Avezzano – Nella giornata di ieri la giornalista e autrice Francesca Fialdini ha presentato al Teatro dei Marsi di Avezzano il suo ultimo libro, “Come Fossi Una Bambola”. Successivamente all’evento, organizzato e diretto da Fra Emiliano Antenucci, rettore del Santuario della Madonna del Silenzio, ha risposto ad alcune nostre domande.
L’INTERVISTA
Come mai hai scritto questo libro, “Come fossi una bambola”, e che cosa volevi comunicare?
Raccontando casi di violenza di genere contro le donne molto spesso mi trovo di fronte a delle domande che si ripetono. Perché è rimasta, perché non se n’è andata prima, perché non si è messa in salvo. Forse perché non sappiamo riconoscere segnali che ci parlano di manipolazione emotiva del linguaggio; alle volte scambiamo quella che può essere considerata una dichiarazione d’amore per un amore assoluto e invece, in realtà, ci stanno dicendo tra le righe: guarda, io voglio da te soltanto una relazione che vada a pagare il mio bisogno.
Ecco, molto spesso i ragazzi si trovano di fronte a un’analfabetizzazione emotiva e anche dei sentimenti. Quindi ho pensato che fosse urgente imparare, grazie anche al supporto di specialisti che si occupano di psicoterapia e che lavorano con donne e con uomini che soffrono di dipendenza affettiva, a riconoscere qual è la dinamica di una relazione che abbiamo genericamente definito tossica, anche se a me l’aggettivo “tossico” per quanto riguarda le relazioni non piace, ma rende benissimo l’idea di quale tipo di sofferenza si vada poi ad affrontare.
Come mai hai scelto di raccontare la storia di cinque ragazze?
Sono casi clinici, quindi sono tutti casi veri. Io li ho romanzati per renderli un pochino più facili da leggere, ma sono tutti casi veri. Sono casi che riguardano soprattutto le donne, perché mi volevo concentrare anche su quelle sfumature culturali che condizionano ancora il mondo delle donne.
Questo non significa che gli uomini non soffrano di dipendenza affettiva, magari saranno materia del prossimo libro. Però è vero che magari a voi (uomini) insegnano a non piangere. Vi dicono: i veri uomini non piangono mai, no? Quante volte abbiamo sentito questa frase, ripetercela magari dai nonni, magari dai nostri papà, perché a loro volta gli hanno insegnato che gli uomini non devono mostrarsi mai fragili o vulnerabili. Beh, sbagliato. Bisogna imparare a emozionarci e anche a manifestare le nostre emozioni. Questo è un libro che parla anche del valore delle emozioni, per metterle al centro.
Oggi spesso si parla di un’escalation di violenza contro le donne. C’è veramente un’escalation oppure è una cosa che prima magari c’era che però non faceva notizia oppure era più sottovalutata?
Non c’è un’escalation, c’è un dato costante. E noi dovremmo allarmarci per il fatto che non scende e che la percentuale rimanga sempre la stessa, altissima.
In Italia il delitto d’onore è stato riconosciuto soltanto nel 1980-81, grazie al coraggio di una donna, Franca Viola, che per la prima volta è riuscita a spezzare un clima di omertà. Prima, se la donna veniva tradita, picchiata e abusata, veniva anche colpevolizzata: era lei a passare dalla parte del torto.
Oggi, per fortuna, abbiamo maturato una coscienza collettiva diversa, ma questo non significa che sia ancora cambiato il costume, il linguaggio e l’educazione che riceviamo, che molto spesso ci vuole relegare in dei ruoli. Non viste come persone che hanno dei desideri e per questo valgono, a prescindere dal ruolo che recitano in società.
Tendenzialmente alla donna si insegnava a essere soprattutto madre e moglie e in questo c’era una via di realizzazione agli occhi della società. Quando deviavi da questo percorso, venivi marginalizzata, additata, giudicata, considerata magari una poco di buono. E tante donne si sono sentite dire questo nella vita, anche se non erano affatto delle poco di buono.
Ecco, finché persiste una cultura che in questo senso ha dei contorni patriarcali ancora molto forti, continuerà ad esistere una forma di violenza, o psicologica o fisica, perché le donne si metteranno sempre in una condizione di subalternità.
Anche in passato hai raccontato storie di persone/categorie che politicamente o socialmente erano considerate delle minoranze. Adesso stiamo parlando anche delle donne, anche se demograficamente non lo sono
I giovani! I giovani sono i grandi dimenticati della storia.
Cito anche un altro tuo libro, “Storia di un venditore di accendini”. Come mai queste persone subiscono comunque un odio costante?
Perché in quel libro parlavo di una storia di migrazione, di immigrati, ma in realtà finché persistono i pregiudizi e non proviamo a metterli in discussione, persisterà anche una campagna d’odio e di propaganda, molto spesso utilizzata anche politicamente in campagna elettorale, per dividere la comunità.
È più facile comandare quando dividi le persone, è più difficile tenerle unite. Allora il nostro lavoro, per chi fa il mio mestiere, è proprio quello di riuscire a scardinare i pregiudizi.
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