E venne la “Guerra Sociale” o Marsa



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Da Tommaso Brogi , nella “La Marsica antica, medioevale e fino all’abolizione dei feudi“, mi corre l’obbligo di rendere leggibili e citare alcuni passaggi: “E’ nell’ anno 346 dalla fondazione di Roma che per la prima volta troviamo fatto cenno della Marsica nella storia romana in occasione della guerra volsca-romana, in cui Livio racconta che il dittatore Publio Cornelio vittorioso assaltò ed espugnò un castello presso il lago Fucino, portandone via tremila uomini. Tutti gli scrittori convengono, che questo Castello, situato nella valle del Liri, essendo qui l’unica via che dai Volsci mena al lago, apparteneva ai Marsi. Il De Santis, lo riconosce nell’attuale Civitella Roveto.

A siffatta violazione di territorio non è risaputo quale contegno prendessero i Marsi.

Dopo sessantotto anni, cioè nel 341 a.c., lo stesso Livio ci informa che due distaccamenti di milizie romane attraversarono i territori dei Marsi e dei Peligni per congiungersi con l’ esercito diretto a Cappa contro i Sanniti.

E nell’anno 323 a.c., sappiamo da Livio stesso, che i soldati romani passarono nuovamente per quei territori in occasione della guerra, che Roma mosse ai Vestini per essersi collegati- coi Sanniti.

Da questi pacifici passaggi i più hanno dedotto, che i Marsi erano confederati con Roma non solamente in quel tempo, ma anche più avanti, in quanto le loro coorti combatterono a fianco delle legioni finanche nelle guerre di Fidene e di Veio; ed in appoggio di questa affermazione  è valida la notizia dataci da Livio, il quale narrando che i Sanniti (an. Roma 439) assediarono e s’impadronirono a viva forza di Plistia, soggiunge, che era alleata dei Romani: — è noto che Plistia o Plestinia era dei Marsi — . Ma, il passo di Livio non prova più di quello che dice; cioè, d’una alleanza esistita nella seconda guerra sannitica e non oltre”.

E venne la “Guerra Sociale” o Marsa

A spiegare poi quei pacifici passaggi e l’alleanza suddetta non è errato, se si riguardano le contingenze politiche di quei tempi.’ Il principale e grande avvenimento, che allora si andava svolgendo, era l’espansione sannitica: unica causa, che produsse le terribili guerre sannite-romane. Da questa espansione i Marsi e i Peligni già danneggiati, e temendo con fondamento di venire sopraffatti come era successo ad altri, è naturale che vedessero di buon grado l’uscita in campo dei Romani e che per conseguenza nel detto anno 341 a.c.. — prima guerra sannitica — consentissero al passaggio per le loro terre di milizie, che andavano a combattere il comune nemico, ed una preponderanza romana non si sospettava in quel momento, . La guerra si chiuse nell’anno appresso, e durò soli due anni.

Come poi i Marsi e i Peligni per questa loro benevolenza verso i Romani avessero risolto con i Sanniti, la storia non ce lo dice.

Nell’anno 325 a.c. nacque la seconda guerra sannitica, che fu assai lunga, essendo durata ben ventidue anni. Nel 323 a.c. i Vestini si collegarono coi Sanniti; i Romani dovevano a questo punto dichiarare loro guerra. Ma racconta Livio che il senato ne stette in forse, ne discusse lungamente, temendo di crearsi nemici i Marsi, i Peligni e i Marrucini; ma che l’audacia prevalse, e la guerra fu dichiarata. Dal che è chiaro, che quei popoli non erano alleati dei Romani, ma rimasero indifferenti, ed è così, che anche questa volta i Marsi e i Peligni non s’opposero al passaggio delle milizie romane.

Nel 320 a.c. avvenne il celebre disastro ai Romani presso Gaudio, detto delle Forche Caudine; ciò dovette particolarmente spaventare i Marsi, i quali più degli altri avevano da temere le vendette dei Sanniti, la loro posizione era abbastanza compromessa, non era più il caso di starsene neutrali e perciò si unirono apertamente ai Romani. Ecco, di genesi, non può esservene altra, dell’alleanza, da Livio fattaci conoscere nel citato passo dell’ assedio ed espugnazione di Plistia nell’anno 314 a.c..

La guerra proseguì accanitamente: la buona fortuna si volse a Roma, e la strepitosa impresa di Luceria (an. 443) segnò non lontano un pieno trionfo. I popoli italiani, che erano stati sino allora sospesi a rimirare la terribile lotta, previdero una preponderanza romana, si scossero, e per i primi in quell’anno stesso gli Etruschi e gli Umbri si collegarono coi Sanniti; poco appresso vi s’unirono i Frentani e i Marrucini, e defezionarono i Marsi e i Peligni. Fu questo un momento dei più gravi per Roma ; ma i suoi felici destini dovevano compiersi. Gli Etruschi e gli Umbri furono debellati nell’anno 309 a.c. dal console Q. Fabio Rulliano nel lago Vadimone. I Marsi furono battuti dallo stesso console, aggiungendo Livio che questa fu la prima volta che combatterono contro i Romani. I Peligni ebbero la stessa sorte. Nel Sannio si combatteva con varia fortuna; onde il senato nominò a dittatore L. Papirio Cursore. Questo valente e prode capitano colla splendida Vittoria della Longola assicurò le sorti della guerra.

Se non che, nell’anno 305 a.c. gli Ernici e gli Equi, che sotto mano aveano dato soccorsi ai Sanniti, presentendo la vendetta di Roma, sorsero risoluti ad affrontarla. Allora i Marsi, i Peligni, i Marrucini, ì Frentani e i Sanniti rianimatisi, raccolte forze più che potettero, ribatterono il campo. Ma in breve gli Ernici sottomessi, i Sanniti di nuovo debellati, gli Equi distrutti ad esempio altrui, i Marsi e tutti gli altri battuti e dispersi. Di tal modo nell’ anno 303 a.c. ebbe fine la seconda guerra sannitica, e Roma ebbe la gloria di vedere alle sue porte giungere gli oratori dei popoli vinti a chiedere la pace.

Il senato non tutti trattò allo stesso modo, e per dire soltanto dei Marsi, questi nello stesso anno 450 di Roma ottennero un foedus non aequum; un’alleanza, cioè, colla supremazia di Roma.

