Asd San Benedetto ricorda le vittime della strage di Capaci



San Benedetto dei MarsiPuò capitare che un campo da calcio riesca a rivelare storie che già appartengono al tuo domani. Alleati con cui fare squadra, avversari da contrastare e da battere, semplicemente per dare voce a quelli che sono i valori in cui credi: lealtà, correttezza, rispetto per gli altri. Passione. Così accadde negli anni ’50: in un campetto da calcio furono gettate le basi di una delle pagine più buie e, allo stesso tempo, memorabili della nostra storia recente. Sognando un boato che sarebbe poi giunto, sinistro e assordante, non all’interno di uno stadio ma per un’esplosione che rese maledetto quel 23 maggio 1992.

Chi erano Falcone e Borsellino?

Paolo Borsellino e Giovanni Falcone erano due magistrati, due uomini che negli anni Ottanta quando ancora non si conosceva nulla della mafia hanno scoperto i segreti di questa organizzazione. Falcone, grazie all’interpretazione dei segni, dei gesti, dei messaggi e dei silenzi degli uomini di Cosa Nostra è riuscito a decifrare il loro “linguaggio”, il loro modo d’agire.Un lavoro fatto soprattutto grazie al rapporto con i pentiti, uomini che scelgono di abbandonare la mafia per collaborare con la Giustizia. Proprio grazie a uno di loro, Tommaso Buscetta, hanno iniziato a conoscere il codice segreto della mafia: per i magistrati è stato come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti.

Non si sentivano supereroi

Non amavano sentirsi degli eroi. Anche loro come noi avevano paura dei “cattivi”, di quelli che non rispettano alcuna regola pur di farsi gli affari propri ma non si sono mai arresi. E soprattutto hanno dimostrato che lavorare insieme può essere un’arma vincente. In quegli anni, infatti, con un altro anziano magistrato loro capo, Antonino Caponnetto, fondarono un “pool” contro la mafia grazie al quale riuscirono a catturare centinaia di mafiosi condannati nell’ormai famoso maxi processo concluso il 30 gennaio 1992. Ma la mafia non dimentica. Anzi da quel momento preparò la sua vendetta: uccidere Falcone e Borsellino.

Quando si conobbero Falcone e Borsellino?

Una storia, la loro, curiosa perché fin da piccoli si conoscevano, I due si erano conosciuti durante una partita a calcio all’oratorio. Giovanni aveva tredici anni e Paolo era più giovane di soli otto mesi. Al primo piaceva tanto il ping-pong ma con il pallone ci sapeva pure fare. Giocavano insieme nel quartiere la Kalsa, a Palermo, giocavano qui con una palla fatta di stracci…era quello che avevano. Erano cresciuti insieme anche se frequentavano scuole diverse, facevano i chierichetti nella stessa chiesa. Un’infanzia trascorsa con chi un giorno avrebbe preso un’altra strada, con compagni diventati cosidetti “uomini d’onore”.

Paolo, esile con il naso leggermente pronunciato, i capelli scuri e due occhi svegli, era cresciuto tra i recipienti di ceramica e gli antichi arredi della farmacia che papà Diego aveva ereditato dal padre. Era uno che amava stare sui libri ma anche dare una mano a chi non ce la faceva: alla scuola elementare la casa di Paolo, il pomeriggio, si riempiva di ragazzini che aiutava a fare i compiti.

Giovanni era uscito dalla pancia della mamma con i pugni chiusi, senza urlare e in quel momento era entrata una colomba dalla finestra aperta. Fin da piccolo amava le storie dove il bene prevale sul male: la sua preferita era “I tre moschettieri”. Lo sport per Falcone era garante di valori sublimi , proprio per questo motivo praticava diverse discipline. Un infortunio, tuttavia, lo sottrasse alle speranze di un’attività ad alti livelli. Consegnando all’Italia un magistrato

Amici per la pelle, sempre

Ma loro no. Quei due ragazzi avevano scelto di stare dalla parte giusta e dopo il liceo si ritrovarono entrambi a studiare per diventare magistrati e poi ancora insieme a lavorare per sconfiggere la mafia, quella terribile organizzazione simile ad una piovra capace di arrivare ovunque con i suoi tentacoli. Amici per la pelle, sempre. A Palermo avevano l’ufficio uno accanto all’altro:ogni giorno lottavano non solo contro i mafiosi ma anche contro gli “amici” di questi mafiosi, uomini con la maschera dell’onestà dietro la quale si celavano spesso traditori dello Stato.

Paolo e Giovanni erano riusciti a vincere la loro battaglia: avevano fatto arrestare centinaia di mafiosi. Una vittoria però pagata cara !

Ma il 23 maggio 1992 – con un attentato spettacolare – la macchina di Falcone viene fatta esplodere sull’autostrada che collega Palermo e Trapani: 500 chili di tritolo che tolgono la vita a Falcone, a sua moglie Francesca Morvillo e a tre agenti di scorta.

Quando Falcone salta in aria, Paolo Borsellino capisce che non gli resterà troppo tempo. Lo dice chiaro: “Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me”.

Il 19 luglio dello stesso anno un’autobomba esplode sotto casa di sua madre mentre Paolo Borsellino sta andandola a trovare. Il magistrato muore con tutti gli uomini della scorta. Pochi giorni prima aveva dichiarato: Non sono né un eroe né un Kamikaze, ma una persona come tante altre. Temo la fine perché la vedo come una cosa misteriosa, non so quello che succederà nell’aldilà. Ma l’importante è che sia il coraggio a prendere il sopravvento… Se non fosse per il dolore di lasciare la mia famiglia, potrei anche morire sereno.

Può capitare che un campo da calcio riesca a rivelare storie che già appartengono al tuo domani. Alleati con cui fare squadra, avversari da contrastare e da battere, semplicemente per dare voce a quelli che sono i valori in cui credi: lealtà, correttezza, rispetto per gli altri. Passione. È quanto accaduto a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che in un rettangolo di gioco, da ragazzi, ebbero modo di incrociare alcuni compagni e nemici di quelle battaglie poi combattute anche al costo della vita, pur di non cedere al ricatto di un sistema che pretendeva e pretende di imporre e di imporsi con l’insulsa (im)potenza della violenza.

Non li avete uccisi…le loro idee camminano sulle nostre gambe,e corrono in ogni stadio.

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