Usanze e tradizioni popolari

Le usanze e le tradizioni hanno un posto rilevante nel patrimonio storico-culturale di un popolo per vari motivi. In primo luogo per il significato morale, sociale e religioso che conferiscono alle vicende umane; poi perché offrono una chiave d’interpretazione e di spiegazione di fatti e di eventi storici; infine perché costituiscono una reliquia, un ricordo dei nostri antenati. Prima di esporre le principali espressioni dei modi di fare e di essere degli antichi Peretani, vorrei innanzi tutto rilevarne i tratti essenziali caratterologici e morali.

Premesso che in ogni parte del mondo ci sono buoni e cattivi, onesti e disonesti, furbi e fessi, colti ed ignoranti, ricchi e poveri, parafrasando uno scritto di Matteo De Augustiniis del 1845, si mettono qui di seguito in evidenza i tratti caratteriali storici della maggioranza delle persone come le ricordo quando ero più giovane, allorché erano ancora contenute l’invidia, la presunzione, la diffidenza e la maldicenza.

Ebbene il contadino, pur nella rudezza delle forme, ha uno sguardo calmo ed un linguaggio gioviale. Non e freddo ed insensibile, ma riflessivo e calcolatore. Prima di dare fiducia, vuole persuadersi. Non è attaccabrighe, ma pretende ovunque di dire la sua e manifestare le sue ragioni. Orgoglioso e patriarcale, allo sdegno più facilmente si abbandona; nel qual caso il suo linguaggio si fa minaccioso e non gli manca il coraggio di venire alle mani.

Egli più che baldanzoso e spaccone, è intrepido. Solerte, industrioso, capace di ogni fatica e sofferenza, non spera e non si dispera facilmente. Sopporta lo stato civile, sociale e politico in cui vive e non s’infervora per i cambiamenti e per le idee nuove. E’ una buona forchetta, come si suol dire, ma non per ingordigia, bensì per bisogno. Ripenso alle cinque “scudelle” di “frescaregli” che mangiava mio padre! Ma so che vi era chi ne mangiava sette. Nato e educato alla parsimonia, indurito e fatto edotto e prudente dall’inclemenza del clima, dall’asprezza dei luoghi e dai rigori invernali, egli è chiuso all’indigenza ed impassibile alla sventura. Il Peretano non ammette né povertà, né accattonaggio, né lamenti. Egli ha poco, ma se lo tiene caro. E’ ospitale, ma senza sacrificio; è amico ma senza sollecitudine; è affettuoso ma senza passione. La stessa religione vuol essere senza pompa e senza oblazioni. Egli ha cara la compagna e la famiglia; e né il tempo né la lontananza ne scemano o rompono i legami.

Normalmente è individualista e vuole essere autonomo, ma ogni tanto, quasi per una reazione, sviluppa un non comune senso associativo ed allora l’innato spirito d’iniziativa lo porta ad organizzare le più strane, seppur piacevoli, festicciole e libagioni in onore di pseudosanti e pseudopatroni o a fondare gruppi, compagnie o federazioni, tanto per creare l’occasione per ballare, ridere, scherzare, gozzovigliare e dar sfogo alla sua prorompente voglia di vivere. Le donne peretane, sia per indole, sia per necessità, sono le arbitre della casa; la curano, ne sentono la responsabilità e sono eccellenti massaie. Non è certa la loro fedeltà, ma sanno farla credere e valere. Le loro fattezze sono buone; hanno la carnagione bianca, colorito roseo, la grazia delle movenze, la serenità del viso, la dolcezza dello sguardo e la bontà delle maniere. Molto pittoresca era la foggia del vestire. In testa portavano una cuffia di un tessuto leggero e largo, elegantemente frastagliata dalla quale partiva un velo finemente ricamato.

Sotto un ricco giubbetto, vestivano un’ampia gonnella colorita che si svolgeva in ondeggianti pieghe; sopra di essa allacciavano un bianco grembiule con largo orlo ricamato. Lunghi orecchini, collane e gioielli adornavano quelle graziose villanelle, che avevano un aspetto avvenente e maestoso ad un tempo. E quantunque povere mostravano sempre un aperto sorriso e una splendida contentezza. Poiché le usanze e le tradizioni popolari di Pereto hanno caratteristiche comuni a quelle di molti paesi della Marsica, dell’Abruzzo e del meridione, mi astengo dal farne un’approfondita analisi, anche perché decine e decine di scrittori lo hanno fatto prima di me. Però, guidato dal sentimento e da una certa nostalgia, quasi per fare un omaggio ai miei compagni di scuola e di giuochi, mi piace qui ricordare alcuni momenti legati alla vita dei campi, alle festività religiose ed ai passatempi.

