di delinquenti, poi si rimise in cammino.

Dopo circa un chilometro, gli si parò davanti un brigante a cavallo, fucile spianato.
Il ribelle gli chiese: «Chi evviva?».
Il giudice rispose balbettando: «Ferdinando…».
Ma il brigante replicò: «Sì, con la lingua lo dici, ma sei un giacobino fottuto! Ti so’, sei il governatore di Lecce. Avanti, marcia per Cristo, che voglio spaccarti il core!», costringendolo ad andare avanti sotto tiro.

Durante quel tragitto angoscioso, il magistrato implorò clemenza. Le sue parole, riportate negli atti della Gran Corte Criminale, restano ancora oggi impressionanti:
«Usai con questo delle più tenere espressioni per risparmiarmi la vita, e ben trattandolo mi avvidi che era un brigante di Luco».

Alla fine il ribelle, forse convinto dalla sua supplica, si limitò a sottrargli il fucile e lo lasciò andare.

Poche ore dopo, Milanetti si imbarcò con la famiglia, approdando alla stanga di Celano, accolto dal comandante della civica don Luigi Tomassetti. Successivamente gli fu ordinato dai francesi di rientrare a Lecce, con la promessa di essere protetto dalle forze dell’Intendente aquilano Dionisio Corsi, a patto che processasse tutti i briganti al seguito di Ermenegildo Piccioli e frate Domizio Jacobucci.

NOTE

1) Il Giornale della “Valle del Giovenco”, Bimestrale della Comunità Montana, Anno II, n.2, marzo-aprile, Pescina 2001, p. 42.
2) F.D’Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’unità, Amministrazione Provinciale, L’Aquila 1994, pp.37-38. Cfr. Archivio di Stato di L’Aquila, Gran Corte Criminale, b.146.

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