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Elezioni Avezzano, confronto con Piergiorgio Apolloni, uomo dell'acciaio. Una grande tempra e molto buon senso, in squadra con Gianni Di Pangrazio

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Elezioni Avezzano, confronto con Piergiorgio Apolloni, uomo dell’acciaio. Una grande tempra e molto buon senso, in squadra con Gianni Di Pangrazio

AvezzanoPiergiorgio Apolloni è stato per moltissimi anni dirigente ed è tuttora consulente, nel mondo dell’industria siderurgica. È quel che si direbbe, un uomo temprato dall’esperienza ma mai pago di nuove esperienze. Apolloni è anche un uomo di grande spirito perché, nel presentarsi come uomo del ferro, non lesina un pizzico di autoironia quando si definisce un po’ arrugginito dopo 45 anni trascorsi nel commerciale, dove per sopravvivere e competere, devi per forza essere temprato come l’acciaio che compri e vendi sui mercati di mezzo mondo.

Il suo profilo di manager, quale contributo può portare alla coalizione di Gianni Di Pangrazio?

«Al di là delle linee guida del programma il campo che più mi sta a cuore e che ritengo determinante come pre condizione per poter mettere in moto tutto il resto è il lavoro. Il lavoro crea denaro e il denaro fa girare l’economia, è il carburante che tiene acceso il motore. Spererei di riuscire a utilizzare tutti gli strumenti possibili immaginabili, attraverso le leggi e le misure economiche che saranno varate in sede europea, per rilanciare il mercato del lavoro nella nostra area.»

Quale tipo di esperienza diretta, nello specifico, potrà esserle d’aiuto nell’eventuale veste di amministratore pubblico?

«Nella mia lunga esperienza, anche su scenari esteri, ho assistito in questi ultimi anni, a una notevole spinta alla delocalizzazione, soprattutto nella filiera che riguarda la trasformazione dei prodotti. L’attrattività di certe aree del pianeta, non necessariamente quelle del terzo mondo – pensiamo alle civilissime Olanda e Irlanda, tanto per rimanere in Europa – non scaturisce più dal basso costo della manodopera, ma dalle incentivazioni di natura fiscale, da una burocrazia snella e da servizi pubblici, che vengono offerti quasi gratuitamente a chi impianta nuovi insediamenti industriali. La conseguente creazione di posti di lavoro non può che portare benessere al territorio.»

Sembrerebbe l’uovo di Colombo!

«Guardi, sulla tassazione generale, un ente può fare ben poco, ma può intervenire sulla fiscalità di propria competenza, può agevolare forme di approvvigionamento energetico nel contesto delle rinnovabili per ottimizzare i costi delle aziende, e farlo di concerto con le altre istituzioni. Possono essere messe in campo tutta una serie di iniziative per favorire il mondo dell’industria, chiedendo come contropartita lavoro per i marsicani, per gli avezzanesi. Sia ben chiaro, il tutto ha senso, se si parte da un’analisi oggettiva del mondo del lavoro. Evidentemente, prima vanno accertate le competenze e le professionalità che il territorio esprime, poi, sulla base dei dati raccolti, vanno individuati i comparti industriali da incentivare per favorire l’impiego delle professionalità presenti sul territorio.»

Quando in Marsica arrivò la Texas Instruments, qualcuno pensò che il Fucino sarebbe diventata una sorta di Silicon Valley in salsa Abruzzese, invece dopo una trentina d’anni, nulla di tutto questo è accaduto. Cosa è mancato secondo lei?

«Pensi, che tutto l’acciaio fornito a Texas per realizzare il sito industriale fu fornito da Presider. La storia la conosco benissimo. Una società manifatturiera che fa ingegneria, ricerca, tanto per intenderci, ha una distribuzione del personale normalmente per un 25% sul livello impiegatizio e per il 75% sulla filiera della produzione effettiva. La situazione di Texas prima, di Micron dopo e di LFoundry oggi è esattamente il contrario. Tutto ciò è da matti! Ecco perché a lungo andare non può funzionare.»

Come vede il futuro del Nucleo Industriale di Avezzano, e di riflesso, il futuro della città.

«Ribadisco ciò che ho già affermato. In pratica vaglierei un gran numero di aziende potenzialmente in grado di impiantare attività nel nostro nucleo, in funzione delle professionalità e della manodopera che possiamo offrire.»

Ciò pone anche un tema inerente la formazione dei giovani.

«Certamente sì. Una formazione mirata è la condizione per poter offrire alle aziende le professionalità di cui hanno bisogno.»

Secondo lei c’è spazio nell’ambito della trasformazione industriale dei prodotti dell’agricoltura?