La mietitura era uno dei momenti più caratteristici della vita campestre.
Già nei giorni precedenti l’inizio fervevano i preparativi: si rifaceva la lama ai “sirricchi” con l’aiuto delle “martella”, ed allora per i vicoli si spandeva il caratteristico tintinnio; si mettevano a bagno le “caie”, che erano dei semplici apparati fatti di aste di legno alle quali venivano legati dei teli di canapa utilizzati per il trasporto dei “manocchi” dal campo al luogo della trebbiatura; si riparavano i “coregli “, con i quali veniva setacciato il grano prima di essere riposto nei tipici “arcuni”; si calzavano le vecchie “cannelle” che dovevano proteggere il medio, l’anulare ed il mignolo durante il taglio degli steli di grano. Quand’era l’ora, di buon mattino, si lasciava il paese ed a piedi o sul dorso delle infaticabili e fedeli bestie da soma ci si recava nei luoghi dove era risultato più maturo il grano e s’iniziava il lavoro.

ll capofamiglia, secondo la forza e l’età dei mietitori, stabiliva la striscia che ognuno doveva tagliare. Gli steli, recisi con metodi da maestria, venivano legati con una particolare tecnica nei “manocchi” e l’opera procedeva senza soste fino all’ora (in genere le 9) della prima colazione, a base di pane, patate, fagiolini e salsicce. L’opera quindi riprendeva ed iniziavano le sfide a chi finisse per primo la propria striscia. Occorreva ridurre i tempi morti, ossia il tempo che si perdeva per depositare gli steli tagliati e per legare i covoni. Ed allora nella mano sinistra diventava sempre più grande il fascio reciso, che ogni tanto veniva avvolto da alcuni steli per essere meglio ritenuto e si cercava di guadagnare qualche secondo nell’operazione di legatura del covone. Si poteva vincere o perdere, ma era un vero smacco farsi “fare l’orto”, che il mietitore più bravo e più veloce disegnava quando, dopo averlo sopravanzato di un bel tratto, mieteva anche trasversalmente la parte del vicino e lo lasciava a tagliare la piccola isola di grano.

L’ora del pranzo era la sosta più attesa non solo per la fame ma anche perché era l’unico momento in cui era possibile sdraiarsi all’ombra fresca di qualche quercia e rifuggire dagli ardenti raggi solari e dalla soffocante afa estiva. Il cibo, appositamente preparato e sistemato nei tipici “canestri”, arrivava dal paese ancora caldo, portato in perfetto equilibrio sulla testa dalle premurose consorti. Le ore del pomeriggio erano le più tremende sia perché cominciava ad affiorare la stanchezza, sia perché generosi sorsi di schietto vino affievolivano le membra sia perché la calura ed il sudore spingevano i mietitori a riempirsi la pancia di acqua. Allora, ad intervalli sempre più vicini, ci si fermava a parlare, a raccontare cose di vitale importanza ed improcrastinabili ed a fare qualche passata di “coda” sulla falce per affilarne la lama. La sera, prima di tornare stanchi e sudati a casa, si raccoglievano i covoni e si costruivano le cosiddette “manocchiare”, ossia delle cataste ben stabili, ben direzionate e ben coperte di “manocchi” con le spighe rivolte all’interno, al riparo degli animali e delle possibili grandinate.

La trebbiatura veniva effettuata per mezzo della “trita”. Si spargevano i covoni sull’aia, si legavano più di due bestie e tenendole mediante una lunga corda si facevano correre a giro sulle spighe fin tanto che i chicchi di grano non avevano lasciato la pula(l). Quindi si metteva da parte la paglia, si costituiva un mucchio con i cascami della trita e si procedeva alla “ventilazione” per separare il chicco di grano dalla “cama” aiutandosi con la camarola. Ancora oggi a Pereto può ammirarsi l’aia più grande del paese a ciottoli di fiume disposti a raggiera, sita nel piazzale antistante il castello. In tempi più recenti la trebbiatura avveniva nelle aie prestabilite, dove dai campi vicini venivano portati i covoni. Questi, in attesa del proprio turno, che poteva arrivare anche dopo parecchi giorni, venivano accatastati nei caratteristici “barcuni”, che davano all’aia l’aspetto di un primitivo villaggio. Al momento cruciale occorreva fare in un solo giorno un lavoro enorme. Chi era addetto a portare i covoni dalla capanna alla bocca della trebbia, chi a caricarsi sulle spalle le balle della paglia e ad ammucchiarle in apposito spazio, chi a fornire i sacchi vuoti e a ritirarli pieni, chi ancora a trasportare con i camion sacchi e balle dall’aia a casa.

