Comune Di Ortucchio

L’ abitato di Colle Santo Stefano è situato in località Pozzo di Forfora nell’area sud orientale del bacino del Fucino (I.G.M. Gioia dei Marsi 152 IV N E, 41′ 56′ 35″ N 1′ 11′ 40″ E). Scoperto da O. Ventura e segnalato da U. Irti (IRTI, 1988) è stato oggetto di indagini sistematiche condotte dal Dipartimento di Scienze Archeologiche dell’Università di Pisa negli anni 1988-93, riprese nel 1997 e tuttora in corso (RADI, WILKENS, 1989). Gli scavi hanno messo in evidenza ed esplorato un deposito a spessore variabile (cm 20 – 80), che pare essere sedimentato in un avvallamento, la cui superficie presenta inclinazione da S/0 verso N/E.

Osservazioni geomorfologiche e sedimentologiche (G. Boschian)

L’insediamento è situato su un’ampia spianata lievemente inclinata che raccorda la piana del Fucino alle pareti di roccia, ed ai depositi di versante da queste derivanti, che la circondano. Questa superficie è impostata su depositi a ghiaie in genere arrotondate disposte in strati ben evidenti, che si distinguono per le diverse dimensioni dei ciottoli. Le osservazioni che seguono sono desunte dall’osservazione di campagna del deposito archeologico e dall’esame micromorfologico di sei sezioni sottili di campioni indisturbati di suolo, cinque dei quali prelevati a distanza costante l’uno dall’altro lungo l’intero spessore; il sesto rappresenta un sottile strato franco sabbioso di colore bianco giallognolo situato a poca di stanza dalla base del deposito.

La campionatura eseguita e le dimensioni dell’area di scavo non forniscono dati sufficienti ad una esaustiva interpretazione dei processi di formazione del sito. In particolare non è possibile, allo stato attuale delle conoscenze, stabilire l’origine della lieve depressione che contiene il deposito archeologico, anche se questa pare essere stata tagliata nei livelli alti delle ghiaie fini (Ghiaie di Boscito ?, GIRAUDI, 1988) debolmente pedogenizzate, che costituiscono l’orizzonte sommitale della successione nell’area di Pozzo di Forfora. La grande omogeneità di caratteri tessiturali e morfologici lungo tutto lo spessore del deposito archeologico suggerisce che il processo di accumulo sia stato di durata relativamente breve, oppure che le modalità di deposito siano rimaste invariate per lungo periodo, fatto questo che contrasterebbe con i dati archeologici. La presenza di grandi quantità di materia organica, di probabile origine vegetale, indica una forte antropizzazione, benchè non sia possibile stabilire quale sia stata l’attività che ha dato origine a questo accumulo.

La componente dominante nella pasta di fondo è tuttavia la calcite, in forma di fini aggregati micritici e di cristalli microsparitici; la presenza di forme, anche se piuttosto rare e mal conservate, che richiamano quelle dei cristalh di ossalato di calcio presenti nelle strutture legnose dei vegetali (COURTY, WATTEZ, 1987), indica che buona parte del deposito è costituita da ceneri, probabilmente di legno maturo, nelle quali l’ossalato è stato arrostito e carbonato per combustione a temperatura medio alta. La cattiva conservazione delle forme è da imputarsi all’attacco acido da parte delle soluzioni percolanti ed alla pedogenesi che hanno causato la dissoluzione di parte degli aggregati, cancellandone parzialmente la forma originaria: questi aggregati sono infatti assai reattivi ai processi di dissoluzione e gli effetti di questo fenomeno si riscontrano anche nella ricristallizzazione di questi carbonati sotto forma di cristalli microsparitici in altre aree del deposito. Tuttavia va posto in evidenza che i cristalli microsparitici possono essersi formati anche a causa della penetrazione nella massa del suolo di soluzioni ricche in carbonati provenienti per spinta capillare dal substrato ghiaioso. Riguardo alla natura del sottile strato discontinuo franco sabbioso di colore bianco giallognolo, che si rinviene in prossimità della base del deposito archeologico, si pone in evidenza che la frazione sabbiosa è quasi del tutto assente, che la pasta di fondo è costituita quasi integralmente da microsparite, che sono presenti deboli tracce di laminazione e che rari resti di (micro)organismi dulcicoli sono osservabili in sezione sottile.

