I minacciosi comizi contro Torlonia: «Ora basta. Le terre del Fucino a chi le lavora!»



Nel 1921, con la caduta dei prezzi, anche la borghesia produttiva e le classi medie rurali marsicane si trovarono in grosse difficoltà e, ciò spiega, come mai l’anno in corso sia stato un punto di svolta non soltanto economico ma anche politico. 

Proprio in questo periodo, il grave problema delle «affittanze nel Fucino» tornò prepotentemente sul «tappeto e con aria ben più minacciosa, poiché Casa Torlonia dopo molte tergiversazioni finì col negare qualsiasi concessione», scatenando violente proteste da parte degli interessati, senza distinzione di partito ma tutti pronti: «ad un’azione energica e definitiva che una buona volta ponga termine al conflitto». Alla «vigilia d’armi» il corrispondente de Il Risorgimento d’Abruzzo andò ad intervistare nel gabinetto municipale di Avezzano l’avvocato Luigi De Simone (nuovo delegato federale della Federazione dei Combattenti della Marsica). Il giovane e simpatico assessore rispose alle domande con la sua consueta cortesia: «dicendosi ben lieto di fornire tutti gli schiarimenti che occorrono per illuminare l’opinione pubblica e per riportare nei suoi veri termini la combattuta questione». Tra l’altro, affermò che dopo aver riunito in federazione tutte le varie sezioni del circondario, ora bisognava procedere coraggiosamente contro i Torlonia, ormai inflessibili ad ogni richiamo. D’altronde, i principi romani avevano preso in giro gli agricoltori del Fucino e, quindi, era giunto il momento di abolire completamente l’azienda padronale, le mezzadrie, i grandi affitti e ridurre «ciascuna colonia alla metà, tramutandola in fitto». Si poneva, però, il problema dei locatari che avevano firmato i contratti fino al 1923: «Sì – rispose l’avvocato – ma siccome a norma del contratto essi non possono subaffittare, mentre tutti hanno subaffittata la terra, ecco che il contratto si può risolvere anche subito». Oltretutto, l’intervistato ripeté che, proprio l’amministratore di Casa Torlonia, professor Vincenti, era il vero nemico della «regione marsicana». Con una grande azione sociale, il De Simone, propose un consorzio di cooperative «dal quale esulasse completamente Torlonia con un’espropriazione attraverso l’opera dei combattenti», unica forma di conduzione del latifondo che potesse distribuire equamente la ricchezza nella Marsica (1).

Il 31 maggio 1921, dopo l’ennesima riunione tenutasi nel palazzo della sottoprefettura di Avezzano, cominciarono a scaldarsi gli animi di tutti i contendenti, poiché: «Le numerose rappresentanze dei paesi limitrofi furono lasciate fuori, lungo il Corso Garibaldi, a discutere al cospetto dei rappresentanti di Casa Torlonia». Il sindaco di Trasacco e i delegati di Ortucchio, Gioia, Lecce, San Benedetto, Pescina, furono trattati malissimo, nonostante avessero chiesto di essere ammessi al negoziato. Molti disapprovarono le proposte di Luigi De Simone; mentre Aurelio Irti, segretario del Fascio di Combattimento di Ortucchio, terminò la sua dura invettiva, urlando: «I Fasci non sono servi di nessuno. Servono solo l’idea fino all’ultima goccia di sangue e (d’annunzianamente) più oltre ancora» (2).

Possono comprendersi meglio i fondamentali tratti distintivi della questione, nel comizio dei contadini svoltosi a Luco dei Marsi, che già nelle premesse specificava: «I contadini che lavoravano nel vasto bacino fucense sono in agitazione da un pezzo, perché non riescono ad ottenere quanto loro spetta di diritto». In sostanza, l’articolo pubblicato dall’anonimo Marsus, sosteneva la vecchia tesi delle terre prosciugate del Fucino, usurpate dai Torlonia alle popolazioni ripuarie che, invece: «avrebbero dovuto godere del diritto di servitù, per la cessata possibilità di pesca. Invece la Casa Torlonia si appropriò di tutti i territori bonificati e non volle saperne delle popolazioni danneggiate». Infatti, nel tempo, le numerose vertenze intraprese dai comuni interessati, avevano dimostrato la tenacia degli ex pescatori per ottenere il reintegro del possesso delle terre prossime alle rive del lago. Per questo: «i capeggiatori del movimento stentano a tenere a freno i contadini che vorrebbero agire senza por tempo in mezzo. Intanto i rappresentanti del Sindacato Nazionale delle Cooperative Agrarie furono esclusi dalla trattativa tenutasi nella Sottoprefettura di Avezzano». Nella gremita piazza di Luco, aprì il comizio, il ragioniere Menotti Bucci, che propose a gran voce l’abolizione delle mezzadrie, la soppressione dell’azienda padronale e l’espulsione dal territorio dei grandi affittuari. Poi prese la parola Costanzo Torrelli di Celano, il quale rivendicò il sacrosanto diritto dei contadini, dimostrando la sproporzione fra l’enorme guadagno dei Torlonia rispetto alle «cento probabilità aleatorie dei poveri affittuari». Tra l’altro, il fascista Aurelio Irti di Ortucchio, criticò aspramente alcune frange avezzanesi, mettendo in luce: «le figure di tutto l’Ufficio del Principato di Avezzano, ove si arriva, per eccesso di servilismo, ad essere più realisti del Re. Infatti, si sa che mentre i Principi Torlonia sarebbero disposti ad abolire le aziende padronali che rappresentano un deficit continuo, i signori dirigenti di Avezzano si vestono dell’abito più reazionario per non assecondare le legittime aspirazioni delle popolazioni»; secondo lui, ormai era tempo che: «la gente del Fucino prenda una risoluzione estrema; non è più concepibile nel secolo XX continuare a pascersi di simili palliativi» (3).