Nel 301, quando ancora freschi erano gli allori, che delle riportate vittorie cingevano la fronte di questa città fatale, i Marsi e gli Etruschi contemporaneamente si sollevarono. Non risulta che siffatta mossa fosse di concerto. Un tanto ardire da parte dei Marsi, piccolo popolo, contro una potenza formidabile fa veramente stupire. La storia non ci dice il motivo, che a tal passo li spinse; forse la violata fede, forse un eccesso di supremazia, forse il dolore della perduta indipendenza, il disinganno per servigi prestati, la memoria dell’antico valore, che chè ne sia, la loro sollevazione dovette essere ben seria; poiché accenna Livio che gettò il terrore in Roma. Infatti, il senato, come usava nei supremi momenti, nominò un dittatore, M. Valerio Massimo. I Marsi, dice Livio, occuparono il Carsolano;  cosa, che non sarebbe stata possibile, se prima, non avessero rese impotenti le colonie di Albe e di Carsoli. Veloce il dittatore accorse ad arrestarli e presentò loro battaglia,  li sconfisse, li inseguì nei luoghi forti di Fresilia, Milonia e Plistinia, che espugnò e distrusse.

La guerra di Milonia

(Milonia, detta anche Milionia, era un’antica città marsa diventata municipio romano in epoca repubblicana e inclusa in epoca augustea nella regio IV Samnium. Corrisponde alla contemporanea città di Ortona dei Marsi,. Nella contrada Casale di Colle Cavallo, località situata a nord-ovest dei contemporanei borghi di Cesoli (noto in antichità con il nome di Cesulae e chiamato nel medioevo anche Cesule o Cesulis) e Rivoli, prossimi all’area di Ortona, era collocata l’antica fortezza marsa di Milonia, dove ci sono i resti delle tombe e parti della cinta muraria dell’antica fortificazione. Il nome originario della città fortificata era Milionia che nel corso dei secoli è mutato in Melogne. )

La pace del 304 a.C., più che una vera pace, fu piuttosto una tregua per riprendere fiato. Il Momsen scrive: “La generosa nazione sannita si rendeva conto che la pace, così com’era stata segnata, era più rovinosa delle più rovinose delle guerre sfortunate”, e, pertanto, ricominciarono le ostilità.

I Marsi furono alleati ai Sanniti e nel 301 a.C. (451 dalla fondazione di Roma) mossero guerra a Roma ed attaccarono Carseoli (Carsoli), presieduta da 4.000 uomini. li dittatore Marco Valerio Massimo sconfisse gli insorti e li respinse nei loro territori. Conquistò poi Alba Fucens e Cerfegna (Collarmele), costringendo i Marsi a ritirarsi nei loro estremi confini entro le città fortificate di Milionia, Prestilia e Fresilia. I Romani assediarono Milionia che subì una prima distruzione, da cui però si riebbe subito.

Ritroviamo così i Marsi in questo periodo (295-294 a.C. – 457-458 di Roma) di nuovo alleati dei Sanniti contro Roma.

Gli scontri continuavano ed i Romani si accorsero della manovra sannita con gli Etruschi si armarono di due eserciti. Uno di questi si accampò presso Sora nella Campania, proprio a stretto contatto con l’avversario. I Sanniti con un abile colpo di mano, favoriti dalla nebbia, attaccarono di sorpresa il campo romano e fecero una strage spaventosa, uccidendo lo stesso pretore Lucio Opimo Pansa. I Romani reagirono e cacciarono i nemici fuori dell’accampamento. Dopo altri scontri,i Sanniti si ritirarono nella Marsica, dove c’erano città fortificate ed un popolo amico. Qui la città, che maggiormente si prestasse ad una difesa energica, era Milionia (Ortona dei Marsi), sulla riva Sud-Est dei lago Fucino, ed in essa i Sanniti si apprestarono a ricevere l’assedio dei Romani, che li inseguivano, condotti dal console Lucio Postumio Megello.

Postumio cercò in un primo tempo di impossessarsi con la forza di Milionia. Poi, vedendo che questa tattica non dava grossi risultati, ricorse a dispositivi d’assedio e alla fine riuscì a conquistarla appoggiando vigne alle mura. Lì, nonostante la città fosse già occupata, si continuò a combattere in tutti i settori dalle dieci fino quasi alle due del pomeriggio, e l’esito fu a lungo incerto; ma alla fine i Romani si impadronirono della cittadella. I Sanniti uccisi furono 3.200, quelli fatti prigionieri 4.700. L’esercito fu poi condotto a Feritro, (centro fortificato marso di Feritrum, posto all’imbocco di Forca Caruso, la medievale Furca Ferrati),  i cui abitanti erano usciti di nascosto nel cuore della notte attraverso la porta opposta, portando con sé quanto poteva essere trasportato.

Di conseguenza il console, non appena arrivò nei pressi della città, cominciò ad avvicinarsi con l’esercito schierato e pronto a sostenere una battaglia simile a quella affrontata a Milionia. In un secondo tempo, notando che in città regnava un profondo silenzio e vedendo che sulle torri e sulle mura non c’erano né armi né uomini, per non cadere incautamente in un tranello, trattenne i soldati che non vedevano l’ora di scalare le mura deserte, e ordinò a due squadroni di cavalieri latini di esplorare accuratamente tutta la cinta muraria. I cavalieri videro spalancate una porta e lì accanto un’altra nella stessa zona, e sulle vie che le attraversavano riconobbero le tracce della fuga notturna dei nemici. Cavalcarono poi con prudenza attraverso le porte, e si resero conto che le vie cittadine si potevano percorrere in assoluta tranquillità. Riferirono al console che la città era stata abbandonata, come era evidente dall’assenza di abitanti, dalle tracce recenti della fuga e dai cumuli di oggetti abbandonati alla rinfusa nel trambusto della notte. Ascoltato questo rapporto, il console guidò l’esercito verso la zona dove erano entrati i cavalieri latini. Fatte fermare le truppe non lontano dalla porta, ordinò a cinque cavalieri di entrare in città, predisponendo che dopo una limitata perlustrazione all’interno tre rimanessero in quello stesso punto (se tutto sembrava tranquillo), e due tornassero a riferire l’esito della missione. Quando i cinque rientrarono riferendo di essere arrivati fino a un punto da dove si poteva spingere lo sguardo in tutte le direzioni e di aver di là ovunque constatato solitudine e silenzio, il console ordinò subito ai reparti armati alla leggera di entrare in città, dando nel frattempo agli altri disposizione di fortificare l’accampamento. Entrati in città e abbattute le porte delle abitazioni, i soldati trovarono soltanto pochi vecchi e invalidi, insieme con le sole cose che, essendo troppo difficili da trasportare, erano state abbandonate. (http://www.arsbellica.it/pagine/battaglie_in_sintesi/Milonia_e_Feritro.html)

