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Assistenza per pazienti negativizzati al Covid, predisposto percorso clinico di presa in carico

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Il Poliziotto Locale, un dipendente comunale con l’incognita della divisa

Giancarlo Sociali ricostruisce, attraverso questo suo scritto, la lunga storia del corpo che attualmente chiamiamo Polizia Locale. Un percorso che attraversa i secoli, anzi, i millenni. La nascita e lo sviluppo delle forze di Polizia Locale ricostruito da Sociali culmina però con considerazioni piuttosto affrante legate alla scarsa considerazione che oggi, purtroppo, viene riservata agli agenti che, proprio come Giancarlo Sociali, indossano questa divisa.

Sembra impossibile che la più antica forma di Polizia del Mondo dia tanto fastidio da essere rilegata all’ultima della classe. Da “Vigiles” a “Guardie”, per poi passare a “Vigili” a “Polizia Municipale” e finire a “Polizia Locale” il passo non è breve, dura oltre 2500 anni, ma di noi avevano più rispetto gli antichi romani.

La Polizia Locale, nasce nell’anno 493 a.C., dell’era volgare, in Roma, con la costituzione dei vigili plebei, guardiani del Tempio di Cerere, dove erano depositati i “plebis scita” (norme votate su iniziativa dei tribuni) e la cassa della plebe. Nel 367 a.C., nel clima di pacificazione interna, ad essi furono aggiunti i vigili curuli, di estrazione patrizia, che si alternavano di anno in anno con i plebei. Ad essi venivano assegnati compiti particolari in materia di polizia urbana, sorvegliavano i documenti conservati nell’archivio di Stato, controllavano le strade cittadine, le costruzioni e gli edifici pubblici, i mercati ed i prezzi, reprimevano le frodi nei commerci, verificavano i pesi e misure. Giulio Cesare costituì un nucleo speciale di “vigili cereali”, plebei, con il compito di vigilare sull’approvvigionamento alimentare della città. Il vigile romano, del periodo monarchico, repubblicano e imperiale, ebbe un ruolo fondamentale come pubblicus minister, ministro della vita cittadina, sacro sigillo primigenio della romanità, custode dell’ordine cittadino, curatore della sicurezza urbana e del normale svolgimento della vita sociale. Memorabile l’Editto dell’Imperatore Tiberio sui “vigili viari “ per il controllo notturno dei carri rumorosi, ed il loro forte sviluppo sotto l’imperatore Cesare Augusto 29 d.c., che arrivò a reclutarne fino a 5 Coorti, con funzione di spegnere anche gli incendi.

Le Cohortes erano formate da due distinti organi di vigilanza, con pari dignità nobiliare, uno dei quali doveva mantenere l’ordine durante le ore notturne agli ordini del Praefectus Vigilum e l’altro doveva difendere le mura della città dagli attacchi esterni, agli ordini del Praefectus Urbis. Le unità delle Cohortes non erano formate da militari, ma estrinsecavano le loro funzioni solo esclusivamente all’interno della città e nell’interesse della stessa, a tutela del rispetto dell’ordine pubblico e delle regole della convivenza civile. Con le riforme di Costantino, nel 312 d.C., il Praefectus Vigilum passò sotto la giurisdizione del Praefectus Urbis.

Anche durante il feudalesimo, le forme di Polizia erano strettamente legate alla realtà locale, e rispondevano direttamente al feudatario, attraverso una gerarchia piramidale. Si trattava in questo caso di un organismo a metà tra la milizia vera e propria e la Guardia, incaricata di far rispettare la volontà del Signore e talvolta di sovrintendere alla riscossione dei tributi.

Dopo l’anno Mille, e dopo l’indebolimento dell’Autorità Imperiale, con il formarsi dei Comuni medioevali, vengono istituite vere e proprie milizie comunali, con ampi poteri sul territorio di loro giurisdizione. Questo stato di cose continua anche nel periodo delle Signorie, e per tutto il XVIII secolo, con corpi creati secondo un ordinamento gerarchico, con compiti prevalentemente di difesa delle città e del loro ordine interno.

