Considerate se questa è “solo” un’infermiera



AvezzanoVoi che vivete sicuri nelle vostre case, restateci. E fatelo anche per me che, invece, a casa non posso rimanere perché sono un’infermiera e, in questi giorni di Coronavirus e paura, il coraggio devo farmelo venire e andare avanti per forza.
Considerate, questo è il mio lavoro: assistere chi è malato, ascoltare chi non sa se è infetto e prestare soccorso a chi arriva coricato su una barella. Il pronto soccorso è un campo di battaglia, molto simile a quelli disseminati di corpi sofferenti che si vedono nei film di guerra.

Siamo noi la prima linea, quella che dovrebbe difendere e schermare un male sconosciuto e senza ritegno. Eppure siamo lasciati senza difesa e senza alcuno schermo. Mancano i presidi indispensabili, quelli che servono a proteggere noi stessi dai malati e i malati da noi. Manca un po’ tutto qui, manca e non sappiamo se e quando ce lo daranno. Il tempo è passato ma io e gli altri colleghi siamo ogni giorno in balia del caso.

Prendere un paio di guanti significa sottrarli a qualcun altro che non li troverà e, magari, dovrà lavorare a mani nude. Non c’è niente di giusto in tutto questo.

La mia sopravvivenza vale più o meno rispetto a quella di un’altra collega? Ho dei figli a casa e ce li ha anche lei. Devo fare i conti, tutti i giorni, con questa angoscia. Con la paura di ammalarmi e di far ammalare le persone che amo e le persone che dovrei aiutare a guarire. Quindi prendo quei guanti e me li metto, facendo finta che la mia coscienza sia a posto anche oggi.

Non posso permettermi altro ed è anche per questo che, considerando la carenza perenne dei “dispositivi di protezione individuale” fondamentali, qualcosa me lo compro da sola e me lo porto in ospedale. Dobbiamo arrangiarci come possiamo perché siamo più vulnerabili ed esposti di tutti voi.

Considerate che questo è il nostro lavoro, considerate che questo è ciò che rischiamo ogni giorno per fare il nostro lavoro. La paura si eleva al quadrato ogni singolo istante perché entra ed esce con noi da ogni stanza. Mancano guanti e mascherine, ossia le garanzie essenziali. Mancano barelle di biocontenimento e mancano tute protettive sufficienti per tutti, se una la indosso io, vuol dire che non potrà farlo qualcun altro. Poi c’è anche chi preferisce scappare o nascondersi: si dà malato e non si fa più vedere per giorni. Ma non ce l’ho con chi fa questa scelta, si fa ciò che si ritiene giusto fare.

Siamo in guerra consapevoli di imbracciare armi giocattolo o, spesso, nemmeno quelle. Io resto in corsia, in reparto, in pronto soccorso, sperando di non ammalarmi.
Meditate e state a casa, voi che potete farlo, e considerate se questa è “solo” un’infermiera”.