Siffatte caratteristiche indicherebbero per questo deposito un’origine lacustre, in un bacino relativamente ampio e ben ossigenato; tuttavia è assai poco probabile che si possa trattare di sedimentazione lacustre in situ, perché i tempi e le modalità di un eventuale innalzamento del livello lacustre non sono compatibili con la durata della sedimentazione del deposito e con la geometria dei corpi sedimentari osservati in esso. Si propende quindi, in via del tutto propositiva, per una causa antropica della presenza di questo livello nella successione.

Le strutture

Nel deposito sono state distinte più superfici di frequentazione, alcune strutturate. La superficie più antica (quota 160 – 165) è costituita da un piano a ciottoli arrotondati di piccole dimensioni, infissi in uno strato di limo lacustre artificialmente steso sulle ghiaie del substrato e localmente cotto (fig. l, a) ; vicino a questo piano è una buca di palo; ad una quota leggermente superiore (150 – 155) è una superficie ad acciottolato con ciottoli di medie dimensioni spigolosi, meno regolarmente disposti, a tratti continuo e diradato verso i margini, senza confini netti; lateralmente a questa area compaiono chiazze discontinue di limo giallo lacustre quasi sterile di materiale; a quota 135 una fossetta allungata è stata scavata nel deposito sottostante e pesca nelle ghiaie di base: è rettilinea per circa m 9 quindi compie una curva; è larga circa cm 30/40 e profonda cm 50; alla stessa quota e nell’area delimitata dalla fossetta è un focolare con terreno carbonioso e coperto da frammenti di grandi macine (fig. 1, b), un insieme di macina frammentaria e macinello, una fossetta circolare circondata da pietre e contenente un vasetto zoomorfo (RADI, 1991) ; a quota 110 – 120 è un’area di combustione in limo cotto dal fuoco, molto disturbata; a quota 100 sono i resti di un battuto a superficie lisciata in terracotta.

I materiali

Sono abbondanti e portano dati nuovi che arricchiscono e rendono più articolato il quadro del primo neolitico nella regione, come è stato già in parte reso noto (RADI, WILKENS, 1989; RADI 1991, RADI, 1996).

La ceramica
E’ per lo più molto frammentaria e sono state ricostruite rare forme vascolari; tuttavia sono riconoscibili i tipi classici della ceramica impressa medio adriatica, con alcuni caratteri propri del sito. Sono presenti scodelle e scodelloni troncoconici a pareti convesse (fig. 2, 1-3), ciotole emisferiche a base piana (fig. 2, 6), vasi profondi ovoidali (fig. 2, 4) e fra le forme composte vasi a fiasco e ollette in ceramica fine con orlo distinto o colletto (fig. 2, 7, 8). Assenti sono le basi a piede e le ciotole a carena arrotondata, ben documentate in altre stazioni della regione (CREMONESI, 1976; DI FRAIA, GRIFONI CREMONESI 1996; RADI, VEROLA, 1999).

