Vittorie militari e miseria sociale

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
Dal 1648 al 1653 Giulio Mazzarino attraversò la crisi più tremenda della sua vita e della surà carriera, che avrebbe potuto travolgere anche la monarchia e tutta la Francia, se la sua abilità e genialità non lo avessero sorretto e, infine, riportato alla guida del governo francese. I motivi di quello che abbiamo chiamato l’uragano della guerra civile furono molti, complessi e non sempre chiari. Cerchiamo di coglierne i più importanti.

Alla base dell’azione politica, di Richelieu prima e di Mazzarino poi, c’era la concezione dello Stato assolutista, che si concentrava e si esprimeva tutto nella persona e nella volontà del monarca. Questa concezione caratterizzò le teorie e la prassi di governo nella seconda metà del Seicento e in tutto il Settecento. L’assolutísmo soffocava ogni prima scintilla di democrazia, di politica sociale e popolare. Qualsiasi tentativo di controllo da parte di assemblee o parlamenti, che venisse ad intaccare l’autorità del re, era combattuta spietatamente. Tentativi del genere già se ne verificavano molti, anche in Francia, ma erano ancora idee confuse e si manifestavano a livello di impressioni e di conati non meglio definiti. Ma essi potevano costituire un substrato psicologico sufficientemente valido, pur se labile e incostante, a rivolte e movimenti di protesta.

Contro lo stesso principio assolutista, da un’altra direzione, si scagliarono con più determinazione e maggior cognizione di causa i nobili feudatari, i quali sentivano che il loro ruolo politico si veniva riducendo a semplice comparsa coreografica per esaltare la maestà del re e far sentire più intoccabile la sua autorità. Richelieu e Mazzarino, più rudemente l’uno e con maggior tatto e diplomazia l’altro, ma tutti e due con chiara determinazione, venivano togliendo alla nobiltà feudale ogni autorità, interferenza e peso nel governo della nazione, che accentravano nelle mani del re e dei primi ministri, veri autori di ogni decisione.

I re, dal canto loro, avevano perduto la capacità e l’energia di essere i veri capi dei popoli e degli eserciti, ipotizzando i motivi del loro prestigio e della loro autorità nella sfera dell’istrionismo superstizioso, che li faceva apparire voluti e inviati da Dio; essi rappresentavano il potere, ma per esercitarlo avevano bisogno di uomini abili e preparati, di ministri capaci e spesso senza scrupoli. La stridente contraddizione di un’autorità pretesa per diritto divino e la capacità di esercitarla, che quello stesso diritto divino dei popoli. Ed essi, i re, come ultimo espediente per salvare se stessi e l’istituzione, accettavano che abili ministri trasformassero il potere in prepotere e l’autorità in assolutismo.

Queste idee – forse sarebbe più esatto chiamarle impressioni – per divenire chiare ed esplicite dovettero attendere ancora alcuni decenni. Intanto gli animi si agitavano e le forze in campo – monarchia, nobiltà, popolo, plebe – sarebbero entrate in conflitto fra loro alla prima occasione favorevole.
In Francia, proprio durante il governo della reggente Anna d’Austria e del ministro Mazzarino, si verificarono circostanze favorevoli perché entrassero in aperto e violento scontro nobiltà, parlamento e popolo da una parte, monarchia e governo istituzionale dall’altra.

Le continue guerre che andiamo ricordando avevano bisogno di finanziamenti incessanti e sempre più consistenti. Gli eserciti allora erano formati da soldati di mestiere, che militavano e combattevano non in base alla loro nazionalità e per dovere civico, ma si offrivano a chi li pagava meglio e di più, non facendo caso alla bandiera che li guidava. Per avere buoni eserciti, pertanto, era necessario disporre di molti soldi, e l’unico sistema per procurarseli era l’ímposizione di tasse, le quali colpivano con maggiore pressione quando la penuria si faceva sentire di più. Mazzarino, che abbiamo presentato come un genio nella diplomazia, aveva una grossa e imperdonabile lacuna: non era affatto un economista e non possedeva capacità amminístrative. Per amministrare il suo patrimonio personale, ricchissimo, egli aveva trovato una persona attiva e meticolosa, jean Baptiste Colbert, un vero amministratore; per la direzione delle finanze dello Stato il ministro si era affidato a tipi come Particelli d’Emery, di origine italiana, uno specialista nel cavar soldi e nell’inventare espedienti fiscali.

Il popolo, poi, oltre ad essere vessato e impoverito dalla pressione fiscale, doveva subire tutte le angherie, le razzie, i saccheggi che inevitabilmente si verificavano ogni qualvolta passava un esercito. La miseria e la fame in Francia e nella stessa Parigi avevano ridotto la gente alla disperazione.
Proprio in quegli anni san Vincenzo de’ Paoli (il « Signor Vincenzo », come lo chiamavano) per aiutare le moltitudini dei diseredati, fondò la Congregazione dei Fratelli della Missione. Ma ben poco poteva la carità del Santo e dei suoi seguaci contro la miseria disperata delle masse; soprattutto, egli, nonostante i suoi interventi, non poteva impedire ai potenti di perseguire i loro ambiziosi disegni succhiando il sangue della gente. Fu questa miseria generale, provocata dalle tasse esorbitanti e dalle continue guerre, l’occasione, prima per il parlamento di Parigi e poi per i nobili, per far scoppiare in Francia la guerra civile, passata alla storia con l’appellativo di « La Fronda ».