Usi e costumi ( i giochi )

I giochi erano la valvola di sfogo contro il peso quotidiano del lavoro e la monotonia delle giornate sempre uguali. I più spettacolari si svolgevano all’aperto e consistevano in prove di forza o di destrezza per le quali si usavano generalmente le bocce o le piastrelle (1). Però, ce n’erano anche alcuni che prevedevano l’uso di altri strumenti come le palline di terracotta o le monete da 10 centesimi che, per l’occasione, erano anche note con il nome di “Tacconi”. Questi ultimi, in particolare, erano quasi onnipresenti perché, anche quando non erano essi stessi lo strumento del gioco, costituivano spesso la posta in palio per il vincitore. In pratica, ogni taccone era la quota che i giocatori versavano per partecipare e il loro insieme rappresentava il premio in palio per il vincitore. Nel gioco più importante, pero, che era quello della “Rucica”, non servivano ne le bocce, ne le piastrelle, ne i tacconi, ne gli altri strumenti solitamente in uso negli altri casi, ma solo le “pezzette” e cioè le forme ben stagionate di formaggio che raramente venivano sostituite con ruzzole di legno.

Le pezzette rappresentavano non soltanto lo strumento del gioco ma anche la posta in palio per il vincitore (2). E la loro durezza era essenziale, cosi come la regolarità della circonferenza, per poter puntare su una buona riuscita della gara. La rucica esaltava la tradizione pastorale del paese e si prestava alla disfide più accanite con le squadre di altri paesi. Si svolgeva quasi sempre in via Paterno, nel tratto pianeggiante e rettilineo che collegava l’abitato al cimitero ed era il passatempo tipico del periodo di carnevale, quando la maggiore disponibilità di tempo libero si traduceva per tutti in un più forte desiderio di evasione. Dicono le cronache che era il gioco preferito dall’abate sampelinese, don Gabriele Boleo, il quale spesso si sbracciava, quando era il suo momento di tirare, per invitare la giuria a collocarsi un po’ più indietro. La forza e Ia precisione erano le qualità più importanti che i giocatori dovevano dimostrare di possedere per puntare alla vittoria.

Ma il risultato dipendeva spesso da circostanze fortunose al cui verificarsi seguiva sempre un coro misto di esclamazioni e di imprecazioni di vario contenuto. E quando i toni del vociare si impennavano e le espressioni diventavano più concitate del normale, voleva dire che la ruzzola stava subendo una imprevista deviazione e stava per imboccare la discesa della “Vignaranna” dalla quale poi qualcuno sarebbe dovuto andare a ripescarla. Un gioco molto spettacolare, nel quale il pubblico si divertiva almeno quanto i giocatori, era quello che si diceva “a fossette” e per il quale si usavano le bocce. I giocatori lanciavano a turno verso un piano inclinato sul quale venivano predisposte alcune buche: nove buche, per l’esattezza, allineate in tre file parallele da tre ciascuna. Nell’unica fossetta centrale, che era anche quella più importante perché la più difficile da conquistare, si depositavano i tacconi della posta nell’attesa di essere assegnati a un vincitore.

Ed era tale colui il quale riusciva a farvi entrare la sua boccia. Vinceva solo un taccone, invece, e, dunque, recuperava la sua quota chi riusciva a guadagnare una fossetta laterale. E non vinceva nulla, potendo solo sperare nella ripetizione della prova se avessero sbagliato pure gli altri, chi vedeva ridiscendere all’indietro la sua boccia. Il gioco andava avanti fino all’esaurimento della posta e la sua peculiarità stava nel fatto che gli spettatori non si limitavano ad osservare e ad incitare i protagonisti della gara ma partecipavano in proprio con dei veri e propri giri di scommesse e di pronostici sull’esito dei lanci. Gli spettatori, quindi, si buttavano in una gara parallela di scommesse che contribuiva a rendere il gioco ancora più animato ed avvincente.