Anche nel periodo pre-unitario si trovano tracce di Polizia locale . Molte le città stato che nominavano comandanti con relativa Guardia Municipale, i quali attendevano ai compiti decretati dal Municipio. Nell’ultimo periodo pre unitario ed appena dopo l’unità d’Italia, si cominciarono a costituire i corpi delle neo chiamate “Guardie” dei comuni. Queste guardie in molti casi a seconda delle necessità, sono state fuse con altri servizi sempre riguardanti l’incolumità pubblica ed il rispetto delle leggi e regolamenti. Esempi sono le fusioni con i corpi dei pompieri, oppure le qualifiche di guardie campestri per la sorveglianza dei raccolti e del bracconaggio.

Solo all’inizio del 1900 si hanno le prime testimonianze del nuovo nome di “vigile urbano”. Questo nuovo termine, da molti ritenuto il più appropriato, durò fino al 1986, in quanto la nuova riforma la n° 65, ci denominò Polizia Municipale, ma come se non bastasse, ci hanno poi successivamente chiamato per legge, Polizia Locale. Da un punto di vista normativo l’art. 133 della legge Rattazzi (legge comunale e provinciale n. 3702 del 13/11/1859) attribuiva funzioni di Pubblica Sicurezza alle Guardie Municipali.

Nel 1907 Giovanni Giolitti, Ministro dell’interno del proprio governo, provvide a regolare la materia riunendo le “guardie di città” nel regio decreto n. 690 del 31/08/1907 (“Testo unico legge sugli ufficiali ed agenti di pubblica sicurezza”) riconoscendo ai comuni di poter provvedere alla vigilanza dei regolamenti locali a mezzo proprio personale che doveva essere preventivamente riconosciuto in possesso di titoli e requisiti necessari. Lo stesso art. 19 del testo unico del regio decreto n. 690 del 1907 prevedeva (e prevede tutt’oggi) che con l’autorizzazione del Ministro dell’Interno i comuni potessero costituire un servizio di Polizia municipale costituito da ufficiali, sottufficiali e guardie municipali ai quali non erano richiesti i requisiti delle altre “guardie”.

Questo “Corpo di Polizia municipale” era destinato dal Municipio per l’esecuzione dei provvedimenti straordinari relativi all’igiene, all’edilizia e alla polizia locale e dipendeva esclusivamente dal Sindaco. Oltre a queste “guardie municipali” vi erano le “guardie dei comuni” la cui disciplina era sottoposta ai prefetti ed il servizio era disposto dai questori delle province ex regio decreto legge n. 1952 del 26/09/1935. Questo comportava che di fatto la guardia comunale, pur pagata dal comune, veniva impiegata con modalità che non riflettevano le sue sole necessità, gravando così sulle magre risorse locali. I comuni successivamente, mantennero così solo le guardie rurali, campestri ed urbane.

Solo nell’immediato dopoguerra furono ricostituiti i vari corpi dei vigili urbani e dei guardiani dei giardini e soppresse le divisioni speciali di pubblica sicurezza e le guardie metropolitane istituite durante il fascismo. I tempi cambiavano, l’edilizia raggiungeva un autentico boom e l’economia livelli da miracolo. In nessun altro Corpo di Polizia i compiti di istituto sono soggetti a rapide evoluzioni come è avvenuto ed avviene anche oggi per la Polizia Municipale.

Urgeva pertanto aumentare la forza organica dei Corpi: il criterio, stabilito nel 1950 dagli organi di controllo, di un vigile ogni mille abitanti e successivamente ogni 700, non è mai stato rispettato, limitato l’azione dei Corpi, a dispetto dello sviluppo di decentramento previsto dalla Costituzione.