Spesso un solo giorno non bastava; ed allora occorreva pernottare all’aperto a guardia dei sacchi rimasti nel luogo più vicino alla casa, dove era stato possibile giungere con il camion. La fatica era davvero tanta, ma bastava l’allegro suono di un organetto per ridare vitalità a quelle membra stanche.
Ed allora s’intrecciavano danze, si ballava il saltarello e si accordavano dolci ed allegri canti e stornelli. Ora non c’e più poesia e non c’e più tradizione. La mietitrebbia ed altre macchine sofisticate vanno ovunque e fanno tutto. Le campagne non hanno più vita e vengono percorse solo da mastodontici mostri di ferro senza cuore e senza vita.

Altro periodo lieto era quello della vendemmia. Essa piaceva ai bambini, che finalmente potevano farsi delle grandiose scorpacciate di uva, piaceva agli uomini, che facevano provviste di quel vinello paesano che dilagando nelle loro viscere avrebbe scacciato silenziosamente ogni fatica ed ogni dolore e piaceva anche alle donne perché il loro lavoro, svolto all’aperto in una variopinta stagione, era alquanto leggero. I grappoli di uva, trasportati dalla campagna in casa con i “piùnzi”, venivano riversati in una vasca, generalmente di cemento ed in posizione sopraelevata ed inclinata verso un tombino impermeabile, e pestati con i piedi. Il liquido veniva raccolto con delle ciotole e versato dentro le botti dove avveniva la fermentazione.

A San Martino avvenivano i primi travasi e per l’occasione si assaggiava (si fa per dire) il novello vino e cominciavano le prime dispute sulla sua bontà. Ogni vinificatore vantava il suo a scapito di quello degli altri. Uno in particolare, Sciamberlà, anche quando il suo vino prendeva di aceto continuava ad affermare che non esistevano confronti con gli altri (e lo credo bene!) e per dimostrarne la fragranza e la digeribilità ingoiava quattro o cinque bicchieri uno dopo l’altro. Il giorno dopo, però, non si vedeva in giro. Forse gli spasmi e le coliche lo avevano costretto a rimanere a casa a contorcersi dentro il letto. Qualche altro per distinguersi dagli altri ed anche per meglio conservare il vino, lo faceva cotto, introducendo nella botte mosto ed uva precotta. Non mancava poi chi agiva di fantasia ed allora si metteva un chicca di orzo o di caffè dentro la botte o vi s’introduceva un ferro rovente o delle bucce d’arancio o delle fette di mela. Il risultato non doveva essere molto soddisfacente se già nel secolo scorso si riteneva migliore il vino di Rocca di Botte e pur ammettendo che la posizione di Pereto era migliore si addebitava la scarsa qualità del succo al modo con il quale veniva fatto.

La scartocciatura delle pannocchie rappresentava forse l’operazione campestre più allegra e spensierata. Una volta recisi i robusti steli del granoturco, le pannocchie venivano da essi staccate e riposte alla rinfusa in grossi mucchi. Occorreva, prima di insaccare e portare in casa le pannocchie, liberarle dalle copiose brattee con un’opera di “scortecciatura”. Il lavoro era semplice e poco faticoso, per cui vi partecipavano anche giovani amici ed amiche, liberi dai più gravosi impegni e con la voglia di passar qualche ora lieta in compagnia. Si parlava di tutto, si mettevano a nudo i difetti dl tutti, si raccontavano gli aneddoti più divertenti, si imitavano i tipi più caratteristici del paese, s’intonavano piccanti stornellate. Quando si trovava una pannocchia con pochi grani si era autorizzati a dare un pizzico alla persona vicina; se questa era un uomo il pizzico risultava molto doloroso; se invece era una donna si risolveva in una ben accetta palpata. Ma tutti gli sforzi e le attenzioni erano diretti alla scoperta del “tutu rusciu”, ossia della pannocchia d colore rosso scuro.

