I nostri grandi conterranei: Benedetto Croce



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Benedetto Croce, filosofo, storico e critico italiano, nacque a Pescasseroli, in provincia dell’Aquila, il 25 febbraio 1866 da una famiglia della grande borghesia del Regno. I genitori appartenevano a due agiate famiglie abruzzesi: la famiglia Sipari, quella materna, nativa di Pescasseroli , più legata agli ideali liberali, l’altra, quella paterna, di stampo borbonico, originaria di Montenerodomo (in provincia di Chieti), ma trapiantatasi a Napoli.

Croce crebbe in un ambiente profondamente cattolico dal quale però, ancora adolescente, si distaccò, non riaccostandosi più per tutta la vita alla religiosità tradizionale. In alcune pagine celebri del “Contributo alla critica di me stesso”, del 1918, il Croce rievoca l’atmosfera della casa della sua fanciullezza, con il padre “sempre chiuso nello studio tra le carte di amministrazione” e la madre “ che si levava prima di tutti all’albeggiare e andava in giro per la casa a mettere assetto e a dare mano alle donne di servizio”. Dei cugini di suo padre, Silvio e Beltrando Spaventa, uomo politico e liberale il primo, filosofo hegeliano e sacerdote apostata il secondo, sentì sempre parlare con diffidenza e con sospetto. Perfino quando si accingeva a partire per Roma, per frequentare l’università, ricevette come raccomandazione materna di non frequentare le lezioni dello zio Beltrando che avrebbe potuto “strappargli dal petto i principi della religione.

In realtà Benedetto si era allontanato dalla fede già dai primi anni di collegio: i primi dubbi furono come una malattia immonda che egli cercò di curare leggendo testi edificanti, ma infine si rassegnò, scrutando in se stesso, si rese conto di “essere fuori affatto dalla credenza religiosa”. Risalgono a questo periodo le prime letture del De Sanctis e del Carducci ed i primi tentativi di produzione letteraria (1882), raccolti in seguito nell’opuscolo “I primi passi”.

Nel 1883 la giovane vita di Croce fu sconvolta da una tragedia: i genitori e la sorella morirono nel terremoto di Casamicciola ed egli stesso fu estratto assai malconcio dalle macerie, sotto le quali trascorse alcune ore drammatiche ed indimenticabili. Lo zio Silvio Spaventa assunse la tutela dei due superstiti della casa Croce, Benedetto ed un fratello minore,i quali si trasferirono così a Roma, nella casa molto frequentata dell’autorevole uomo politico. Croce ricordò sempre quegli anni vissuti sotto l’impressione della sventura recente, come i peggiori della sua vita; i soli dei quali scrisse “mi siano sorti pensieri di suicidio”. Da questo stato di prostrazione non lo liberavano certo i corsi della facoltà di legge, frequentata senza convinzione e presto abbandonata.

Decisiva fu invece l’influenza delle lezioni di filosofia morale di Antonio Labriola, anche nel senso che da esse Croce apprese molto su se stesso. Nacque così una lunga amicizia che ebbe gran peso nell’evoluzione intellettuale del giovane Benedetto. Dopo essere tornato, nel 1886, a vivere a Napoli, sembrò trovare nelle ricerche erudite, inframmezzate da ben organizzati viaggi di studio, il campo di applicazione più congeniale. Fu un periodo in cui visse “tutto versato all’esterno” come egli stesso disse; a quegli anni 1886-1892, risalgono le ricerche raccolte più tardi nel volume “ La rivoluzione napoletana del 1799”, “La storia dei teatri di Napoli dal Rinascimento alla fine del secolo decimottavo”, la fondazione della “Biblioteca napoletana della letteratura” e della rivista di topografia e di arte “Napoli nobilissima”. La sua attività di erudito e di storico doveva d’altronde farlo scontrare necessariamente con tutti i problemi relativi alla natura, al significato ed alla funzione della scienza storica, che venivano stancamente dibattuti nella nostra cultura accademica.

Lesse allora anche “La scienza nuova” del Vico e scoprì quello che doveva restare uno dei suoi grandi autori, accanto a De Sanctis ed a Hegel. A seguire scrisse nel 1893 “ La storia ridotta sotto il concetto generale dell’arte”. Negli anni immediatamente seguenti, il Croce, in stretto contatto col Labriola, si avvicinò con la stessa ansia di chiarificare e di capire all’opera di Marx. Frutto di questa meditazione furono alcuni scritti, talvolta molto specialistici, raccolti poi nel volume “ Materialismo storico ed economia marxista”.