«Senz’altro sì. Credo che da noi, solo una piccola parte della produzione agroalimentare destinata alla trasformazione venga lavorata sul territorio. Solo da pochi anni, qualcuno ha iniziato ad occuparsi di trasformare il prodotto agricolo in loco.»

Le risorse che potranno derivare da strumenti come il Recovery Found, saranno determinanti in questo settore, che fra l’altro si sposa con la così detta economia green.

«Certamente! Anzi, aggiungerei il turismo collegato all’ambiente e alla cultura. Abbiamo tante di quei siti archeologici da mostrare che ci potremmo inventare di tutto.»

Un altro tema che vorrei sottoporle, visto che si è sempre occupato di acciaio, è quello della logistica, e in particolare del trasporto su ferro. Puntualmente si torna a parlare di ferrovia veloce, come volano di sviluppo di Avezzano, città baricentrica fra Roma e Pescara. È solo un argomento da campagna elettorale?

«Mi piace partire dai dati oggettivi. Occorre capire i numeri che sono in ballo. Quante persone utilizzano il mezzo e qual è la quantità di merce che viaggia sulla tratta, per dire, velocizziamo oppure no. È sempre un calcolo di natura economica e valutazione di costi benefici.»

Però c’è da considerare che ottimizzare un’infrastruttura, abbattendo i tempi di percorrenza di un 40% potrebbe indurre molti a rimodulare la propria vita, preferendo venire a vivere in Marsica, da dove, con appena 40 minuti di treno, sarebbe possibile essere la mattina in ufficio a Roma.

«Benissimo! Ma bisogna prima tirare fuori uno studio che ci dice che 10.000 famiglie, tanto per buttare giù un numero, potrebbero venire a vivere ad Avezzano se potessero contare su un servizio di trasporto del genere appena descritto.»

Come se la immagina Avezzano, per essere una città a misura d’uomo, e cosa le manca per poterlo diventare?

«Bella domanda. Sembra semplice ma non lo è. A me piace il movimento, più gente c’è meglio è, sia per lo spirito che per il commercio. Se parliamo di questo particolare momento che stiamo vivendo è un po’ un problema rispondere. In condizioni normali direi che spingerei moltissimo sul movimento inteso come varietà di offerta. Cultura, spettacoli, eventi che poi muovono naturalmente l’indotto della ristorazione e della ricettività. Questo è un altro comparto dove bisogna investire, ma non possiamo fare a meno di tornare al discorso iniziale, ovvero tutto funziona bene se c’è occupazione e lavoro. Il che vuol dire pesare meno sullo Stato, perché non c’è cassa integrazione da pagare né altre forme di sussidio da distribuire. Molto meglio una piccola occupazione per tutti che spargere denaro a pioggia come si fa oggi.»

Alcune coalizioni vostre avversarie stanno evidenziando un’attenzione verso le periferie di Avezzano che, a loro dire, sarebbero abbandonate a se stesse. Qual è la sua idea in merito.

«La cosa mi lascia un po’ perplesso. Cosa vuol dire periferia in una cittadina di poco più di 40.000 abitanti? Avezzano è una città con diversi rioni, uno più bello dell’altro. Ognuno con le sue particolarità.»

Pensa che il tema delle periferie risenta della matrice ideologica di certi partiti che lo sventolano allo stesso modo con cui lo fanno sui migranti?

«È evidente che la questione migranti risenta di un’ideologia politica che spesso ne enfatizza gli aspetti meno nobili sfuggendo il senso del problema. Qui si tratta di gestire queste persone. Credo che la gestione potrebbe essere fatta in maniera più tranquilla, distinguendo i regolari dagli irregolari. Si pone una questione di controllo che non è secondaria in termini di sicurezza, perché quando hai a che fare con gli irregolari, non li conosci, non sai chi sono.»

Ce la farete al primo turno o si andrà al ballottaggio?

«La risposta sarebbe ovvia, ma non la dico, tuttavia analizzando le nostre otto liste, e lavorando per bene, credo ce la potremmo fare.»

Nella scorsa tornata, il ballottaggio fu nefasto per Di Pangrazio, ma alla fine, l’anatra zoppa non portò bene nemmeno a De Angelis.

«Il ballottaggio potrà anche esserci, perché la speranza è una cosa, la realtà un’altra, ma sicuramente, nel caso si dovesse andare al ballottaggio, non verrebbero commessi gli stessi errori dell’altra volta. Dagli errori fatti, si impara sempre, e inoltre oggi, sento una determinazione diversa e molta più convinzione.»

Mi pare una buona conclusione e un buon viatico per la sua campagna elettorale.

«Grazie.»

 

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