In un rendiconto del ministro dell’Interno del regno di Napoli (Giornale degli Atti dell’Intendenza), estrapoliamo questa significativa relazione riferita agli anni di dominazione francese, scritta dall’intendente aquilano a Giuseppe Bonaparte: ” Entrando nel Regno, di cui la guerra, e le sviste di una Corte debole e perfida, vi aprono le porte, V.M. trovò lo Stato caduto in dissoluzione, i banchi spogliati, la pubblica, e le private fortune ugualmente disquilibrate, l’inquietezza e la turbolenza universalmente diffuse (…)”. (1)
In questo clima socio-politico, che veniva denunciato in maniera realistica, Giuseppe Bonaparte, combatteva borbonici, inglesi e briganti, emettendo una serie di decreti e di leggi che cambiarono per sempre il volto delle antiche province napoletane. Le norme servirono, innanzitutto, a cancellare i pesi della feudalità per costruire le istituzioni di uno Stato moderno (2).
Il Decennio, quindi, diventò uno dei nodi essenziali nella storia della Marsica e di tutto il Regno di Napoli: un passaggio chiave, con una emissione di interventi tra rivoluzione e controrivoluzione. Dopo aver abolito parecchie servitù, si cercò di attuare la quotizzazione dei demani, tra i molti ostacoli che la classe baronale sempre egemone all’intero della società napoletana attraverso il diritto di proprietà, continuava a fomentare, per insabbiare le operazioni in atto, fin dopo la Restaurazione borbonica.
In definitiva, per il ceto subalterno (contadini, braccianti, pescatori e pastori) non cambiò nulla, anche dopo l’inchiesta governativa del 1811(statistica murattiana) che mirava ad una rigorosa raccolta di dati territoriali. Dal 1807 al 1808 ci fu anche la soppressione degli ordini religiosi attraverso aste pubbliche, laddove capitoli, conventi e monasteri spesso passarono nelle mani di benestanti marsicani che erano ben inseriti nel Decurionato (consiglio comunale) di ogni paese marsicano (3).
In seguito, le leggi francesi furono abolite il 13 maggio 1814 (per lo Stato Pontificio) mentre, per il regno di Napoli, i codici e le norme rimasero in vigore fino al 1819, anno dell’emanazione del codice “Per lo Regno delle Due Sicilie”.
In realtà, dal settembre del 1807, una magistratura straordinaria, dopo aver risolto le antiche controversie tra comuni e baroni, pubblicò i risultati nel ” Bullettino delle sentenze” emanate dalla suprema commissione per le liti “fra i già Baroni e i Comuni”. D’altre parte, negli Atti Demaniali, depositati presso l’Archivio di Stato di L’Aquila, si possono consultare i passaggi delle proprietà di tutti i paesi del nostro territorio (4). Infatti, siamo in grado di apprendere, attraverso la consultazione delle fonti di prima mano che, pure nella Marsica, l’antico demanio popolare fu in gran parte rapinato e usurpato dai baroni e dalla nuova famelica borghesia fino al 1860 e oltre (5).
NOTE
1) A.S.Aq., Giornali degli Atti dell’Intendenza della Seconda Provincia di Abruzzo Ulteriore, dal 1807 al 1860.
2) Sull’argomento esiste una bibliografia sterminata; noi citiamo solo le nostre fonti: P.Villani, Il dibattito sulla feudalità nel Regno di Napoli dal Genovesi al Canosa, in AA.VV., Studi sul Settecento italiano, Napoli 1968, pp.252-331; R.De Lorenzo, L’amministrazione centrale e periferica nel Regno di Napoli durante il Decennio francese (1806-1815), in “Un regno in bilico. Uomini, eventi e luoghi nel Mezzogiorno preunitario”, Roma 2001, pp.289-330; D.Winspeare, Storia degli abusi feudali, Tip.Trani, Napoli, 1811.
3) Per rendersi conto delle distribuzioni, si veda, paese per paese, il Bollettino delle Sentenze della Commissione Feudale (sia in Archivio di Stato di L’Aquila sia in Archivio di Stato di Napoli).
4) Per capire fino in fondo questo periodo di innovazioni si veda: R.Trifone, Feudi e demani. Eversione della feudalità nelle Provincie Napoletane. Dottrine, storia, legislazione e giurisprudenza, Società Editrice Libraria, Milano, 1909.
5) Queste interpretazioni trovano conforto, oltre che dalla documentazione, dalla monumentale raccolta di Giuseppe Salvioli, Storia del diritto italiano, UTE, Torino-Milano-Roma-Napoli, 1921 (815 pagine).