Ugualmente animati, anche se non corredati dai giri di scommesse, erano il “mastro a vénce” e il “mastro a mmorì” per i quali si usavano le piastrelle. Il mastro era una piastrella un po’ più piccola, di forma triangolare, che veniva utilizzata in funzione di birillo. Nel primo caso, si usava un solo mastro per tutti i giocatori e lo si posizionava accanto a una fossetta contenente i tacconi della posta. I giocatori lanciavano a turno per cercare di colpirlo ed era vincitore colui che, con un lancio precisissimo, riusciva non solo a far cadere il mastro ma anche a far planare la piastrella nella fossetta dei tacconi. Il solo abbattimento del mastro, invece, dava diritto soltanto al ritiro di un taccone e non chiudeva la competizione che continuava finn all’esaurimento della posta. Nel secondo gioco, invece, si usavano tanti nastri quanti erano i concorrenti, ciascuno dei quali era responsabile del proprio, e tutti venivano collocati alle distanze convenute.

I giocatori lanciavano a turno contro il mastro di un avversario di loro scelta e con il suo abbattimento eliminavano dal gioco il concorrente. Sicché, vinceva tutto e incamerava i tacconi della posta colui che, un po’ per merito e soprattutto per fortuna, riusciva ad eliminare gli altri senza farsi eliminare ed a restare ultimo in gara. Con le piastrelle si giocava anche “a quadretto” e “a mezzaluna” che erano due giochi abbastanza somiglianti tra di loro. Nell’uno e nell’altro caso, si passava per una fase preliminare identica che aveva lo scopo di fissare una graduatoria tra tutti i giocatori. Chi lanciava più vicino ad una linea tracciata sul terreno aveva il diritto di iniziare per primo la fase successiva. Dopodiché, nel primo caso, il giocatore risultato primo nel lancio delle piastrelle prelevava i tacconi della posta e li lanciava tutti insieme verso un quadrato, tracciato anch’esso sul terreno, incamerando quelli che restavano al suo interno e ripetendo l’operazione per quelli che restavano all’esterno. Passava la mano solo quando nessun taccone fosse rimasto fermo all’interno del quadrato.

Nel secondo caso, invece, il giocatore risultato primo nel lancio delle piastrelle prelevava i tacconi della posta e li giocava tutti insieme a testa o croce. Nel lanciarli in alto doveva dichiarare “tutti testa” o “tutti croce” e incamerava quelli per i quali indovinava il verso di caduta. Ripeteva poi l’operazione per quelli non incamerati e passava la mano solo quando nessun taccone fosse ricaduto nel verso dichiarato. Con le palline di terracotta si giocava invece “a caporale”. Si chiamava cosi la prima di una serie di palline che erano allineate a distanze sempre più ravvicinate man mano che la fila si allungava. Questa fila era formata dai conferimenti dei giocatori e rappresentava la posta in palio per il vincitore. Contro di essa i partecipanti lanciavano a turno una biglia delle loro per cercare di colpirla e, in caso positivo, ne incameravano tutto lo spezzone finale che incominciava dalla pallina che avevano colpita. Sicché, per vincere l’intera posta e per finire il gioco bisognava colpire quella che era detta caporale.

La sua peculiarità stava nel fatto che i giocatori potevano regolarsi, almeno nelle fasi iniziali della gara, quando la lunghezza della fila era ancora sufficiente, tra il tiro che avrebbe comportato una vincita modesta ma sicura e quello che avrebbe assicurato una vincita maggiore ma più incerta. Nell’uno o nell’altro caso, bastava spostare il tiro verso la coda o verso la testa della fila dove le distanze sempre più strette o sempre più larghe tra una pallina e l’altra avrebbero reso più facile o più difficile la possibilità di colpirne una. In genere, i giochi che si svolgevano all’aperto erano anche quelli che esercitavano il maggior richiamo sugli spettatori. I più avvincenti erano quelli che prevedevano l’uso delle ruzzole, delle bocce e delle piastrelle perché, occupando sempre degli spazi molto ampi, potevano meglio essere seguiti dai curiosi e dagli appassionati.