Da questo momento la sorte dei Marsi, fu definitivamente decisa: « sottostare, cioè, alla supremazia di Roma » . E bisogna pur dire, che la loro sottomissione fu sincera e leale; poiché per lungo tempo dettero prove luminosissime d’essere i più fedeli e forti alleati: così, ad esempio nella terza guerra sannitica ; così negl’infortuni di quella contro Pirro; così nell’invasione dei Galli, e non meno in quella dei Cartaginesi assai lunga e calamitosa. Si racconta che dopo la battaglia di Canne, disastrosissima ai Romani, mentre quasi tutti i popoli meridionali passarono dalla parte di Annibale, fra i pochissimi, che restarono fedeli a Roma, si annoverarono ì Marsi; e quando il senato decise la spedizione in Africa, molti fra Marsi, Peligni e Marrucini volontariamente si fecero volontari nell’armata. Questa loro fedele amicizia si dimostrò più che mai salda nelle due terribili escursioni che il condottiero cartaginese fece nel loro territorio: la prima, dopo la battaglia del Trasimeno (an: 537 – 217 a.c.),  ; la seconda tre anni dopo la battaglia di Canne, (an: 541 – 216 a.c.), e in ambedue, provò, ma inutilmente, d’impadronirsi di Albe, e tutta la contrada mise a ferro e fuoco, perchè ostile.

Non fu loro colpa, se poi questa lunga e sperimentata amicizia ebbe a spezzarsi per gli eccessi d’una supremazia smodata in modo che ne nacque una terribile guerra. Poiché mentre tutti i popoli italiani, fedeli al patto “ maiestatem populi romani comiter conservanto” , avevano contribuito con tutti i mezzi, ed anche più gravosamente, al conseguimento di tante meravigliose imprese compiute e in Africa, e nella Grecia, e in Asia e nell’Italia stessa, pur tuttavia la gloria e il frutto ne era stato quasi interamente raccolto, e se ne godeva solo una classe privilegiata, i cittadini romani, che formavano un piccolo popolo, poco più di 400 mila persone, comprese le colonie. Tutti gli altri italiani, esclusi dal ius Quiritium, erano tenuti in stato d’inferiorità, come gente diseredata:  dove onori defraudati, , interessi manomessi, servigi vilipesi, amor proprio offeso furono i motivi, che produssero in Italia un malcontento generale. Più volte si alzarono lamenti, si chiese l’emancipazione ; ma l’orgoglio, l’interesse d’una fazione potente e numerosa giunse sempre a soffocare i lamenti, a respingere le domande. (T. Brogi ne La Marsica antica)

 

Alba Fucens

Ed  Alba Fucens venne strappata dalle mani degli equi suoi abitanti nel 304 – 303 a.c.. Nel 303 divenne colonia latina sotto il consolato di Lucio Genucio e Servio Cornelio.

Essa fu conquistata dai Romani sul finire della seconda guerra sannitica. Prima apparteneva agli Equi, e lì ci fu condotta una colonia di circa 6.000 uomini. Siccome chiaramente fu costruita con i diritti del Lazio, fu detta colonia Latina. Strabone infatti chiama da più parti Alba città Latina.

Le colonie latine differivano dalle romane in ciò, che queste  ultime formate di cittadini romani, erano legate alla metropoli con tutti gli obblighi e i diritti da essa derivanti; le latine, formate ad immagine della confederazione coi Latini, avevano il ius Latti, cioè, i diritti quiritari, ma da questo momento Albe colle sue dipendenze si considerò distinta dai Marsi. Si crede da Appiano , che in questo tempo i Romani dessero alla città il nome Alba e che per distinguerne gli abitanti da quelli dell’altre città omonime li denominassero non Albani, ma Albenses. Altri autori la distinsero con  aggiunto Fucensis o Fucentis dalla vicinanza del lago Fucino.

Gli abitanti furono iscritti alla tribù Fabia. Questa città fu posizionata in modo molto strategico per collocarvi una colonia; posta sopra una collina, alta, scoscesa e cinta di forti mura, era inespugnabile: custodita poi da cittadini fedeli e affidata al valor marsicano, valse non solo a tenere in soggezione le circostanti regioni, ma vicina a Roma, fu considerata come un suo antemurale (Brogi la Marsica).

Infatti, nell’anno (541 anno di Roma), quando Annibale mosse verso  Roma, accorsero spontanei  duemila Albensi  alla difesa della madre patria.  Tale slancio patriottico viene così encomiato da Appiano . ln siffatta circostanza questa colonia fu la sola, che fra tutte le  altre mostrò verso i Romani grande fedeltà e prontezza d’animo, imitando così l’esempio dei Plateesi, quando in picciolo numero accorsero a Maratona a unirsi agli Ateniesi per affrontare insieme l’ imminente pericolo.

In questa città i Romani costruirono un orribile carcere per i rei di morte. Diodoro Siculo, ce ne dà la descrizione, raccapricciante,  che merita d’essere trascritta:” E cotesto carcere una caverna, scavata molto sotto terra, della grandezza di una camera da pranzo, capace al più di nove deschi, caliginosa, ammorbata dal gran ‘numero rinchiusovi dei rei di morte, dei quali allora la maggior parte vi si rinserrava. In un luogo pertanto che era strettissimo per i molti, che vi stavano, accadeva che, quei meschini trasandavano i loro corpi e diventavano come belve. E siccome gli alimenti e ogni altro bisogno della vita, tutto era nello stesso luogo cosi n’esalava un puzzo sì forte, che niuno di quelli, che vi accedevano, potava facilmente sopportarlo.”

Molti Re fatti prigionieri vi furono rinchiusi. Il primo fu Siface re dei Messisilì, rinchiusovi nell’anno 203 a.c.: fu messo fuori nel 200 a.c. per condurlo a Roma ad essere spettacolo del trionfo di P. Cornelio Scipione. Ma per i patimenti del carcere, ridotto a fin di vita, dovette sostare a Tivoli, dove morì : “così fu sottratto, dice Livio, più alla pubblica curiosità, che alla gloria del trionfatore “.

Il secondo fu Perseo re della Macedonia.