Molto importante è la decorazione: accanto alle impressioni (19%) e a tratti incisi (60 k) coprenti la superficie del vaso, propri del patrimonio locale, sono presenti motivi resi a incisione, sia sottile e superficiale sia ampia e marcata (6.5%), che hanno come schemi di base lo chevron, lo zig zag e arboriformi, spesso associati in composizioni complesse, molto caratteristiche del sito.
Tuttavia la novità emersa a Colle Santo Stefano è la relativa frequenza (14.5%) di decorazioni a microrocker e a sequenze, cioè serie di piccole impressioni ravvicinate, con disposizione in schemi geometrici su ceramiche fini, a rocker ottenuto anche con conchiglia dentellata (cardium), di protomi antropomorfe in corrispondenza dell’orlo, rese con elementi plastici (fig. 2, 2), anche associati ad incisione e/o impressione (RADI, 1991, figg. l, 2; RADI, VEROLA, 1996). Nella campagna di scavo ’99 è stato trovato un piccolo vaso semiovoidale con base a tacco in ceramica fine di colore rosso, recante una decorazione ottenuta con una tecnica che ricorda quella a negativo: sotto l’orlo una fascia di colore bruno evidenzia una coppia di linee a zig zag del colore rosso del fondo (fig. 2, 6).

L’industria litica scheggiata (A. R. Pistoia)

E’ abbondante, molto ricca e fortemente specializzata. La materia prima è selce ed ossidiana (per quasi il 10%) proveniente da Lipari e da Palmarola (BIGAZZI, RADI, 1998). Il débitage tende alla produzione di lame, con talloni per lo più preparati a faccette; le dimensioni dei manufatti sono prevalentemente piccole e molto piccole. Ben documentato è l’uso della tecnica del microbulino (RADI, 1991,). Fra gli strumenti i bulini hanno un indice piuttosto debole (2.9 %), rappresentati dai tipi semplici e su frattura, ma non sono trascurabili quelli su ritocco. I grattatoi hanno indice un poco più significativo (4.8%), con leggera prevalenza dei tipi lunghi sui corti, fra cui compaiono alcuni esemplari subcircolari; è attetato anche un buon numero di forme ogivali soprattutto a muso; i carenati sono scarsi.

Gli erti differenziati hanno un indice medio (15.24%): sono dominanti le troncature e i geometrici, seguiti dai becchi, mentre punte e lame a dorso e dorsi e troncature hanno valori molto modesti. Fra le troncature c’è equilibrio fra i tre tipi, mentre fra i becchi sono superiori quelli d’asse, spesso con la morfologia dei perforatori ad estremità talora smussata. Fra i geometrici sono attestati tutti i tipi, ma dominano i trapezi, in particolare scaleni; spesso è ben riconoscibile o del tutto conservato il piquant trièdre. I foliati (0.23%) sono costituiti da soli tre pezzi non caratteristici. Il substrato ha indice molto elevato (74.22%): al suo interno sono prevalenti i denticolati seguiti dalle lame ritoccate, mentre i raschiatoi corti hanno una presenza più modesta, ma numerosi sono i frammenti; insignificanti sono gli indici di punte ed erti indifferenziati. Molto debole è la presenza degli scagliati.
Gli elementi con lustro rappresentano l’11% dell’industria, realizzati in prevalenza su strumenti: per lo più raschiatoi lunghi e denticolati, ma anche dorsi e troncature, mentre rari sono i geometrici e i grattatoi.

Tratti dal libro Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità Archeoclub d’Italia
(Testi a cura di G. Radi, G.i Boschian, L. Calani, Anna R. Pistoia, B. Zamagni)

Osservazioni sugli elementi di falcetto (L. Calani)
Si è ritenuto opportuno procedere ad un approfondimento sulla classe degli elementi di falcetto, in quanto risulta ben rappresentata ed offre un’interessante variabilità nei sistemi di immanicatura e nelle modalità di utilizzo. Sono stati osservati al microscopio binoculare a 100 e 200 ingrandimenti 42 utensili, selezionati prevalentemente in base alla presenza di lustro visibile ad occhio nudo e ad alcuni caratteri morfologici e funzionali di rilievo, quali la natura del supporto e le dimensioni, la posizione e l’orientamento dell’area usurata (VAN GIJN, 1990; GONZALES URQUIJO, IBANEZ ESTEVEZ, 1994). La maggior parte dei pezzi osservati presenta inserzione obliqua, ben deducibile dalla morfologia e dall’orientamento dell’area interessata dal lustro, che è localizzata su uno spigolo del supporto e quindi di forma triangolare, mentre quando l’elemento è immanicato in senso longitudinale rispetto all’asse del manico, l’area funzionale è costituita dall’intero bordo rettilineo laterale.

