«Ci hanno abbandonato», monta la protesta in via Mattarella



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Avezzano – «Domani è la festa della Repubblica, loro andranno a festeggiare con le loro mogli e i loro figli. Qui non si tratta di essere italiani o meno, qui si tratta di essere considerati o meno esseri umani».

Sono le parole di un giovane migrante che vive in Italia ormai da anni, insieme a sua moglie. E’ uno degli assegnatari di una casa popolare della palazzina di via Mattarella, dove ieri mattina è bruciato un garage, con tutto quello che c’era all’interno. Mentre parla sua moglie si copre la pancia. Tra qualche giorno partorirà e fuori è freddo. «Ho paura a stare dentro», dice tra altre donne pakistane, «i tubi sono bruciati, il garage è allagato, se dovesse saltare tutto in aria, qui moriamo tutti. Io ho il passaporto italiano», va avanti, «a che mi serve se non ho diritti, i miei figli non li hanno.

Qui ieri mattina c’erano donne e bambini, in tanti ancora stanno fuori e nessuno viene a chiederci come stiamo, se abbiamo bisogno di qualcosa, se i bimbi hanno mangiato. In quale paese civile si vede questo?». Il marito non si dà pace e cammina su e giù nel piazzale davanti allo stabile in cui nello stesso appartamento convivono persone di diverse nazionalità ed etnie. «Cosa è questo quartiere? Cosa siamo noi? Questo è il ghetto di Avezzano? Possibile che nessuno è venuto a vedere se eravamo vivi o morti?». Mentre parlano qualcuno fa notare che mentre ieri mattina il garage bruciava gli avezzanesi portavano i bimbi a scuola, nello stabile di fronte, nell’indifferenza di quello che accadeva a pochi passi da loro.

Alcuni residenti alzano la voce. «Noi lo ricordiamo quando il sindaco di Avezzano è venuto qui a chiederci i voti», dice una donna mentre cerca di trattenere i bambini per non farli allontanare, «questa mattina siamo andati in Comune, continuano a non riceverci. Perché non si è visto un volontario della protezione civile? Nemmeno uno che è venuto qui con una bottiglietta d’acqua.
Ai vigili che spegnevano il fuoco, ieri, qualcuno che vive ai piani più alti è andato a portare un paio di bottigliette d’acqua. I rappresentanti della protezione civile ci hanno risposto che per entrare in azione devono essere autorizzati dal Comune. A questo punto mi chiedo», conclude, «ma se dovesse fare una scossa di terremoto davvero moriamo tutti e nessuno se ne accorge?».

Un’altra donna si stacca dal gruppo che sta preparando delle lenzuola da appendere con su delle scritte di protesta e dice: «Ieri mattina l’impianto antincendio, di cui una palazzina dell’Ater deve necessariamente essere dotato, non ha funzionato. I vigili del fuoco ci hanno fatto vedere che era totalmente svuotato. Tutto questo, se avesse funzionato regolarmente, non sarebbe accaduto. E se l’incendio fosse scoppiato mentre dormivamo cosa sarebbe accaduto?».

Ancora fuori ci sono diverse famiglie delle 24 che abitano la palazzina. In totale si tratta di una ottantina di persone, tra cui molti bambini. «Quella mattina dal garage sono state viste uscire due persone», conclude una residente, «ci sono anche persone che hanno ricevuto minacce dopo la storia dell’occupazione di un appartamento da parte di una ragazza. Non ci sentiamo tranquilli e soprattutto pensiamo che nessuno meriti di vivere con una fogna nel garage che cade sul pavimento come una cascata. Questo è togliere la dignità alle persone».

Le “lenzuola di protesta” sono pronte e vengono stese davanti al palazzo. In via Mattarella, nel giorno della festa della Repubblica, non ci sarà la bandiera dell’Italia a sventolare ma un lenzuolo bianco. Il garage incendiato è da bonificare e sanificare ma prima di venerdì non se ne farà nulla. Il 2 di giugno, d’altronde, sul calendario, è un giorno di festa.




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