Questi,  fu incarcerato insieme alla moglie e i figliuoli, due maschi, Filippo, Alessandro, e una femmina, tutti e tre dì tenera età . “Essi non furono subito messi in carcere, ma furono condotti a Roma, per essere spettacolo al trionfo, che. si preparava, di L. Emilio Paolo il gran vincitore dell’ Oriente. Dice sempre il Brogi che: “Ecco al terzo giorno sfilare in mezzo a una folla fitta di spettatori i maggiorenti del regno conquistato ; appresso venire i tre figlioletti di Perseo, ignari della loro misera sorte, oggetto di pietà e di lacrime; ecco Perseo, vestito a lutto, carico di catene, pallido il volto, lo sguardo istupidito e al fianco la consorte con incesso abbattuto, ma nobilmente altero ; appresso i famigliari piangenti, e da ultimo il carro trionfale, montato da Paolo, anch’esso mesto, vestito a lutto per aver perduto cinque giorni innanzi un suo figliuolo. Ma se grande fu l’ allegrezza del popolo romano in mirare la splendidezza del trionfo, non meno grande .fu la compassione che gli eccitò la vista d’una illustre famiglia regale, ridotta a tanto misero stato e tanto duramente trattata. Il caso lacrimevole non potette non lasciare lunga memoria; non essendovi scrittore delle cose di Roma antica che non ne faccia distesa menzione. Ciò non fu tutto: l’infelice re coi figliuoli, correndo l’anno 587 di Roma, fu tradotto al duro carcere di Albe. Il senato ne voleva la morte: non ebbe il coraggio di decretarla; ma procurò conseguirla a via di sevizie e di maltrattamenti.”

Diodoro Siculo in un cenno dice che: “ passò (Perseo) in questa sofferentissima prigione sette giorni interi, implorando un tozzo di pane dagli altri carcerati, anch’essi sfiniti ,per il cibo misurato, che loro si dava. E costoro, sventurati al par di lui, presi da commiserazione, non senza lacrime, dividevano col meschino la parte del loro cibo. E inoltre, avutone permesso, gli presentavano a sua scelta un pugnale per trafiggersi, o un laccio per strangolarsi. Se non che, sembra, che niuna altra cosa sia tanto dolce ai miseri, quanto prolungare la vita, e attendere in mezzo alle sofferenze una degna morte. Ora in cotali estreme angustie avrebbe ben presto finito di vivere, se M. Emilio principe del senato, non avesse fatto in pubblica assemblea le più vive rimostranze, così che fu fatto passare in una stanza men dura, dove l’ infelice re si rinfrancò; ma anche qui non gli mancarono patimenti, che il condussero a morte. Imperocché per avere offeso i custodi, questi barbaramente gli inpedivano il sonno, e in questa specie crudelissima di supplizio in capo a due anni si morì “ .

La consorte gli premorì ; il figlio Filippo e la figliuola seguirono il padre poco dopò; l’altro figliuolo, il più pìccolo, Alessandro, secondo che dice Eutropio, si mise a lavorare in una fonderia a Roma,  v’imparò l’ arte di fondere in  rame, e in questa città morì, Zorara invece attesta che non si mosse da Albe, vivendo col misero stipendio di scrivano nella magistratura.

Il terzo re, rinchiuso e morto in questo orribile carcere, fu Bituito della regione degli Alverni, an .631 di Roma.

Nella guerra sociale, di cui i libri della storia di Livio disgraziatamente ci mancano, sappiamo dall’ Epitome che Albe fu assediata dagli alleati; ma poi non ci dice come l’assedio finì.

Per un periodo la città fu tenuta dai pompeiani  nella guerra di rivalità fra Cesare e Pompeo, poiché L. Comizio, com’è stato dinanzi riferito, vi lasciò una guarnigione di sei coorti sotto il comando del pretore L. Manlio. Ma quando ci fu la resa di Corfinio, con i prosperi successi di Cesare ed  il favore popolare della sua causa costrinsero Manlio, che li dentro non sì sentiva  sicuro, ad abbandonarla , ed  inseguito, una parte dei suoi soldati cadde nelle mani di Bivio Curio comandante della cavalleria cesarea, e l’altra parte dispersa venne al campo di Cesare, così Albe passò in potere di questi.

Quando morì Cesare, M. Antonio fu pretendente dell’ impero di Roma, e fra le principali preoccupazioni vi fu quella  di assicurarsi di Albe, dov’erano acquartierate due legioni di veterani, la Marzia e la Quarta, poste sotto il comando del suo fratello L. Antonio.

Si ritiene generalmente, che questa legione. Marzia fosse di Marsi, allegandosi da vari scrittori, che si son copiati l’un l’altro, che Cicerone la chiama legio Martia e non Marsia o Marsica. Infatti, non si poteva dir Marsica; perché soggiunge: «miài videtur divinitus ab eo deo traxisse nomen, a quo populum romanum generatum accepisse >>. E più sotto : « reclamztione vestrà factum Martialium (non Marsorum, come avrebbe dovuto dire se la legione era Marsica).

Ottaviano riunì presso Albe il suo esercito, che si formò delle due legioni Marzia e Quarta, di altre due di veterani, e una di reclute: ne scrisse al senato, il quale si congratulò con lui. Al cominciar di questa guerra, riferisce Plutarco , che avvennero diversi fenomeni  straordinari, fra cui quello che ad Albe una statua di marmo di Antonio molti giorni sudò  sangue malgrado che si tergesse: cosa, che fu giudicata di cattivo augurio per lui. (Appiani Op. cit. 1. 3 e. 45. — Ciceronis Philip. XIII, i 9. –  Philip. Ili, |§ 3. 15, IV, J 2. — ”Appiani Op. cit. e. 47. —  Vita di M. Antonio).

La Città di Albe era di assoluta importanza militare, ebbe anche fra le sue mura decoro e lustro, che distinguono propriamente le città. Dai ruderi rimasti si è riconosciuto che  ebbe pubbliche fontane, terme, teatro, anfiteatro e fra i templi furono celebri quelli di Giove e di Diana oltre ad Ercole. E noto che i luoghi, dove un giorno erano abitazioni, vie e piazze, ridotti poi ad agricoli , erano diventati, una cava di monete e di oggetti domestici. Nelle opere di scavo, si sono rinvenuti  molti oggetti consistenti in statuette, medaglie, monete, pietre dure, frammenti di cornici, frantumi di marmo lavorato, di mosaico, di statue, lapidi etc.etc.

E venne la “Guerra Sociale” o Marsa

(Ercole di Alba Fucens ora nel Museo Nazionale di Chieti)

Vi era un senato, com’è attestato da varie lapide, aveva i censori, come si desume da Livio; una magistratura municipale, di cui i quatuarviri e gli edili, com’ è provato dalla lapida sepolcrale di M. Marcio Giusto, illustrata dal Minicucci. infine si crede, che battesse anche moneta, essendovene di quelle che portano X epigrafe Alba.

Sorto l’impero, uguagliate le condizioni di tutti i paesi d’ Italia , uniti a Roma , come membri d’uno stesso corpo, cessò d’essere presidio della dominazione romana e tornò a far parte della Marsica, giusta il detto di Varrone, « Albenses sunt Marsorum > ; Non per questo discapitò ; anzi accrebbe il suo decoro e lustro, e sotto l’impero non fu men rinomata.