Il 14 agosto dello stesso anno, il giornale Il Sindacato Cooperativo (diretto da Carlo Bazzi), pubblicò una corrispondenza da Avezzano, affermando in prima pagina che l’agitazione per la gestione in cooperativa del latifondo del Fucino continuava senza sosta in tutti i paesi ripuari, dopo gli infuocati comizi tenuti nella Marsica. Tra l’altro, scorrendo l’articolo si legge: «Sappiamo dei mezzi coercitivi con cui Casa Torlonia tenta di far desistere i contadini dalla bella lotta, ma tutto sarà vano. I contadini sanno ormai la loro strada e non defletteranno. Sono parecchi e svariati lustri che Casa Torlonia riscuote il compenso di molti milioni per l’opera di prosciugamento e coltivazione del Fucino. I contadini che cooperarono a questa grande opera sono restati schiavi, poveri e sfruttati. Basta anche, per i grandi affittuari pescecani, basta per tutta una pleiade di sanguisughe che ingrassano attraverso la fatica mal compensata dei lavoratori dei campi. Capitale e lavoro nelle stesse mani. I contadini del Fucino produttori e padroni dei prodotti, le terre del Fucino a chi le lavora. Questo è il programma base dell’agitazione promossa dal Consorzio Agrario aderente al Sindacato Nazionale delle Cooperative» (4).

I minacciosi comizi contro Torlonia: «Ora basta. Le terre del Fucino a chi le lavora!»

Il giorno 8 settembre 1921, imponenti forze di polizia presidiarono Avezzano, cittadina scelta per il solenne comizio di «protesta per le terre del Fucino ad iniziativa della Federazione marsicana dei combattenti». Presenti i fasci di combattimento di Avezzano, la Camera italiana del lavoro, le sezioni di: Cese, Celano, Aielli, Canistro, Capistrello, Cappadocia, Cerchio, Collarmele, Collelongo, Gioia dei Marsi, Lecce, Luco, Paterno, Massa d’Albe, S.Pelino, Forme, Antrosano, Ortona, Ortucchio, Ovindoli, Pescina, Pietrasecca, Sante Marie e Trasacco; oltre ai consiglieri provinciali, avvocati: Nicola Irti, Carlo Pace, Goffredo Taddei, Antonio Retico, Giuseppe Saturnini, Augusto D’Andrea, Filippo Carusi, Marzio Durante e i dottori Macarone, Bizzarri e il ragioniere Guido Marcellitti. 

Alle ore undici aprì il comizio, al quale: «hanno assistito circa 4.500 agricoltori, paludenti, entusiasti, ordinati e disciplinati», l’avvocato De Simone, seguito dagli interventi di D’Angelo, Retico, Cerri ed Irti «i quali illustrando e ricordando le ragioni e gli scopi dell’agitazione hanno dimostrato come il diritto degli agricoltori dei comuni ripuari alla coltivazione delle terre del Fucino si ripetesse dal diritto demaniale ed imprescrittibile della pesca e del passaggio nel prosciugato lago». Oltretutto, precisarono come la persistente ostilità dei Torlonia, esasperasse i piccoli agricoltori a tal punto da unirsi senza distinzione di partito e di fede politica, per combattere l’ultima battaglia che dovrà restituire alla Marsica «la pace del lavoro». Nell’intento di ridare la tranquillità a tutto il comprensorio e il lavoro ai contadini che ne avevano davvero bisogno, fu infine deliberata una mozione da inviare al principe romano, alle autorità politiche, ai propri rappresentanti in parlamento e al governo. In prima proposta fu richiesto l’allontanamento immediato e definitivo dell’attuale rappresentante Bernardo Vincenti; poi, a seguire: la dichiarazione che i terreni adibiti ad aziende padronali dovevano essere concessi, seppur in giusto sistema di compartecipazione a chi direttamente o materialmente lavorava la terra, in forma individuale o collettiva; oltremodo, Casa Torlonia, doveva revocare i contratti rinnovati già nel 1919 ai grandi affittuari. Quanto stabilito dall’assemblea per evitare «spiacevoli incidenti la cui responsabilità dovrebbe ricercarsi unicamente e solamente nella persistente ostilità di Casa Torlonia». Firmarono la dichiarazione tutti i rappresentanti del comitato esecutivo (5).

 Il giorno dopo (9 settembre) a Trasacco: «Un corteo di varie centinaia di persone si formò nella piazza del Municipio e con a capo il vessillo dei combattenti percorse le vie del paese soffermandosi sotto l’abitazione dell’avvocato Retico. Reiteratamente richiesto l’illustre uomo politico, pronunciò un forte discorso coronato da infiniti applausi» (6).

NOTE

  1. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno III, Num.123, Roma, 23 Giugno 1921, La questione delle affittanze del Fucino.
  2. Id, Anno III, Num.120, Roma, 28 Giugno 1921, La questione delle terre del Fucino.
  3. Id, Anno III, Num.126, Roma, 3 Luglio 1921, La questione del Fucino si aggrava.
  4. Il Sindacato Cooperativo, 14 Agosto 1921, L’Agitazione nel Fucino, corrispondenza da Avezzano.
  5. Id, Anno III, Num.146, Roma, 15 Settembre 1921, Il grande Comizio di protesta per le terre del Fucino (Armando Palanza).
  6. Ibidem