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Atti demaniali e contenziosi amministrativi nella Marsica (1824–1847)

Atti demaniali e contenziosi amministrativi nella Marsica (1824–1847)

Alle tematiche appena accennate, si lega, strettamente, quello che interessa in maniera diretta la vessatoria tassazione governativa borbonica. Ancora una volta, l’intendente della provincia dell’Aquila, il sottintendente di Avezzano, i sindaci e i decurionati, costretti dal governo centrale, furono di nuovo nel mirino del ceto rurale e odiati, soprattutto, quando dovettero imporre la “Grande imposta del Macinato”, stabilita da Ferdinando II nell’anno 1826 e applicata con determinazione fino al 28 agosto 1847, quando, finalmente, con grazia sovrana venne abolita (1).

Questo drammatico quadro sociale e politico, facilitava, però, le strategie difensive intraprese dalla proprietà armentaria e agraria che, sul piano locale, trovavando facile attuazione da parte delle élites borghesi, sempre pronte ad ostacolare eventuali quotizzazioni dei demani comunali, per avere il controllo dei migliori terreni e pascoli montani, espletando, così, una funzione prettamente egemonica sulle amministrazioni comunali.

Infatti, in questi anni di rivoluzioni, crescendo la quantità di terre disponibili seppur per una parziale divisione dei demani comunali dopo la confisca di una parte dei beni ecclesiastici e lo scioglimento di alcune promiscuità territoriali, molti beni di ogni paese della Marsica cadranno nelle mani di consorterie familiari ben note o emergenti, individuate nei maggiorenti marsicani, essendo proprio loro sindaci, decurioni, consiglieri distrettuali e provinciali: quindi da considerare come i principali fruitori di quei beni ancora disponibili a discapito delle classi sociali più abiette (2).

Questo scenario può essere sufficientemente definito, citando i nomi più illustri del circondario del consiglio distrettuale di Avezzano, presieduto dal barone Don Francesco Coletti di Tufo, o quello provinciale che comprendeva i ricchi Don Filippo Mattei di Avezzano, Don Raffaele Sipari di Pescasseroli, Don Luigi Masciarelli di Magliano, Don Gaetano Maccallini di Aielli, Don Domenico Colabianchi di Ovindoli, Don Luigi Iacomini di Carsoli e il conte Don Tommaso Resta, ricevitore della registratura e dei demani (3).

Ai ritardi accumulati per il recupero di nuove aree quotizzabili, schiacciate come abbiamo appena asserito dal predominio dei possidenti agrari di fede ormai liberale, con conseguente miseria contadina bracciantile, interrotta a volte da disperate rivendicazioni sociali (riunione in comitive armate con finalità di rapina e ricatti), si aggiunga l’eccezionale espansione demografica durante il corso dell’Ottocento e gran parte del Novecento, con la fatale e necessaria conseguenza di annuali emigrazioni forzose nello Stato Pontificio e nel Tavoliere delle Puglie dell’intera popolazione maschile. Innumerevoli esempi si possono leggere anche dai registri della Gran Corte Criminale della provincia aquilana, dove i reati più comuni risultano quelli di rapina, sequestro di persone, estorsione e ricatti (4).

NOTE

1) Il Giornale dell’Intendenza del 2° Abruzzo Ultra, Aquila 28 Agosto 1847, p.119, Soppressione del Macinato Fiscale.
2) In proposito, si veda tutto il cospicuo fondo degli Atti Demaniali della prima serie, Affari Generali, dove paese per paese, si rilevano nomi, liti, denunce, omicidi, intimidazioni, usurpazioni e scontri armati per terreni, boschi, acque, ecc.
3) F. D’Amore, Gli ultimi disperati, Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’unità, Amministrazione Provinciale L’Aquila 1994, p.23. Il “Don” spagnolesco precedeva i nomi altolocati in tutto il Regno delle Due Sicilie.
4) I grossi registri della Gran Corte Criminale, sono una buona fonte di notizie per apprendere il cosiddetto “spirito pubblico” dell’intera provincia aquilana.

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