 

Ci avviciniamo alla Guerra Sociale o Marsa.

Alcune città marse erano presidiate dai Romani, infatti i Sanniti le conquistarono per mantenere libero il transito delle truppe Sannite pel la battaglia di Sentino nelle Marche.

Infatti, è solo dopo la vittoria di Sentino, nel 294, che Roma invia nella Marsica un esercito guidato dal console Lucio Postunio, che, provenendo da Sora, per la Valle Roveto, raggiunse i confini orientali dell’ager Marsorum e riconquistò con la forza, uccidendo 3200 Sanniti e facendone prigionieri 4700, l’importante cittа marsa di Milionia sulla Valle del Giovenco e il vicino centro fortificato di Feritrum (Livio, X, 34, 1-5), probabilmente riconoscibile sul colle di “La Giurlanda” di Pescina, posto a controllo della Forca Caruso (la medievale « Furca Ferrati ») in direzione del territorio peligno (Grossi 1990a, 332-333).

I Romani cominciano  con la loro costanza belligerante la conquista dei territori ad Est . Entrano nell’Abruzzo interno e creano dopo la conquista di Alba Fucens, una Colonia Militare proprio ad Alba. Si hanno i primi scontri con l’esercito Romano, fino all’assoggettamento delle popolazioni dell’interno Abruzzese per allargare successivamente quest’opera  di conquista a tutti i popoli Italici. Nello specifico, tralasciando i particolari delle conquiste romane ci occuperemo della Guerra Sociale.

I Marsi insieme agli altri popoli italici dell’interno dell’Abruzzo, una volta assoggettati al potere di Roma, collaborarono alla creazione dell’Impero, anzi sono di dominio pubblico il valore con le quali alcune lodi, ne raccontavano le eroiche imprese. Una per tutte ” NEC SINE  MARSIS NEC CONTRA  MARSOS TRIUMPHARI  POSSE”.

L’Abruzzo e l’Italia tutta, nell’ultimo secolo a.c., era organizzato in Tribù (Marsi, Sanniti, Peligni, Apuli, etc.). Roma, gli Umbri, gli Etruschi e la Magna Grecia  in città Stato.

I popoli che vivevano in tribù, ancora non avevano adottato un’economia schiavistica, infatti vi erano ancora forme collettive di utilizzazione e possedimento della terra, con piccole realtà di possessori terrieri ma non nel senso e nella tipologia di proprietà che conosciamo oggi.

Le tribù Fucensi, erano legate a Roma da trattati di alleanza, che contrariamente a quello che si è pensato, non prevedevano il versamento di tributi in denaro (infatti Roma batterà moneta solo alla fine del III secolo a.C.). Roma, dai suoi alleati pretendeva dei  regimi aristocratici che tenessero il popolo al loro posto e la fornitura di truppe e mezzi. Truppe e mezzi che spettava solo all’Urbe utilizzare, in quanto gli alleati (socii) cedevano ad essa ogni potere.

A questa particolare tassazione, non corrispondeva una parità di diritti. Anzi, Roma si ingeriva spesso nella vita delle comunità locali. Inoltre, i militari forniti dai Socii, venivano utilizzati per le missioni ed i combattimenti più aspri. A conferma, la maggior parte dei caduti delle missioni impossibili erano delle tribù dei Socii. Questo andazzo continuò per secoli, in forme sempre più accentuate. Sotto la cenere della quotidiana disperazione delle classi subalterne italiche covava quindi il malcontento.

Il grave errore dei romani fu di comportarsi con tanta arroganza e disprezzo, da estendere quest’odio anche a consistenti segmenti delle classi aristocratiche.

Infatti, negli ultimi 20′ anni del secondo secolo  a.c.,  il partito più popolare romano, cercò di combattere il latifondismo e di difendere la piccola proprietà agricola in crisi, ridistribuendo ampie fette dell’ager romanus.

Per comprendere meglio questo passaggio, dobbiamo sapere che Roma era a tutti gli effetti inizialmente, una citta Etrusca, e come gli etruschi, popolo culturalmente legato all’Oriente, sulle orme delle istituzioni della civiltà egizia, non concepivano la proprietà privata della terra.

Per questa terra che doveva essere dello Stato, nel momento in cui cominciò  a finire in grandi quantità  nelle mani dei privati aristocratici, i popolari cominciarono a tentare di toglierla ai Patrizi, e per questo motivo, iniziò una mattanza di chi aveva sobillato questi tentativi di espropriazione.  A causa di questa mattanza, l’attenzione si concentrò allora sull’ager romanus detenuto non da cittadini romani, ma, dalle aristocrazie italiche, senza diritti in quanto spesso senza cittadinanza romana.

Era il 91 a.c., e  i Socii di Roma cominciavano a mal digerire il fatto di non essere da Roma ancora stati riconosciuti come cittadini romani, con i relativi benefici., e  Piceni, Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Frentani, Irpini, Pompeiani, Venusini, Japigi, Lucani e Sanniti si uniscono in una formidabile alleanza politica, dandosi istituzioni comuni, alternative rispetto a quelle romane, e chiedendo a gran voce la cittadinanza romana.

In particolare, i Marsi, i più vicini a Roma, marciano pacificamente sulla capitale per presentare questa loro richiesta. Con stupore i Romani risposero negativamente e così i tempi furono maturi per una rivolta degli alleati italici contro Roma, e la lega che era stata costituita fra gli alleati a scopi politici si tramutò in una organizzazione militare.

Arriva il momento in cui, anche gli aristocratici non romani, stufi del potere di Roma; anziché ribellarsi contro Roma perché spogliati  della terra, si ribellano ad essa per diventare cittadini romani di pieno diritto, in modo tale da poter votare le leggi di Roma e da potersi difendere nei tribunali romani, e poter mantenere i propri diritti.

Alle calende di settembre del  91 a.C., nella Curia Hostilia, il tribuno della Plebe Marco Livio Druso parla al Senato di Roma in favore degli Italici, ingiustamente considerati cittadini di terza classe, inferiori sia ai Romani sia ai Latini: privi del diritto di partecipare alle riunioni politiche; sottoposti a tasse, ammende e maltrattamenti; obbligati a combattere le guerre di Roma finanziando le proprie truppe, ma senza poter sperare in giuste ricompense.

Dal consesso senatoriale si levano accuse di tradimento all’indirizzo del tribuno. Dopo una settimana, Druso torna a chiedere al Senato di concedere la cittadinanza agli Italici per scongiurare una disastrosa guerra civile. Alle none di ottobre, Quinto Popedio Silone, alla testa di due legioni marse, marcia lungo la Via Valeria, fino alle porte di Roma.