Nei casi di inserzione obliqua le superfici di frattura perpendicolari all’asse del supporto presentano generalmente un’usura molto lieve rispetto alla porzione di bordo laterale, dato che induce a ritenere quest’ultimo come conduttore nell’azione di taglio, ovvero come area che incontra per prima e in modo diretto il materiale lavorato. La morfologia più ricorrente nei supporti è quella laminare, con ritocco per lo più parziale ad andamento spesso denticolato.
Sono stati individuati alcuni casi di ripristino dei bordi usurati con ritocco secondario, ben individuabile perché asporta parte del tagliente interessato dal lustro. Tale pratica, ben documentata in altri complessi neolitici, può essere stata impiegata per sopperire a carenze momentanee di supporti adatti ad una certa funzione, ma può costituire anche una conseguenza significativa di precise scelte sistematiche operate in merito allo sfruttamento della materia prima ed alla sua economizzazione. Fra le considerazioni generali sono da aggiungere la frequenza di elementi di falcetto usati su entrambi i bordi e sul medesimo materiale di contatto e l’assenza, almeno per il momento, di una stretta correlazione fra la morfologia del bordo e la funzione.

Osservando la distribuzione del lustro si constata che esso occupa una superficie più ampia sulla faccia dorsale rispetto a quella ventrale, indicando la prima come area di maggior contatto con il materiale lavorato. Il tipo di lustro più frequente è quello che risulta dal taglio dei cereali. Esso presenta una superficie piatta, con scarsi segni direzionali o tracce di abrasione, praticamente uniforme sul filo del bordo e la zona immediatamente adiacente, interrotta da piccole aree meno intensamente usurate, che si fanno sempre più ampie man mano che ci si allontana dal tagliente. Il bordo appare arrotondato e talvolta interessato da stacchi di microschegge dovuti all’uso (ANDERSON, 1992). Nei casi di movimento trasversale dello strumento, ovvero di azioni di raschiatura e non di taglio, la relazione fra profondità del lustro ed immanicatura è meno cogente, in quanto la meccanica d’uso non consente un contatto cosi esteso con il materiale lavorato.

E’ interessante notare come quest’ultimo utilizzo trasversale, riscontrato su almeno due utensili fra quelli osservati, abbia determinato un lustro di tipo del tutto diverso da quello precedentemente illustrato, solcato da hrevi e profonde strie di abrasione. Si può ipotizzare che, data la lucentezza, si tratti sempre di materiale di contatto di natura vegetale, ma di maggiore durezza, o che siano intervenute nel corso del movimento particelle abrasive estranee. Una spiegazione sperimentale potrebbe essere la “despigazione”, effettuata imprigionando steli singoli o in fasci e facendo scorrere lo strumento sulla parte terminale per staccare le spighe, effettuato sia sul campo, senza dunque recuperare gli steli, sia dopo la mietitura, nel caso che anche gli steli fossero recuperati. Un’usura ancora diversa, con topografia ondulata, tracce di abrasione e direzione longitudinale si è riscontrata su alcuni elementi ad inserzione sia obliqua che rettilinea e si può ricondurre al taglio di giunchi o canne.

In particolare, tutti gli elementi ad inserzione longitudinale con profondità del lustro limitata recano evidenti tracce di abrasione; in questi casi è possibile che abbia un ruolo determinante la durezza del materiale di contatto. Di particolare interesse risulta un pezzo con usura solo dorsale di ampiezza notevole, localizzata non sui bordi, ma al centro. Il lustro è molto simile a quello degli elementi di falcetto e la direzione di lavoro è parallela ai bordi laterali, ma le frequenti strie di abrasione indicano un materiale più duro dei cereali e delle graminacee. Suscita curiosità la modalità di immanicatura, non ben identificabile, ma che presuppone certamente una sequenza di elementi accostati.