A Roma, i Vigili Urbani, chiamati “pizzardoni”, al termine della guerra, procedono alla ricostruzione del Corpo, sciolto e sostituito, durante il periodo fascista, dai “Metropolitani”, appartenenti alla P.S. e il 12 Maggio 57, veniva organizzato il Raduno Nazionale dei Vigili Urbani, ricevuti poi in Vaticano da papa Pio XII, che proclamava il Martire cristiano San Sebastiano Patrono celeste dei Vigili Urbani d Italia.

In tempi moderni al vigile, definito ” il biglietto da visita della Città “, si richiedono sempre più capacità, di educatore sociale, di psicologo, di sociologo. Bisogna per forza allargare i propri orizzonti conoscitivi e professionali, soprattutto da parte di quei tanti colleghi isolati nei piccoli Comuni, alle prese con scarsi e confusi strumenti legali per evolvere i propri compiti d’istituto, per difendere la propria personalità.

L’elenco dei compiti dei Vigili si allunga a dismisura con l’entrata in vigore, il 1 gennaio 1978, del d.p.r. n. 616 del 24/07/197716, che decentra, in ossequio al dettato costituzionale, in capo ai Comuni funzioni amministrative relative alla “polizia locale”, aventi ad oggetto le attività dei pubblici esercizi e di buona parte delle competenze del T.U. delle leggi di P.S., escluse le materie riservate delle armi e dei passaporti.

Nel 1986 si arriverà all’approvazione della “Legge Quadro sull’ordinamento della Polizia Municipale” (Legge n. 65 del 07 Marzo 1986), la quale diventerà il testo basilare della disciplina dell’intera materia e all’epoca sarà considerata assolutamente innovativa.

Dopo il 1986, praticamente ogni Governo voleva mettere mano alla spinosa organizzazione della Polizia locale, ma troppo distanti sono stati gli interessi di chi voleva integrare gli organici dei Comuni con quelli delle altre Forze di Polizia per aumentare la sicurezza urbana, e di chi voleva limitarne l’azione deferendoli ancora da “vigili” alla sola sfera amministrativa. Ecco allora che la storia della Polizia Municipale va avanti, ma ad una velocità che non giova né alla categoria né alla percezione dei cittadini, lasciandola ancora oggi fuori dall’elenco delle categorie che usufruiscono del trattamento previdenziale particolare in tema di equo indennizzo, pensione privilegiata e accertamento della causa di servizio.

Uno Stato patrigno , come se non bastasse si è limitato a sancire un’equiparazione, peraltro in misura percentuale, dei dipendenti agli altri corpi di polizia in materia di indennità di pubblica sicurezza, e qui ci vorrebbe una risposata seria e definitiva della categoria. Senza ulteriormente dilungarci alla violazione (in negativo) del principio di eguaglianza mediante la parificazione a soggettività puramente amministrative, emerge il confronto con il trattamento usato a beneficio dei segretari comunali i quali, pur non disponendo di una propria normativa ordinaria, lo Stato patrigno li faceva godere creando un’agenzia autonoma rispetto al comparto dei dipendenti degli enti locali che finiva, grazie ad un decreto del Presidente della Repubblica d’iniziativa governativa, per divenire esso stesso un comparto «speciale». E la divisa diventa sempre più un’INCOGNITA.

Attualmente la Polizia Locale viene vista come se operasse su un fronte opposto rispetto a quello delle altre forze di Polizia, poiché le forze di Polizia dello Stato si sono spostate come linea di intervento, sempre più verso gli illeciti di tipo penale, i più gravi; acquisendo esclusivamente un ruolo di tutela dell’ordine pubblico, di difesa della società dagli eventi criminosi, curando in modo scientifico e sistematico la loro immagine pubblica. Tale stato di cose, ha lasciato alla Polizia Locale l’onere di intervenire nell’area degli illeciti amministrativi, che poi sono quelli che più di tutti interferiscono con ognuno di noi nella vita quotidiana. Questa, lasciata abbastanza sola nell’operare nel vivere quotidiano, nella prevenzione e repressione delle miriadi di illeciti, che ogni giorno vengono compiuti, illeciti che fanno o non fanno la qualità della vita, non ha saputo, salvo casi sporadici, lavorare al miglioramento della propria immagine.

