Vita da bandisti

Testi a cura di Orazio Mascioli maggiori info autore
“Passammo sopra il burrone dove era precipitata l’anno prima, la banda di Grassano, che tornava a tarda sera dopo aver suonato nella piazza di Accettura. Da allora i morti suonatori si ritrovano a mezzanotte, in fondo al burrone e suonano le loro trombe; e i pastori evitano quei paraggi, presi da un reverenziale terrore.”
L’affresco di Carlo Levi ben delinea la cultura e l’ambiente in cui operavano le bande musicali ed è una delle. poche testimonianze scritte sui fatti correlati alla magra vita dei suonatori.

La “Domenica del Corriere” del 17 settembre 1922 portava In copertina la Banda di Silvi travolta da un treno il 30 agosto dello stesso anno in un passaggio a livello incustodito presso Chieti Scalo. Morirono ben 11 musicanti compre ho il maestro Giuseppe Palmisano. L’inviato de “il Mattino di Napoli”, Ernesto Serao, figlio della più celebre Matilde, trovò tra i morti ed i feriti il foglio di uno spartito de La Forza del Destino 2. La tradizione volle poi che fu proprio il maestro ad essere trovato con il capo reclino sulle pagine di Verdi 3.
Tra storia e aneddotica, era questo il mondo che ruotava intorno alle feste paesane, il mondo dei bandisti che incarnavano l’anima milsicale abruzzese, e che rappresentavano per il popolo una scuola di “artigianato artistico” unica nelle regioni del Sud tramandare una sana cultura musicale.
E quando si dice artigianato artistico lo si deve intendere nelle due accezioni possibili: oggettiva e soggettiva.

Nella prima accezione, nel senso che quella forma d’arte che la banda esprimeva faceva parte di un segmento minore nelle gerarchie musicali. Nella seconda, nel senso che i suoi componenti in massima parte erano artgiani che lavoravano in banda solo una parte dell’anno (dal venerdì santo agli inizi dell’autunno), riuscendo ad armonizzare agli impegni delle botteghe con le trasferte musicali 4.

Ma non deve sovvenire come criterio interpretativo nella ricostruzione storica il concetto di “dialettantismo”, poiché esso è estraneo – non appartiene proprio – al magico mondo della cultura paesana, dove anche i briganti di un tempo non erano professionisti, ma delle cui catture la storiografia ufficiale è piena e zeppa a proprio prestigio e legittimazione.

Lo spartito de La Forza del Destino – tra tutti i possibili in repertorio – per il maestro Palmisano, così come il burrone lucano per la banda di Grassano, servivano come supporto mitico della leggenda e all’esigenza dell’immortalità della tradizione della subcultura; le catture dei briganti, le cui teste venivano maestosamente e puntigliosamente immortalate dai fotografi del Regno d’Italia, davano si ufficialità a quelle bande ben diverse, ma per scopi dissuasivi e propagandistici. Le fototeche nazionali sono ricche di queste bande.

Sono povere invece delle nostre Bande Musicali. Quel che ci è pervenuto lo dobbiamo alla cura di pochi privati, che hanno appreso dalla leggenda il dovere di testimoniare.

NOTE

(1) CARLO LE’VI “Cristo si è fermato A Eboli” -Binaudi Editore 1945 XIX ristampa Oscar Mondndori ottobre 1,981, pag, -1.7
(2) Cfr. LUIGI BRACCILI- “C’ è un pezzo di storla in quello spartito” – Il Trinpo d’Abruzzo Anno XLIII n.218 13/8/86 pag.,2
(3) Cfr. ENRICO LEONE-SERGIO MASCIARELLI – “Una vita per la banda ” Editrice Itinerari Lanciano 1981, pag. 29
(4) Cfr. FRANCO FARIAS-FRANCESCO SANVITALE – ” Le Bande Musicali in Abruzzo” – Gangemi Editore Roma 1984, pag. 42
(5) Cfr. Carlo Levi cit. ibidem

Tratto da “Strana storia la storia della Banda”