Al pontefice massimo Cneo Domizio Enobarbo, inviato dal Senato a chiedergli spiegazioni, Silone lancia la minaccia degli Italici di fare ricorso alla forza delle armi se Roma non concederà loro la cittadinanza. Avuta da Enobarbo la promessa che la cittadinanza sarebbe stata concessa senza bisogno di guerre, il nobile marso si allontana con il suo esercito. Nella successiva riunione del Senato, ascoltato il resoconto di Enobarbo, il console Lucio Martio Filippo prende la parola per rivelare di essere venuto in possesso della formula di un giuramento segreto degli Italici, di cui dà lettura:

“Giuro su Giove Ottimo Massimo, su Vesta, su Marte, su Sol Indiges, su Terra e Tellure, sugli dèi e sugli eroi che hanno dato origine al popolo dell’Italia e lo hanno assistito nelle lotte, che io considererò miei fratelli o nemici coloro che Marco Livio Druso considera suoi fratelli o nemici. Giuro che mi adopererò per il benessere e a beneficio di Marco Livio Druso e di tutti coloro che faranno questo giuramento, anche a costo di perdere la mia vita, i miei figli, i miei genitori e le mie proprietà.

Se, grazie alla legge di Marco Livio Druso, diventerò cittadino di Roma, giuro che adorerò Roma come mia unica nazione e che mi legherò a Marco Livio Druso come suo cliente.Mi impegno a trasferire questo giuramento al maggior numero possibile di altri Italici. Giuro fedelmente, nella consapevolezza che la mia fede porterà la giusta ricompensa. E, se mai rinnegherò questo giuramento, possano la mia vita, i miei figli, i miei genitori e le mie proprietà essermi tolti.Così sia. Così ho giurato!”

Druso, alla circostanziata accusa di tradire Roma per i propri interessi politici ed economici, ha un collasso.

Il giorno seguente, il tribuno torna in Senato per ribadire il fermo proposito di far acquisire la cittadinanza agli Italici e comunica che presenterà un’apposita legge all’Assemblea della Plebe. Pochi giorni più tardi, subito dopo aver presentato l’annunciata proposta di legge, Druso viene accoltellato a morte, nell’atrio della sua casa, da uno dei senatori che lo avevano accompagnato. A Marruvium, Quinto Poppedio Silone riceve la notizia dell’assassinio di Druso, suo fraterno amico e difensore degli Italici. Dirama, allora, l’ambasciata agli altri capi italici e li convoca a Corfinium  per una riunione.

Alcuni giorni dopo la tragica morte di Druso, nella città peligna, i capi italici decidono di muovere guerra a Roma ed eleggono Corfinium capitale della Lega Italica, conferendole il nuovo nome di “Italia”. Nominano il Senato Italico; decidono la coniazione di monete con la scritta osca “Vitelius” e l’equivalente latina “Italia”; eleggono consoli e strateghi per condurre la guerra contro Roma, uno di questi, il più valoroso fù Q. Poppedio Silone, ed a lui i confederati di Corfinio tributarono un pubblico trionfo per le sue gesta, tanto che alcune monete, coniate verosimilmente verso la metà dell’anno 90 a.C., recano sul rovescio la scena del giuramento con la scritta Q. SILO (Quintus Silo = Poppedio Silone), evidentemente in onore del condottiero marso, forse a celebrazione della sua vittoria su Cepione.

La guerra sociale (91 – 88 A.C.)

La Guerra Sociale o dei Socii, o ancora “Marsa”, fu la più grande e sanguinosa guerra mai combattuta sul suolo italiano prima dell’avvento delle armi da fuoco. Secondo alcune stime, provocò circa la metà delle vittime della Grande Guerra (300’000). Da questa  guerra, possiamo dire che nasce lo Stato romano inteso come organizzazione statale di tutta la penisola italiana; quella in cui, per la prima volta, un esercito scende in campo in nome dell’idea di Italia. Alla fine di essa, gli Italici, si troveranno in una condizione di pseudo indipendenza ed uguaglianza.

A conclusione della Guerra,Roma ne usci sconfitta sia nella politica che nella sua classe dirigente, infatti dopo due anni di tremende battaglie, l’orgogliosa città-stato dei patrizi si trasformò, volente o nolente, nella capitale di un’organizzazione ai cui vertici potevano ascendere cittadini di ogni parte d’Italia: dall’arpinate Cicerone, fino all’etrusco Mecenate, fino all’umbro-sabino imperatore Vespasiano.

Gli storici latini furono molto abili nel trasformare in sofferta vittoria questa sostanziale sconfitta. Eppure, che di sconfitta si sia trattato lo rivela un episodio emblematico: neanche il feroce tiranno Silla, che pure sterminerà i Sanniti, rei di essersi schierati qualche anno dopo a fianco del partito democratico nella guerra civile, avrà il coraggio di rimettere in discussione i diritti acquisiti dagli italiani. Cittadini romani saranno diventati e cittadini romani resteranno.

 

La guerra

91’ A.C. – La Lega Italica, predispose la sua sede a Corfinium, nel territorio dei Peligni. La città è stata ribattezzata Italia. Scelsero due consoli, dodici pretori e crearono un senato. I due consoli erano Poppaedous Silo, il leader Marsico e Papius Mutilus, il leader sannita.

Fra i pretori figurano: il marso Publio Vettio Scatone, il peligno Publio Presenteio, il marrucino Herio Asinio, i piceni Caio Vidacilio e Tito Erennio, il sannita Mario Egnatio, il vestino Tito Lafrenio, il frentano Caio Pontidio, l’apulo Lucio Afranio e il lucano Marco Lamponio.

Entrambe le parti hanno iniziato la guerra con eserciti di campo di circa 100.000 uomini, con più uomini a guardia delle loro comunità. Gli italiani furono in grado di mobilitare le forze che normalmente avrebbero combattuto per Roma, mentre i Romani avevano i loro cittadini, i loro alleati latini e quegli alleati italiani che rimanevano fedeli.

I primi passi di guerra si ebbero ad Ascoli Piceno nel 91 a.c., qui il pretore Caio Servilio venne a sapere di uno scambio di prigionieri fra gli Ascolani ed i popoli vicini e riuniti i cittadini in un teatro, li minacciò tentando di intimidirli con parole forti ed ostili. Il popolo si infiammò, assalì Servilio uccidendolo assieme al suo legato, successivamente, tutti i cittadini romani che si trovavano in città furono massacrati.