L’industria litica levigata (B. Zamagni)

L’intero complesso comprende 15 reperti cosi ripartiti: un’accetta integra e 9 frammenti di asce/accette (7 taglienti e 2 talloni), 2 piccole asce non integre, 2 scalpelli e un probabile percussore, ricavato da un’ascia non più funzionale; tutti i taglienti, leggermente arcuati o rettilinei, si presentano fortemente smussati dall’uso, spessi e usurati, ormai privi di filo, fatto che denota un uso intenso. L’esemplare integro ha sezione biconvessa, margini arrotondati e tallone a profilo trapezoidale; l’uso ha arcuato il tagliente, che sembra quasi sia stato usato come cuneo o percussore. Dei due talloni, conici, uno, a sezione circolare, sembra appartenere ad una grande ascia . Interessanti osservazioni sono possibili anche sui restanti frammenti: due di essi si presentano come chiari ripristini di funzionalità di strumenti fratturati dall’uso e lo si rileva dallo spigolo vivo che costituisce uno dei due margini (indizio di una rottura al tagliente) e in un caso anche dall’andamento asimmetrico del taglio (RADI, 1991). Altri tre frammenti hanno sezione biconvessa e margini arrotondati o subsquadrati ; in un caso sono presenti tracce di lustro sul tagliente, dovuto al contatto con il legno. Un altro frammento infine a tagliente stretto, quasi al limite con uno scalpello, ha sezione piano convessa e margini arrotondati.

Particolari sono le due piccole asce, di forma trapezoidale a margini squadrati, con il tagliente unguiforme; una sembra un esemplare rotto e poi ripristinato (fig. 4, 4). Al centro delle facce dell’altro frammento si notano invece delle strie che sembrano rappresentare un tentativo di segare in due lo strumento, forse per ricavarne due scalpelli (fig. 4, 9). Nonostante le piccole dimensioni le evidenti tracce d’uso ne escludono una valenza simbolica; sembrano d’altra parte adatte ad un uso come sgorbia. Gli scalpelli, a margini squadrati, presentano le superfici ricche di strie di lavorazione, che creano vari piani di sfaccettatura.

Infine si descrive un probabile riutilizzo di accetta come percussore, con tracce d’uso sia sul tallone che sulla parte opposta, che si presenta fortemente scheggiata. Su una superficie sono presenti delle picchiettature, ma, per la cattiva conservazione, non è chiaro se siano pertinenti alla fabbricazione dello strumento o se siano anch’esse tracce d’uso. Si descrive fra questi materiali anche un frammento di arenaria che presenta su un lato delle tracce tipo “polissoir” e sull’altro una superficie piana, ben lisciata dall’uso. E’ probabile che il suo uso fosse legato sia alla lavorazione della pietra levigata che alla fabbricazione dell’industria su osso, abbondante nel sito. L’industria in pietra levigata presenta caratteristiche omogenee: si tratta di strumenti per lo più rotti, molto usati e in alcuni casi ripristinati. La tipologia è massiccia, caratteristica che sembra propria del neolitico antico di area abruzzese: confronti stringenti si hanno infatti con le 9 accette provenienti dal Villaggio Leopardi (CREMONESI 1966, p. 44) e con gli esemplari del sito di Marcianese (GENIOLA 1982, tav. 24, 1,2; tav. 27, 10).