Grazie a questo , il cittadino vede le forze di Polizia dello Stato dalla propria parte, in quanto combattono gli eventi criminosi che sono quelli che gli procurano o possono procurargli gravi o gravissimi danni, alla proprietà, alla persona, e così via; al contrario, nella Polizia Municipale vede invece un organo che, oltre a non avere una buona immagine, interferisce con le sue attività quotidiane.

Ci si accorge dunque, come la professione di Polizia locale sia rimasta legata, nell’immaginario collettivo, a vecchi stereotipi che non rendono giustizia della complessità del lavoro che è chiamata a svolgere e delle competenze variegate richieste per rispondere alle domande costantemente in evoluzione della comunità.

L’art. 16 della legge n. 121/81 indica come, ai fini della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica:

a) Polizia di Stato – 95.850 dipendenti;

b) l’Arma dei Carabinieri – 107.853 militari;

c) il Corpo della Guardia di Finanza – 59.903;

d) Corpo degli agenti di custodia (poi diventata Polizia Penitenziaria) – 40.000 dipendenti;

e) Corpo forestale dello Stato – 8.000 addetti.

Totale delle cinque forze è pari a 311.606 dipendenti con un rapporto di 1 agente ogni 180 abitanti

Scendendo lungo l’assetto organizzativo dello Stato, troviamo le Polizie provinciali e le Polizie Locali che assieme contavano(prima della riforma delle Provincie) quasi 80.000 dipendenti (con loro, il rapporto agenti/cittadini scende a 1 agente ogni 153 cittadini).

Può risultare interessante sapere che le due maggiori forze di Polizia con competenza generale (Polizia di Stato e Arma dei Carabinieri), sono distribuite sul territorio nazionale su 103 province.

Per la Polizia di Stato significa contare su 103 questure, 360 commissariati da esse dipendenti; e non meno di ulteriori 940 uffici suddivisi tra diverse tipologie di servizi fino a raggiungere i 1.851 siti. Questo a fronte di 95.850 dipendenti (dicembre 2011).

L’Arma dei Carabinieri è strutturata in 5 comandi interregionali, 19 comandi di legione (ovvero regionali), 102 comandi provinciali, 551 compagnie o gruppi, 53 tenenze, 17 reparti territoriali e 4.621 stazioni, per un totale complessivo di 6.140 siti. A fronte di 107.853 dipendenti (dicembre 2011).

Mentre per la Polizia di Stato tra vertice nazionale e ufficio provinciale (questura) non esiste alcun ufficio intermedio, favorendo la comunicazione e non impegnando strutture, l’Arma prevede, prima di raggiungere i comandi provinciali, la presenza di comandi interregionali e regionali che, dal punto delle funzioni della sicurezza pubblica non hanno alcuna ragione di esistere (quantomeno perché non hanno un interlocutore né nelle altre forze di polizia né negli organismi amministrativi dello Stato – i prefetti infatti hanno dimensione provinciale).

È da notare come in genere all’interno dei contratti di sicurezza il rapporto sia fortemente sbilanciato; infatti mentre l’ente locale, sia come Comune in genere, sia come Polizia Locale, si assume molti e costosi oneri (si pensi a quanto possa costare un intervento di riqualificazione urbanistica oppure l’installazione di un sistema di videosorveglianza), lo Stato tende a mantenersi sulle linee di intervento consuete, tutt’al più andando a specificare meglio le proprie competenze.

Insomma, solo raramente lo Stato, tramite la Prefettura e quando il Comune è un ente importante, magari il capoluogo di Provincia o di Regione, si impegna a fornire gli elementi di conoscenza e di valutazione sui fenomeni di criminalità e di insicurezza presenti sul territorio, fornendo precisi indirizzi di collaborazione alle forze di Polizia dello Stato, arrivando talvolta a prevedere l’istituzione di sale operative congiunte che poi però difficilmente vedono la luce. In definitiva la collaborazione fra organi di Polizia dello Stato ed organi di Polizia Locale è affidata più ai rapporti che sul territorio si possono intrattenere fra chi governa le rispettive strutture piuttosto che a documenti ben formulati ma poco applicati.

