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Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato e i suoi pastori a 100 anni dall’impresa di Fiume

di Redazione Contenuti
12 Settembre 2019
Gabriele D’Annunzio, il poeta soldato e i suoi pastori a 100 anni dall’impresa di Fiume
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“ Settembre, andiamo. E’ tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

lascian gli stazzi e vanno verso il mare :

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

 

Han bevuto profondamente ai fonti

alpestri, che sapor d’acqua natìa

rimanga ne’ cuori esuli a conforto

che lungo illuda la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano.

 

E vanno pel tratturo antico al piano,

quasi per un erbal fiume silente

su le vestigia degli antichi padri.

O voce di colui che primamente

conosce il tremolar della marina!

 

Ora lungh’esso il litoral cammina 

la greggia. Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana

che quasi dalla sabbia non divaria.

 

Isciacquìo, calpestìo, dolci rumori.

Ah perché non son io co’ miei pastori ? ’’

 

Quelli sopra riportati sono i versi di una celebre poesia che Gabriele D’Annunzio ( Pescara 1863 – Gardone Riviera 1938 ) scrisse nel 1903, conosciuta con il titolo “ I pastori “ . Il titolo autentico della lirica è 

“Rimembranze’’, ed effettivamente ci fa tornare alla mente un Abruzzo ancestrale. Trasuda da questi versi, appresi da bambini sui banchi di scuola, l’atmosfera di quel mondo che i racconti dei nostri nonni ci ha tramandato, quando, nel mese appena entrato, i loro padri partivano con le greggi verso la Puglia, camminando per giorni lungo “ il tratturo antico “.

Odori, sapori, voci e rumori settembrini sembrano sprigionarsi da ogni parola. Una malinconia infinitamente dolce sgorga dalla penna del poeta, che quasi accarezza da lontano la sua terra madre.

Sembra di vedere la scena, a San Pietro della Jenca, a Chiarino, a Campo Imperatore, o nelle montagne della Maiella, in quei luoghi dell’anima che la memoria ha custodito. Nell’aria frizzante del mattino, ecco i pastori con il cappello, il mantello, anzi “la mantella’’ , il tascapane rifornito dalle donne di casa a tracolla, e le fanciulle in fiore che salutano il papà che si accinge a partire con il bastone per compagno; mentre i cani abbaiano a lungo prima di correre in aiuto al padrone.

E, finalmente, ecco il fiume di lana che inizia a scorrere, tra il belato delle pecore e i fischi ritmati dei pastori.

La transumanza: vera epopea ! Meriterebbe che ci si scrivesse un romanzo. Chissà…

Gabriele D’Annunzio, illustre conterraneo d’Abruzzo, è senza dubbio un grande poeta. Lo riconosce anche Benedetto Croce, che pure non lo ama. In un saggio a lui dedicato in uno dei primi numeri di “La Critica”, agli inizi del secolo scorso, così si esprime : “Il poeta c’è, a volte manca l’uomo’’. 

Si possono disapprovare certe sue scelte, tanto nella vita privata quanto nella vita pubblica, ma non si può non riconoscere che la poesia è l’essenza stessa della sua vita, che cercò di costruire sul modello di un’opera d’arte. 

Originale modello di “dandy’’italiano, anela ad incarnare ciò che Oscar Wilde scriveva di sé: «Feci dell’arte una filosofia, e della filosofia un’arte». E’ sempre opportuno tener separate arte, politica e morale quando si giudica un’artista del calibro di D’Annunzio, se non si vuol correre il rischio di rendere un cattivo servigio all’arte, alla politica e, in ultima analisi, alla morale stessa.

Gabriele D’Annunzio è poeta sempre, non solo quando compone versi, ma anche quando parla, quando passeggia, quando corrisponde con un amico, quando scrive ad una donna, quando scava nel significato delle parole per cavarne suoni nuovi. La poesia, che affonda le sue radici in quella  regione misteriosa dello spirito dove la parola si fonde con l’essenza stessa delle cose, è per lui una religione di cui si sente sacerdote. Ad Andrea Sperelli, il protagonista del suo primo romanzo, “Il piacere’’, mette in bocca queste parole, attinte da una sua precedente lirica:

« O poeta, divina è la parola; 

nella pura Bellezza 

il ciel ripose ogni letizia; 

e il verso è tutto ». 

Al grande pescarese va, non ultimo, il merito di aver rinnovato, insieme a Giovanni Pascoli, il linguaggio stesso della poesia italiana.

Poeta sempre, si diceva, in pace e in guerra, nel beffardo volo su Vienna e al comando dell’impresa fiumana : poeta della patria. 

Ci si potrebbe azzardare a dire, se la cosa non suonasse un po’ cinica, che per lui andare in guerra è un modo per fare poesia con altri mezzi: il poeta-soldato è un poeta che veste i panni del soldato. C’è un episodio poco noto della sua avventura militare, quando, imbattendosi al fronte in un soldato del quale riconobbe l’accento abruzzese, ebbe con lui il seguente colloquio (che riferisco così come ricordo), in dialetto, in quella lingua che sa andare diritta alle cose, senza tanti giri di parole :

– Ma si abbruzzés tu ? (Sei abruzzese tu?)

– Scì, e tu chi sì ? (Sì, e tu chi sei?)

– So’ Gabriele D’Annunzio (Sono Gabriele D’Annunzio)

– Ah…si D’Annùnzie, e che stì ffà ècch ? (Ah…sei D’annunzio, e cosa stai    facendo qui?

– Quéll che stì ffà tu…(Quello che stai facendo tu…)

– Stàtt accòrt, ka ècch s’ mòr…(Stai attento, che qui si muore)

– Statt accort pur tu…(Stai attento pure tu…)

– Eh…ma s’ mòr ji n’ succéd nnént, ma s’ t’ mor tu, chi gl’arfà ùn’ cumm’a ti ? (Se muoio io non succede niente, ma se muori tu, chi lo rifa uno come te ?).

Stupendo! Si stenta a capire chi tra i due è il vero poeta in questo inedito dialogo, se il Vate già celebre o l’oscuro fante incolto ma perfettamente in grado di cogliere il valore dell’arte.

E che dire di quest’altro scambio di parole, questa volta in perfetta lingua letteraria, che giusto un secolo fa si svolse tra il poeta-soldato e un ufficiale italiano che comandava la truppa incaricata di bloccare al confine l’esercito “ribelle” che avanzava verso Fiume?

– Chi va la! Di qui non si passa!- , grida l’ufficiale. Si fa allora avanti il comandante-poeta e grida a nome di tutti i suoi uomini:

– Siamo italiani anche noi! Ecco i nostri petti: viva l’Italia!

Un fremito di sacro patriottismo percorre tutti i cuori, dall’una parte all’altra; le armi si abbassano, e ai dannunziani si schiude la strada per Fiume. Fanno il loro ingresso nella città tra un tripudio di bandiere tricolori. La popolazione, quasi tutta italiana, presto riversatasi nelle strade e nelle piazze, quasi fuori di sé per la gioia, abbraccia i soldati e inneggia al poeta che li guida. In quei memorabili momenti non c’è traccia di politica, c’è solo poesia allo stato puro: Fiume anela a ricongiungersi alla madre-patria, cosa che avverrà qualche anno dopo.  

Gabriele D’Annunzio, a poco più di ottant’anni dalla morte e a un secolo dall’impresa di Fiume: un gigante della letteratura italiana nato e cresciuto sotto il cielo del nostro magico Abruzzo.

di Giuseppe Lalli

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