L’ULTIMO VIAGGIO DEL CAPITANO Uno spettacolo – laboratorio



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AVEZZANO Villa Torlonia ex parco Arssa – 31 Maggio 2017 ore 21

Uno spettacolo – laboratorio in collaborazione con il CVM con
Alessia Tabacco, Francesco Sportelli, Eleonora Cipolloni e i ragazzi dell’Istituto Comprensivo
“Collodi – Marini”  Canzoni e musiche di Francesco Sportelli

Ideazioni e Regia Mario Fracassi
Lo spettacolo, costruito come un intreccio di storie e racconti, vuole essere l’occasione per
riflettere insieme, teatranti, insegnanti e ragazzi, del destino di un’umanità sofferente e
senza futuro che cerca speranza oltre frontiera affrontando un viaggio complesso e
rischioso.
Il tema del viaggio (sulla carretta del mare che metaforicamente per noi è il teatro stesso), è
il filo rosso che cuce e tiene insieme racconti antichi e moderni di tutte le migrazioni, è
l’occasione per una riflessione poetica sugli enormi movimenti di popoli che attraversano i
nostri anni, sulle ragioni del partire, di attraversare deserti e mari, sul senso di sradicamento
e di smarrimento che lo spostarsi porta sempre con sé a qualsiasi latitudine.
La costruzione dell’intreccio di racconti e storie, centro e motore dello spettacolo, sarà
l’impegno che avremo insieme ai ragazzi ai quali chiederemo di recitare brani biblici,
racconti letterari, fatti di cronaca e immagini disperatamente attuali scritti e rielaborati da
loro.
E’ una umanità nutrita dalla speranza di un futuro migliore, quella che il Capitano, uomo di mare senza tempo e senza età, trasporta oggi verso il sogno italiano ed europeo. Dunque, è una umanità, quella dei profughi, interpretata, questa volta, da un gruppo di attori, ma che sarà successivamente sostituita dai ragazzi delle scuole con cui lavoreremo, E i ragazzi nel ruolo di clandestini, nuovi migranti, riempiranno lo spettacolo di nuove storie scritte da loro, di sogni, di leggende,
di riti propiziatori, di atti di coraggio, per solcare un mare dalla forza terribile,
sospinti dal miraggio di un mondo nuovo, dove possa trovare spazio la
realizzazione del sogno.
Lo spettacolo, prodotto in collaborazione con il CVM, è costruito come una sorta di laboratorio aperto, un cantiere in fermento, dove attori e storie cambieranno di volta in volta e a raccontarle si alterneranno, nella stiva, attori professionisti, studenti, insegnanti, profughi… gente comune che, insieme a noi si impegnerà a trasformare la stiva della nave in uno squarcio di mondo di oggi.
“L’ultimo viaggio del capitano” non è uno spettacolo teatrale.
È la condivisione di un viaggio che, al contempo, è dentro ed è fuori se stessi.
È la partecipazione emotiva a un evento che, da rappresentato, diventa reale.
È il senso stesso dell’umanità che popola un palcoscenico.
L’incipit è il coinvolgimento personale dello spettatore che, colmo di attese individuali verso ciò che verrà proposto, in procinto di andare a sedersi in una comoda poltrona, si ritrova
immerso in una penombra di attesa reale di qualcosa che sta per accadere ma che non si conosce.
Spuntano piccole luci che orientano il passo di uomini, donne e ragazzi che si avvicinano e sussurrano brevi storie di vita. E subito si è lì con loro, si percepiscono speranze, delusioni, motivazioni, timori. Quando si arriva in poltrona si è in viaggio, idealmente su un barcone, idealmente come profughi. Tale condizione diventa universale nel momento in cui il capitano cita il molo napoletano Beverello nel ricordo di una nera
madre che cuce nelle orecchie dei profughi italiani, come cicatrice musicale, nel suo urlo disperato di addio, il nome “Salvatore”. Nel mare gonfio, indispettito, prepotente e spaventoso siamo tutti uguali: si cerca il capro espiatorio, colui che è colpevole dell’ira delle acque. Sul barcone in viaggio è un giovane disertore individuato dalla pagliuzza più lunga estratta nel giro della sorte, sulla barca che portava il venditore di colombe Iona era, appunto, Iona, traditore del suo Dio Elohim…
È facile additare la causa dello sfavore in una presenza scomoda e tentare di gettarla a mare, meno facile e infinitamente più saggio il pensiero del vecchio che afferma che, anche in presenza di un solo voto contrario, il giovane disertore va tenuto nella stiva.
Così viene da chiedersi se in quel momento impersoniamo nella vita il vecchio o colui che scaraventa il disertore a mare. La risposta rimane sospesa perché sul palco arrivano le vite
e i sogni di quelle stesse persone che si erano avvicinate all’inizio con le loro
torce e con i racconti soffusi. Studiare, lavorare, vivere in pace, amare,
fuggire dal male, studiare, lavorare, vivere in pace, amare, fuggire dal male,
studiare, lavorare….. Sono i propri sogni. O le proprie necessità.
L’intero barcone di spettatori si specchia nelle persone che raccontano. Le
storie si sommano a storie. Una cosa è immaginarle, una cosa è sentirle
raccontare. Il mare continua a gonfiarsi e arriva un pugno nello stomaco.
Cade giù Jean Baptist e poi Jasmine, poi Modu . Ed è come veder cadere in un soffio i propri sogni. Coglie il vuoto, lo smarrimento, la perdita di quei ragazzi conosciuti poco fa…… Rimangono fantocci a mare.
E fantoccio rimane il bimbo appena nato, o non nato, non affacciato alla vita, in un’apoteosi che suscita l’irreale per quanto cruda e reale. Il barcone e gli spettatori profughi proseguono, fino ad arrivare vicino a una terra, dove sono nati, merito loro, quelli che si stanno avvicinando per controllarli. Il capitano fa finta che vengano ad accoglierli. Tutti sono preoccupati: un primo colpo, un altro, si illumina la scena, poi lascia il buio. Il silenzio avvolge. Sembra assurdamente rumoroso. Delle persone conosciamo solo l’involucro.
(Fabiana Iacovitti)



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