Fintanto che permarrà una cornice normativa di stampo ottocentesco l’inserimento della Polizia Locale nel governo della sicurezza urbana, sarà pura fantascienza facendo rimanere al palo, l’unica forza di “Polizia” di prossimità, che può effettivamente garantire, sia per competenze che per professionalità, la sicurezza dei cittadini. Invece lo Stato patrigno cosa fà? Mantiene sprechi e doppioni che potrebbero rendere veramente all’avanguardia la forza di Polizia più antica d’Europa, con vere funzioni di Pubblica Sicurezza, con l’accesso a sistemi informatici finora negati, e soprattutto assumendo e svecchiando un settore oramai in crisi da decenni. Per correre ai ripari, lo Stato si è inventato la gestione associata di funzioni e servizi, gestioni alle quali soprattutto i piccoli Comuni sono orientati, al fine di ottenere, anche nel campo della Polizia Locale, un netto miglioramento dei servizi offerti ai cittadini a parità di costi sostenuti. Dopo anni però è evidente il flopp di queste associazioni le quali sono servite più a risparmiare che ad aumentare i servizi al cittadino. In alcuni casi addirittura, alcuni servizi dove esistevano per forza di cose dopo l’associazione sono venuti a mancare. Per concludere è evidente che non mi sbaglio nel definire l’operatore di Polizia Locale come un impiegato comunale con l’incognita della divisa.

PS – E’ del 9 Febbraio 2021, la notizia che lo Stato patrigno, ha previsto per le forze dell’ordine i vaccini anti Covid. Ovviamente questi vaccini non sono disponibili adesso per la Polizia Locale perché NON E’ FORZA DI POLIZIA. Infatti nella Provincia dell’Aquila le forze di Polizia già hanno cominciato a fare la vaccinazione.

Adesso io direi ai cari colleghi che , per carità…. spirito di abnegazione al lavoro, pensano di fare bene facendo di tutto e di più; di fare molta attenzione, perché stanno mettendo a rischio loro stessi e la professione. Se si continua di questo passo senza puntare ad ottenere determinati riconoscimenti che ci spetterebbero per legge, la categoria sarà sempre messa al palo. Voi dovete sapere, come penso sappiate, che lo Stato – Ministro degli Interni – Prefettura, in tutti i DPCM adottati per le norme anti Covid, non ha mai tenuto presente la Polizia Locale. Infatti tutti e dico tutti i DPCM, erano diretti alle Forze di Polizia, e le Forze di Polizia sono individuate dall’articolo 16, legge 1 aprile 1981, n. 121, leggendo il quale si noterà subito che non ricomprende la Polizia Locale, che quindi, non è Forza di Polizia.

Esecuzione e monitoraggio delle misure
Il prefetto territorialmente competente, informando preventivamente il Ministro dell’interno, assicura l’esecuzione delle misure di cui al presente decreto, nonché monitora l’attuazione delle restanti misure da parte delle amministrazioni competenti. Il prefetto si avvale delle Forze di polizia, con il possibile concorso del Corpo nazionale dei vigili del fuoco e, per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, dell’Ispettorato nazionale del lavoro e del Comando carabinieri per la tutela del lavoro, nonché, ove occorra, delle Forze armate, sentiti i competenti comandi territoriali, dandone comunicazione al Presidente della Regione e della Provincia autonoma interessata.

Insomma ragazzi, bisogna puntare i piedi e lottare per il riconoscimento dei nostri diritti, perché adesso succederà, come peraltro già sta succedendo, che a chi era effettivamente in mezzo alla gente rischiando di beccarsi il VIRUS, niente vaccino. Abbiate coraggio di affrontare le decisioni importanti e tanta calma.

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