La rivolta di Ascoli era il segnale che gli altri italici stavano aspettando. Si formarono due gruppi di rivolta:

Il fronte settentrionale, capitanata da Marsi e Piceni, oltre ad altre tribù satelliti quali i Peligni e i Vestini. Il capo de Marsi era Quinto Pompedio Silone, già amico di Druso, quello dei Piceni Caio Iudacilio. Silone e i Marsi, durante il conflitto, capitanarono le operazioni militari di questo gruppo.
Il fronte meridionale, capitanata da Sanniti e Lucani, i cui capi erano rispettivamente Caio Papio Mutilo e Ponzio Telesino. Papio Mutilo e l’agguerrita tribù sannitica furono al comando delle operazioni militari nel sud.
90 a.C.

Secondo Appiano i Marsi, Peligni, Vestini e Marrucini dichiararono la guerra per primi. Questo pose la rivolta pericolosamente vicino a Roma –

Appiano citando gli eventi del 90 a. C. , inizia con una vittoria di Vettius Scato sul console Lucio Giulio Cesare, seguita dall’avvio di un assedio italiano di Aesernia. In questa fase gli italiani conquistarono  anche Venafrum (circa 20 miglia a sud-ovest di Aesernia), sconfiggendo Perpenna in un luogo sconosciuto e sconfiggendo Licinio Crasso vicino a Grumentum in Lucania nel sud dell’Italia.

Gaius Papius Mutilus prese Nola, conquistò Stabia, Surrentum e Salernum, saccheggiando l’area intorno a Nuceria, mentre a est Canusia, Venusia e buona parte della Puglia furono convinti ad unirsi agli italiani da Vidacilio.

I  Marsi – il console Publio Rutilio Lupus e il suo legato Gaio Mario furono attaccati da Vettius Scato sul Liri . Rutilio rifiutò di accettare il consiglio di Marius di addestrare le sue truppe e fu catturato e ucciso in un’imboscata. Marius ripristinò la situazione attaccando il campo di Scato, costringendolo a ritirarsi.Nessun nuovo console fu eletto e il comando dell’esercito di Rutilio fu diviso tra Q. Caepio e Marius. Caepio fu poi adescato in una trappola da Q. Poppedio Silo e ucciso con gran parte del suo esercito.

Tornato in Campania, Cesare aveva creato un nuovo esercito, ma perse la maggior parte di questa forza in un’imboscata in una gola rocciosa. Fuggì a Teanum , dove ricevette rinforzi, e si spostò a sud per cercare di sollevare l’assedio di Acerrae, che era ancora in attesa. Cesare e Papio Mutilus si accamparono l’uno vicino all’altro, ma nessuno dei due era disposto a rischiare una battaglia.

Appiano nel racconto, passa ad una vittoria importante per Marius e Silla sopra i Marsi, in una località senza nome da qualche parte nel territorio Marsicano. Si ipotizza un luogo verso i piani Palentini, più o meno  nei dintorni di un’altra poi famosissima battaglia fra Carlo D’angiò e Corradino  di Svevia.

L’attenzione di Appiano si sposta quindi a nord, verso il Picenum, dove i ribelli detenevano Asculum. Pompeo Strabone (padre di Pompeo il Grande), tentò di assediare la città, ma fu sconfitto da tre comandanti italiani sul Monte Falerno , da qualche parte a nord est, verso Firmum .  Pompeo inviò il suo legato Sulpicio per attaccare Lafrenius dal retro, Sulpicio fu in grado di bruciare il campo italiano e Lafrenius fu ucciso nella battaglia.  Gli italiani sopravvissuti fuggirono a sud verso Asculum e Pompeo assediò la città. Vidacilio, che era stato uno dei comandanti di Firmum e che era di Asculum, decise di provare a salvare la sua città natale. Riuscì a entrare in città alla testa di otto coorti (4.000 uomini), ma i suoi ordini per una sortita erano stati ignorati. Fu molto scoraggiato da ciò che trovò in città e, dopo aver ucciso i suoi avversari politici, si suicidò.

Appiano a questo punto  introduce due nuovi comandanti. Il primo è Sextus Caesar, uno dei consoli del 91 aC . A Sesto è attribuita la vittoria di oltre 20.000 italiani mentre stavano cambiando il campo, e poi muore di malattia mentre assedia Asculum. Fu sostituito da Gaio Baebius.  L’evento più importante dell’anno probabilmente arrivò in autunno, dopo che Lucio Cesare era tornato a Roma da Acerrae. Gli Etruschi e gli Umbri, che non avevano ancora aderito alla rivolta, stavano diventando sempre più agitati. Per impedire loro di ribellarsi, i Romani cedettero alle originali richieste italiane di cittadinanza. La Lex Iulia de Civitate Latinis Danda garantiva la cittadinanza romana a tutte le comunità latine e a tutte le comunità italiane che non avevano ancora aderito alla rivolta.

Il console romano cerca di trattare con P.V. Scatone, che gli sta muovendo contro. I due si incontrano e discutono sulla possibilità di mettere fine alle ostilità.

Cicerone, ricorderà l’episodio per dimostrare il rispetto esistente tra quei nemici:

” Il console Cneo Pompeo, in mia presenza, dato che ero nel suo esercito come recluta, venne a colloquio con P. Vettio Scatone, comandante dei Marsi, tra i due accampamenti; qua, invero, mi ricordo che venne da Roma per il colloquio lo stesso Sesto Pompeo, fratello del console, uomo colto e sapiente. Avendolo Scatone salutato, disse: “Come debbo chiamarti?”. E quello:”Per volontà ospite (hospes), per necessità nemico (hostis)”. C’era in quel colloquio parità. Non c’era sotto nessun timore, nessun sospetto, anche un odio normale. Infatti, i socii chiedevano non di strappare a noi la cittadinanza, ma di essere accolti in essa”.

I due non trovano un accordo. Avviene, quindi, lo scontro tra gli eserciti, nella valle del Tronto.

I Marsi subiscono una pesante sconfitta: lasciati circa cinquemila uomini sul terreno e molti prigionieri nelle mani dei Romani, gli scampati si rifugiano sui Monti della Laga, dove vengono decimati dalla fame e dal freddo. Fra i prigionieri c’è Publio Vettio Scatone, che (come racconta Seneca), pur di non comparire da vinto di fronte a Strabone, si fa pugnalare a morte da un suo schiavo, che poi, a sua volta, si toglie la vita.

89 a.C.

I consoli dell’89 a.C. furono Pompeo Strabone e Lucio Porcio Catone (lo zio di Catone il Giovane). All’inizio dell’anno Strabone era ancora impegnato nell’assedio di Asculum. Catone operò contro i Marsi nell’area ad est di Roma. Silla deteneva il comando principale in Campania, dove combatté contro i Sanniti.