Analisi preliminari di tipo petrografico, compiute da E. Danese sulla materia prima, indiziano per lo più un reperimento locale (arenaria, calcilutite a foraminiferi plantonici, ex-calcarenite bioclastica, radiolarite), ma sono presenti rare vulcaniti provenienti verosimilmente dall’Appennino meridionale tirrenico.Interessante è notare come siano proprio gli oggetti più piccoli ad essere confezionati con materiale esotico, fatto del resto già osservato da altri Autori (CREMONESI, 1976, p. 206). Si tratta infatti dei due scalpellini e di un frammento di tagliente pertinente ad una piccola ascia.
Numerosi sono i frammenti di macine in calcare di grandi dimensioni, che presentano esternamente una sbozzatura con ampi distacchi o un’accurata lavorazione tramite picchiettatura e all’interno talora una sagomatura con margine laterale .

L’industria su osso

E’ ricca e di ottima lavorazione; sono molto numerose punte sottili totalmente levigate lunghe o corte, meno frequenti i punteruoli tratti da diafisi sbiecata, più rare sono spatole e zappette in corno di cervo (RADI, 1991, fig. 4, 5-11). Anche gli ornamenti sono ben documentati con oggetti in osso, denti forati, conchiglie forate (columbella) e dentalium, grani di collana cilindrici in terracotta.

Economia

I dati relativi sono preliminari e lacunosi. Le faune sono ancora in corso di studio, ma dall’esame dei primi reperti emerge l’importanza dell’allevamento accompagnato da un’attenzione generalizzata alle risorse dell’ambiente: veniva praticata la caccia a piccoli e grandi mammiferi, agli uccelli e la pesca. Fra gli animali allevati sono gli ovicaprini più numerosi, ma rilevante è la presenza dei bovini quali fornitori di carne, meno significativo il peso dei suini (RADI, WILKENS, l989). Per quanto riguarda i vegetali non sono stati trovati resti di cereali e leguminose o altri frutti in genere, tuttavia è evidente che la quantità dei falcetti e delle macine e la cura posta nel prepararle testimoniano che l’agricoltura era affermata e praticata come attività primaria. Notevole peso doveva avere l’attività commerciale per la presenza di materie prime non locali: le vulcaniti dell’area campana, l’ossidiana da Lipari e Palmarola, le conchiglie marine, la spina caudale di Aquila di Mare (WILKENS, 1996).

A questo riguardo si può notare nei tagli alti del deposito un incremento dell’ossidiana che pare dovuto al raddoppiarsi della quantità attribuibile a Palmarola, mentre il numero dei manufatti di Lipari rimane invariato. Inoltre è interessante osservare che la presenza di elementi connessi con le azioni di preparazione del nucleo e di scheggiatura – manufatti corticati, ravvivamenti, microschegge di preparazione del piano di percussione, lame sorpassate e nuclei – attestano che l’ossidiana era acquisita in blocchi grezzi e lavorata sul sito. Considerazioni Lo studio dei materiali e il proseguire delle ricerche permettono una sempre più articolata definizione del complesso di Colle Santo Stefano. Le ceramiche rivelano un numero crescente di significativi elementi di rapporto con altre aree. In primo luogo si conferma nelle forme decorative una derivazione dagli schemi propri della ceramica impressa meridionale, che in Abruzzo offrono il repertorio più consistente e variato nell’insediamento di Villaggio Rossi a Marcianese (GENIOLA, 1982).

Un unicum nel patrimonio decorativo di Colle Santo Stefano è il vasetto con motivo a zig zag evidenziato in negativo sul colore della parete, che ricorda alcune decorazioni dell’abitato della Marmotta (FUGAZZOLA DELPINO e ALTRI, 1993). Il confronto si ferma alla suggestione dell’aspetto decorativo poichè le forme vascolari sono diverse, corrispondendo nella conformazione della base piana a Colle Santo Stefano e convessa a La Marmotta – al carattere proprio dell’area culturale di appartenenza. Nell’industria litica una forte caratterizzazione è data dal legame con le esperienze del mesolitico recente nel débitage come nella tipologia, per la elevata percentuale di strumenti a ritocco erto, in particolare le troncature e i geometrici, trapezi prevalentemente, fra cui compaiono forme caratteristiche, come quello rettangolo a ritocco inverso della base, spesso con piquant trièdre, e fra i denticolati la presenza di numerose lamelle a incavi opposti.
Un tratto proprio del complesso è l’altissima percentuale degli elementi di falcetto, come pure la quantità notevole di ossidiana.