Meno spettacolari, ma non per questo meno appassionanti, erano gli altri. Con le bocce si giocava anche alla “jattavétta”, che era il normale gioco a punti praticato sul terreno accidentato; con le carte si praticavano i giochi di cantina e con i tacconi si gareggiava a “nzeppamuro”, o a “accantossciamuro” e a “ruffetta”. Niente strumenti, invece, ma solo concentrazinne e un pizzico di psicologia erano richiesti nel gioco della morra per il quale il variare del tono della voce e la velocità di esecuzione erano le armi più importanti per confondere le idee all’avversaria. Nella jattavetta, nella morra e nei giochi di cantina la posta in palio era quasi sempre rappresentata dal vino. E, quando c’era il vino da consumare e la compagnia era adeguata, si faceva salvo il diritto “all’appetatico” di chi andava volta per volta a prelevarlo e si finiva poi per bere quasi sempre in passatella. Della quale passatella basti dire solamente una cosa: che allettava sempre nonostante la carica di litigiosità che comportava.

Si considerava ben riuscita quando creava una contrapposizione netta tra chi beveva molto e chi restava “ormo” e diventava addirittura memorabile se e quando riusciva a far “allanganire” qualcuno dalla sete oppure a far eccedere qualcuno di quei soggetti, rari a trovarsi a S. Pelino, che reggevano poco il vino. più semplice, rispetto ai passatempi degli adulti, era la struttura dei giochi fanciulleschi. Nel loro caso, infatti, l’agonismo non si traduceva mai nella previsione di premi per i vincitori, ma solo in penitenze varie nei confronti di chi perdeva. Praticamente, si gareggiava per non perdere e, dunque, per non incorrere nelle penitenze che il gioco prevedeva nei confronti di chi sbagliava. I più frequenti erano quelli che si dicevano “a tingoli”, “a ‘cchiapparella”, “a sardacavaliere”, “a scarecahiunzi”, a “nizza” e a “uno monta la luna”. Curioso era il sistema di conteggio al quale si faceva ricorso a volte, da parte dei più piccini, quando era il momento di scegliere (ovvero: di “cacciare”) quello dei giocatori che doveva andare sotto. In questo caso, infatti, la conta con i numeri era spesso sostituita dalla cantilena del “Pizzo Pizzo Lagno” la quale, scandita sillaba per sillaba, specie nella parte finale, equivaleva per l’appunto ad un conteggio (3).

Il più caratteristico dei giochi fanciulleschi era quello che si diceva “Uno, monta la luna”, dal titolo di un conteggio a forma di filastrocca che cominciava proprio con questo primo verso e continuava, abbinando sempre al numero un versetto, fino a tredici. In questo gioco qualsiasi numero di giocatori andava bene purché non fosse stato inferiore a tre. Si iniziava con l’estrazione a sorte di quello che doveva andare sotto dopodiché, mentre questi se ne stava al posto suo, chinato e con le gambe tese, gli altri lo scavalcavano a turno facendo pero attenzione, nel saltare, a non superare mai una linea di battuta tracciata sul terreno e a recitare sempre (e talvolta anche mimare, come al numero sei: “cazzottelli e te li do”) il verso giusto della filastrocca che doveva corrispondere al numero del salto. Chi sbagliava, o perché non riusciva nello scavalcamento, o perché non rispettava la linea di battuta, o perché dimenticava il verso della filastrocca, prendeva il posto del giocatore che stava sotto e causava l’interruzione del gioco che ricominciava dall’inizio.

La difficoltà maggiore stava nel fatto che all’inizio di ogni nuovo turno di salti, il giocatore che stava sotto doveva cambiar posto e allontanarsi di un “piede di cavallo” (una misura data dai due piedi uniti a forma di una T) dalla linea di battuta. Sicché, ad ogni verso successivo della filastrocca corrispondeva un salto sempre più allungato e un rischio di sbagliare più elevato. Per questo era difficile che si giungesse a recitare gli ultimi versi della filastrocca ed e difficile trovare chi se li ricordi tutti

Note
1) Le piastrelle erano dei comuni mattoni o mattoncini che venivano smussati agli angoli per dargli una forma arrotondata. La testimonianza in materia di.giochi e dell’ing. Ugo De Tiberis.
2) – Le pezzette erano la posta in palio per il vincitore anche quando la gara si svolgeva con ruzzole di legno.
3)Il testo della filastrocca e il seguente: “Pizzo, pizzo, lagno/ che venga da Sant’Angelo/ Sant’Angelo e Micchele/ che Dio ci mandi bene/ di pane e di vino/ di cascio pecorino/ alla fonte di Milano/ quando scoppia la cuccurucu/ pij-ja pa-n’e vit-ten-ne tu”.

Pasquale Fracassi