La minaccia di guai tra gli Etruschi doveva essere abbastanza significativa, perché gli italiani sulla costa adriatica inviarono 15.000 uomini attraverso le montagne per cercare di assisterli. Pompeo Strabone intercettò questo esercito, ne uccise 5.000 e costrinse i sopravvissuti a ritirarsi attraverso le montagne.

All’inizio dell’anno Catone fu ucciso in una battaglia sul Lago Fucinus.

Appiano nel racconto passa poi alle attività di Silla in Campania e contro i Sanniti (che non elencheremo qui).

89-88 aC

La cronologia della guerra diventa ora un po ‘confusa. Appiano ci dice che Pompeo completò la conquista dei Marziani (Marsica), dei Marrucini (sulla costa adriatica intorno a Chieti in Abruzzo) e dei Vestini (nell’Abruzzo interno). Successivamente racconta delle battaglie in Puglia (Canne, Canusio, Canusium). La battaglia finale della guerra arrivò al fiume Teanus ,probabilmente anche in Puglia. L’esercito romano fu probabilmente comandato da Metello Pio, descritto come il successore di Cosconius come pretore, che sconfisse i rimanenti Sanniti. Poppaedous Silo fu ucciso nella battaglia.

La guerra sociale è un esempio quasi unico di guerra in cui la parte sconfitta ha ottenuto ciò che voleva. Gli alleati italiani acquisirono la cittadinanza romana, anche se i dettagli del loro nuovo status continuerebbero a causare problemi al resto della Repubblica.

Poppedio Silone

Corre l’obbligo di soffermarsi un attimo per dare i giusti Onori a Quinto Poppedio Silone nostro comandante.

Poppedio Silone nasce in una delle contrade dell’attuale paese di Ortona dei Marsi (a darne certezza che la patria di Silone fosse Ortona dei Marsi è stata la scoperta della tomba di famiglia di Silone). Poppedio, ebbe come compagno un altro valoroso condottiero degli eserciti italici nella Guerra Sociale e cioè P. Vezzio Scatone.

Iniziate le operazioni militari, il primo scontro fra gli Italici e i Romani si ebbe sulle rive dei Liri, dove i Romani subirono una sconfitta, che per la gravità fu paragonata addirittura alla disfatta di Canne. Nel “settore più a Nord (nella Marsica, presso Albe Fucens) intanto la situazione non era migliore, anzi i Romani subirono di nuovo uno scacco per opera di Poppedio Silone, che in quella circostanza mostrò astuzia e ardimento, più che valore militare, conducendo un’azione di inganno e di finzione” (Ludovico, op.cit..). L’avventato Cepione comandante dei Romani, cadde nel tranello e, seguendo Silone, penetrò in territorio marso. A un punto convenuto precedentemente l’audace Capo italico si sottrasse alla scorta romana, lanciò il suo grido di guerra e gli fecero eco diecimila soldati italici nascosti in agguato. Fu una strage per i Romani e perdette la vita lo stesso Cepione. A Silone i confederati di Corfinio tributarono un pub- blico trionfo per le sue gesta, tanto che alcune monete, coniate verosimilmente verso la metà dell’anno 90 a.C., recano sul rovescio la scena del giuramento con la scritta Q. SILO (Quintus Silo = Poppedio Silone). La guerra intanto continuava.

In questo periodo il conflitto fra la Confederazione Italica e Roma era caratterizzato da vicende alterne e, dopo qualche anno di lotta, non si avevano ancora né vinti né vincitori. Però gli Italici avevano inferto allo Stato romano un grave colpo, più che militare, di ordine economico e lesivo per la politica estera dell’Urbe.

Intanto continuava la campagna militare. Durante lo stesso anno 89 a.C., Porcio Catone fu nominato console ed ebbe l’incarico di debellare il fronte marsicano, comandato sempre da Poppedio Silone. E “Catone, più presuntuoso che capace, si dimostrava impaziente di battere Poppedio Silone”. Ci fu battaglia e vinse Silone; Catone morì sul campo (autunno dell’ 89 a.C.). A questa vittoria di Silone, però, fecero riscontro le ripetute sconfitte degli altri eserciti italici sugli altri fronti dei teatro bellico, tanto che i Romani occuparono la Capitale della Confederazione, Corfinio, già il 30 aprile dell’89 a.C.. La Lega Italica era praticamente sconfitta. I Romani non dettero tregua agli Italici ed invasero anche il Sannio e le città della Campania, che avevano aderito alla Lega. I due eserciti avversari si scontrarono ancora a Canne nella Puglia ed il condottiero romano Silla batté sulle rive dell’Ofanto il capitano sannita Mario Egnazio, che lasciò la vita sul campo. Era ormai la fine. Silla penetrò nel cuore del Sannio e conquistò Isenùa e Bovianum, sbaragliando gli avversari. A questo punto la sfortunata e sanguinosa guerra sarebbe dovuta finire, invece gli indomiti superstiti italici riaccendevano focolai di resistenza qua e là nel Sannio, nelle terre dei Lucani ed in quelle dei Piceni. In questi ultimi bagliori della resistenza italica ritroviamo il nostro eroe Quinto Poppedio Silone fra gli organizzatori più infaticabili. Nonostante le ripetute sconfitte, egli raggiunse i nuclei dei combattenti sanniti fra i monti della regione. Ormai era l’unico capitano superstite della sanguinosa lotta. I Sanniti lo accolsero con tutti gli onori militari, e per rianimare lo spirito battagliero e riaccendere la fiaccola dell’indipendenza e della libertà, pur nel tragico epilogo della lunga lotta, nominarono Poppedio Silone comandante in capo di tutto l’esercito, e gli tributarono un trionfo. Silone cercò di riorganizzare le file, richiamò i drappelli sbandati, riordinò i quadri degli ufficiali, rinquadrò gli uomini della guerriglia. Portata a termine quest’opera di riorganizzazione, si spostò nell’Apulia, dove trovò altri adepti e si preparò ad attaccare i Romani. Ma il pretore Metello lo costrinse ad accettare battaglia nei pressi di Teanum Apulum. Le preponderanti forze romane ebbero ragione dell’ultimo estenuato esercito italico. La battaglia fu perduta e Quinto Poppedio Silone cadde nella mischia. Anche la Guerra Sociale era finita. I soldati dell’esercito di Silone si arresero ai vincitori. Così finisce la gloriosa vicenda, anche se sfortunata, dell’uomo più celebre che ebbe i natali nelle nostre contrade. (digilander.libero.it)