Combatto la malattia con il sorriso e la voglia immensa di vivere”: la toccante storia della giovane Cristina Marchione



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Morino – La storia di Cristina Marchione è una di quelle che da subito ti colpisce e ti entra nel cuore, non tanto per il pathos che si può provare nell’ascoltare il racconto di una malattia, ma più per la forza, il coraggio e la voglia di vivere che questa giovane madre, originaria di Morino, infonde.

È la storia di una malattia vissuta sempre con dignità, è la storia di una giovane donna che si è ritrovata faccia a faccia con un mostro sconosciuto, e che, per combatterlo, ha utilizzato ed utilizza tutte le armi a sua disposizione, che spesso sfociano nell’autoironia e nel pensare positivo sempre: “Tutto è iniziato nel 2011, ero solo una ragazza di 28 anni, nel pieno della mia giovinezza, con un bambino di appena 3 anni. Era tutto perfetto, avevo tutto che da sempre avevo sognato”, inizia Cristina, emozionata nel ripercorrere con noi l’inizio di questo lungo travaglio.

Avvenne tutto così in fretta che non mi resi conto della gravità, avvertii dapprima un forte dolore di stomaco e di lì a poco mi ritrovai su un elicottero che mi trasportava d’urgenza a Teramo. Ricordo le parole dei medici che dentro me rombombano come tuoni: -Cristina stai per morire ma noi proveremo a salvarti la vita-“.

Istanti intrisi di agitazione ed impotenza dinanzi ad un qualcosa di estraneo che si era appena insinuato nella vita di Cristina. La corsa in ospedale, le poche risposte incerte e dubbiose, la vita che ti passa davanti in un secondo: “Il fantasma della morte si era appena palesato davanti a me, ma non avevo paura. Ero solo molto triste tanto che mi scese una lacrima, forse istintiva, una di quelle lacrime che mi bagnò tutto il collo, quasi a ricordarmi che, nonostante tutto, ero ancora viva e potevo sentire l’umidità sulla mia pelle“, va avanti la giovane Cristina.

Ero nel mio letto di ospedale e all’improvviso, come una visione, vidi un infermiere entrare con mio figlio in braccio. Il mio piccolo indossava un camice verde, uno di quelli che si usano prima di sottoporsi ad un intervento, forse è per questo che oggi odio quei camici. L’unica cosa alla quale pensavo era mio figlio, detesto pensare che il mio calvario abbia potuto, in qualche modo, ferirlo“, dimostrazione, ancora una volta, di quanto l’amore materno superi ogni cosa.

La parola giusta per una situazione così al limite è incubo, il trauma più brutto della mia vita. Non racconterò nel dettaglio tutto ciò che ho dovuto subire…interventi a cuore aperto, i dolori atroci, drenaggi, rianimazione“, continua la giovane che ci ha spiegato di avere ricordi altalenanti, dati soprattutto dai numerosi farmaci che ha dovuto assumere in quel periodo.

In quella stanza di ospedale non esiste nè il giorno, nè la notte, non si ha la percezione del tempo che scorre, della realtà che va avanti anche senza di te, sei sotto morfina, a tratti gli occhi si aprono ma la vista è appannata. Nella mia testa gridavo, invocavo l’aiuto degli infermieri per i dolori lancinanti che si stavano impossessando di me, ma nessuno si fermava accanto al mio letto a sedare quel male. Solo dopo capii che non urlavo affatto, non emettevo nessun suono, ero intubata, chiedevo aiuto solo nella mia mente che si opponeva all’idea del male“. Le parole di Cristina raccontano un vero e proprio inferno terreno, dove tutto scorre ma niente passa, dove la salvezza sembra un porto privo di attracchi.

E come le più avvincenti storie, c’è sempre il colpo di scena, come ci racconta Cristina, che descriverei come ‘Una fenice che risorge dalle sue ceneri’: “La svolta avvenne il pomeriggio in cui il dottore mi disse che quello sarebbe stato il mio GIORNO ZERO, la mia rinascita. Ero ancora debole, piena di dolori, l’idea di non vedere mio figlio ancora per un po’ mi uccideva, ma credo che quello sia stato il momento in cui tutta la forza che avevo dentro uscì fuori con una foga incredibile, come a farmi capire che potevo farcela, dovevo farcela“. È da qui in poi il percorso di Cristina non fu facile, anzi, è tuttora ricco di tante salite e poche discese, in quanto la sua malattia non ha un nome, non ha una diagnosi e, di conseguenza, non ha una cura.

Un racconto che fa venire i brividi, che ci porta ad interiorizzare il dolore e la paura ma, soprattutto, che ci fa comprendere il coraggio e la forza di una guerriera che continua ad infondere, con il suo splendido sorriso, tanta speranza: “Mi impongo di essere felice perché solo così posso ripagare in parte la sofferenza delle persone che mi amano ed onorare la buona sorte che mi tiene ancora qui. Prendo il buono che c’è, faccio di ogni giorno un regalo dimenticando, quando posso, ciò che mi è accaduto e che mi accade ancora oggi. Ritengo che vedere solo il bello della vita sia un dono, un regalo che però solo chi ha vissuto la disperazione può comprendere“.

In molti conoscono la storia di Cristina tramite Facebook, in quanto lei stessa ha sempre utilizzato il suo social, anche in modo ironico, come fosse un diario segreto, per infondere coraggio e speranza nei cuori di tutti coloro che stanno vivendo un periodo difficile e per ricordare al mondo di cercare sempre la bellezza nelle piccole cose, che poi sono le più importanti.




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