A questi stessi anni ,dell’ultimo ottocento, risalgono l’inizio dell’amicizia con il Gentile, ancora studente a Pisa, e la prima formulazione del proposito di comporre un’estetica ed una storia dell’estetica, a conclusione di un lungo travaglio del pensiero, il Croce pubblicò nel 1902 “L’estetica come scienza dell’espressione e linguaggio generale”, un libro che ha rivestito un’importanza assolutamente eccezionale nella storia della cultura italiana e che ha esercitato una vasta influenza su tutta la cultura europea. Il 20 gennaio del 1903 uscì il primo numero della “Critica”, la rivista che per oltre un quarantennio fu la palestra e la guida dei migliori intellettuali italiani, assolvendo anche nel periodo fascista alla funzione di specchio demistificatore del dilettantismo e della goffaggine imperanti.

Un costante lavoro di ripensamento e di chiarificazione trovò il suo alimento principale nella vasta operosità del Croce come critico letterario che dette come frutti, tra gli altri, i “ Saggi sulla letteratura italiana del Seicento”, del 1911; “La letteratura della nuova Italia” sei volumi dal 1914 al 1940; “Ariosto”, “Shakespeare”, “Corneille” del 1920; “Conversazioni critiche”,dal 1918 al 1939; “La poesia di Dante” del 1921; “Poesia e non poesia” del 1923; “Poesia popolare e poesia d’arte” del 1933; “Poesia antica e moderna” del 1941 e “Lettura di poeti” del 1950. Accanto a questa attività prodigiosa di critico e di organizzatore della cultura, si sviluppò l’altra di “svolgimento e compimento di quel complesso di pensieri impliciti nell’ Estetica”: nacque così il “sistema crociano”. Nel 1900 uscì un testo completo, la “Logica come scienza del concetto puro”, alla quale fece seguito nello stesso anno la “Filosofia della pratica, economia ed etica”, mentre tra il 1912 ed il 1913 furono scritti i saggi pubblicati poi nel 1917 sotto il titolo “Teoria e storia della storiografia.

L’obbligo morale di combattere il male e di promuovere gli ideali della propria coscienza sono i temi al centro di due opere, memorabili per la tensione morale ed il vigore speculativo, “La storia come pensiero e come azione” del 1938 e “Carattere della filosofia moderna” del 1941. Ma un tale pathos ideale è in larga misura il riflesso dell’esperienza politica del Croce e della sua resistenza al fascismo. Già Senatore fin dal 1910, giolittiano e neutralista alle soglie della prima guerra mondiale, il filosofo mantenne davanti al fascismo nascente un atteggiamento di attesa e di comprensione storicista, nel convincimento che la nuova violenza fosse un provvidenziale strumento di libertà escogitato dalla imprevedibile astuzia della storia.

Dopo il 1925 tuttavia prese decisamente posizione contro il regime, stilò il celebre “Manifesto antifascista” degli intellettuali italiani ed approfondì anche sul piano morale quel distacco dal Gentile che sul piano delle divergenze dottrinali, datava già da molti anni. Fu, per tutto il ventennio, il capo riconosciuto dell’opposizione “moderata” al regime e guidò quella che era per lui l’unica lotta possibile: quella della serietà contro il dilettantismo e del rigore contro la magniloquenza. Né lui né il suo editore Laterza, né i suoi amici ebbero una vita facile, ma la notorietà internazionale del Croce spingeva il regime ad essere cauto e limitava le sue possibilità di intervento.

Dopo la caduta del Fascismo il filosofo dovette piegarsi, sempre con l’antica riluttanza, ad entrare come protagonista nella vita politica nazionale ed a essere usato come veneranda copertura di interessi non sempre rispettabili. Fu Ministro senza portafoglio nei gabinetti di Badoglio e Bonomo; Presidente del partito liberale fino al 1947, membro della Consulta nel 1945, deputato dell’assemblea costituente nel 1946. Dopo il referendum rifiutò la carica di capo provvisorio dello Stato e successivamente quella di senatore a vita.

In un’ala della sua casa napoletana, palazzo Filomarino, fondò nel 1947 l’Istituto di studi storici. Scrisse dal 1925 al 1932 “Storia del Regno di Napoli”, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915” e “Storia d’Europa nel sec. XIX”. Con gli anni la prosa del Croce si venne perfezionando e arricchendo, e sempre meglio fissò il suo stile variante, dai modi dell’ironia sferzante ai toni alti della commozione, ma non mai indulge alla sostenutezza retorica. Morì a Napoli nel 1952 lasciando alla cultura italiana la sua prosa esatta eppure aliena, dalla ispida terminologia filosofica, segnata da una nota inequivocabile di nobiltà classica




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