Forti somiglianze con Colle Santo Stefano si notano anche in altri siti a ceramica impressa del Fucino, in particolare Praja Sant’Angelo (RADI, VENTURA, 1993), Paterno (PESSINA, 1991) e Grotta Continenza (BARRA e ALTRI, 1989-90), dove le industrie litiche sono sufficienti per riconoscere alcuni elementi peculiari, testimoniando l’esistenza di una caratterizzazione culturale comune a tutto il territorio. Inoltre vediamo come questa area interna dell’Abruzzo si allontani dai caratteri propri dei villaggi della regione, ma riveli una serie di affinità specifiche con i siti marchigiani, in particolare Maddalena di Muccia (LOLLINI, 1965), sia per il débitage che per la tipologia, e notevoli somiglianze con la Marmotta (FUGAZZOLA DELPINO e ALTRI, 1993) e Fornace Cappuccini di Faenza (BERMOND MONTANARI e ALTRI, 1994).

Come è stato recentemente sottolineato si riconosce una sorta di provincia comune per quanto riguarda le industrie litiche dal Lazio all’Abruzzo alle Marche alla Romagna (MORONI LANFREDINI, RONCHITELLI, 1998). Non è un caso che in questi siti si riscontri anche un’alta percentuale di ossidiana e la stessa provenienza da Lipari e da Palmarola. Sembra evidente che nel primo neolitico il Fucino si trova inserito in una rete di direttrici che percorrono la Penisola per il trasferimento di materie prime e che è strettamente collegato alla costa sia tirrenica che adriatica: probabilmente dal Fucino gli approvvigionamenti proseguivano verso i territori orientali.

Cronologia

La datazione di Colle Santo Stefano (Rome 468) a 6575 + 80 anni bp corrisponde a quella del taglio 20 di Grotta Continenza contenente le prime testimonianze del neolitico: R1411 : 6590 + 75 anni bp (GRIFONI CREMONESI, 1999). Entrambe si allineano con le datazioni fino a poco tempo fa considerate le più antiche per la ceramica impressa medio adriatica (RADI, 1996). Recenti datazioni ottenute per il sito di Rio Tana (AECV-2012C : 6860 + 60 anni bp, AECV-201 iC : 6790+ 70 anni bp) (SKEATES, WHITEHOUSE 1994) invecchiano di almeno due secoli l’attestazione dell’insorgere del neolitico nel Fucino, riducendo l’intervallo con la cronologia del sud est della Penisola. Anche a Colle Santo Stefano la datazione indica un termine ante quem per l’impianto dell’abitato in quanto ottenuta su campioni prelevati nel livello corrispondente ad una seconda fase di strutturazione. Tuttavia sia per le indicazioni fornite dalle analisi sedimentologiche che per la sostanziale omogeneità dei materiali, nei quali non si colgono variazioni significative dai livelli inferiori a quelli superiori, pare di poter escludere che la frequentazione del sito sia durata molto a lungo. E’ verosimile quindi che le due stazioni a breve distanza l’una dall’altra siano sfalsate cronologicamente e si puà ipotizzare che l’abitato più recente, cioè Colle Santo Stefano, sia stato impiantato dalla stessa comunità di Praja Sant’Angelo o Rio Tana in un’area limitrofa con terreni non sfruttati dalla coltivazione.

Tratti dal libro Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità Archeoclub d’Italia
(Testi a cura di G. Radi, G.i Boschian, L. Calani, Anna R. Pistoia, B. Zamagni)

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Villaggio di Colle Santo Stefano
Villaggio di Colle Santo Stefano

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