Questa era molto rara ed in un campo di granoturco ne crescevano una o due al massimo. Chi la trovava faceva salti di gioia sia perché diventava una persona fortunata e sia perché, quando la comitiva era abbastanza numerosa, poteva dare un bacio a chi voleva. In quei tempi, in cui vi era rigore e timidezza, il “tutu rusciu” spesso era l’occasione per manifestare il proprio amore alla persona amata. Indubbiamente più faticosa era la raccolta del fieno. Questo, poiché i campi più comodi e più vicini erano destinati alla coltivazione del grano e delle altre piante alimentari, veniva raccolto in gran parte in montagna, a due ore circa di strada. Dopo qualche giorno dalla falciatura occorreva “reotà lo fienu co’ la furcina”, per far seccare gli steli rimasti all’ombra. Allorché si riteneva che fosse secco ed asciutto, con il rastrello il fieno veniva ammonticchiato in lunghi filoni (anitri) e poi, per permetterne il trasporto fino alla stalla, stipato nelle “riti”, costituite da un reticolato di cordino a forma rettangolare di un metro per due metri e mezzo di lato, agganciato a due bastoni (i pizzuchi) dalla parte dei due lati più corti. In ognuna di queste reti, distese per terra, venivano depositate cinque o sei grosse bracciate di fieno e con una particolare tecnica di tiraggio e con apposite corde si dava una forma tondeggiante al fardello.

Due reti costituivano la soma. Per poter effettuare tre viaggi dalla montagna molti partivano dal paese alle quattro di notte ed altri preferivano restare a dormire sotto il fieno, al freddo e col pericolo di essere assaliti nel sonno dai lupi. Di sacrifici allora se ne facevano tanti ma si aveva anche molta più forza per sopportarli. Quando il fieno era stato riposto nei pagliai, i ragazzi iniziavano a fare i “zumpi” su di esso lanciandosi dalle alte finestre di accesso. I proprietari non dicevano nulla perché più salti si facevano, più il fieno si stipava e più ce ne entrava. Un gioco con il quale spesso ci si divertiva era il “topo topo” sotto il fieno. A parte l’infantile incoscienza che costringeva partecipanti ad incamerare nei polmoni una infinità di polvere, il gioco consisteva nel nascondersi sotto fieno, il più profondamente possibile, come una talpa. Quindi un compagno estratto a sorte, dopo aver dato il tempo agli altri di nascondersi, doveva trovarli. Poiché la ricerca non era per niente facile occorreva saltare sul fieno per individuare i punti più duri, dove presumibilmente stava il “topo”.

Poiché questo si spostava, la ricerca diventava abbastanza laboriosa.
In genere però i topi per non rischiare di soffocare, dopo un po’ di tempo uscivano da soli, sporchi, sudati ed impolverati fin nelle più recondite parti del corpo. Il gioco finiva a casa dove i genitori con la scusa di spolverare i vestiti si sfogavano a dare ai figli tante, ma tante, sculacciate. Ogni sera, al termine dei lavori, le bestie dovevano essere “abbiate” ossia portate in alcune zone erbose di montagna e colà lasciate per tutta la notte. All’andata i ragazzi erano tutti contenti sia perché si andava a cavallo e sia perché nei tratti pianeggianti con una divertente galoppata si facevano le gare a chi arrivava prima in un dato punto. Giunti a destinazione bisognava impastoiare gli animali e poi tornarsene a piedi a casa. Per consolarsi non so se per ingenuità o per furbizia, i più pensavano al fatto che la mattina successiva la stessa strada l’avrebbero fatta a cavallo.

Un quadro altrettanto significativo viene offerto dai riti popolari collegati alle festività religiose più solenni, tra le quali spiccano le feste di S. Antonio, della Candelora, di S. Biagio, dell’Ascensione, del Corpus Domini e patronali, la processione del venerdì Santo ed il Santo Natale. Per la ricorrenza di S. Antonio (17 gennaio) ogni paese dedica al Santo un tipico prodotto della campagna. Fino a pochi anni fa il giorno che precedeva la festa, alcune comitive, preannunciate dall’assordante suono dei campanacci, facevano il giro del paese e davanti ad ogni casa dicevano: “auguri a S. Antonio”. Non c’era uscio che non si apriva per offrire vino, salsicce e farina da utilizzare per la polenta del giorno successivo. All’alba si accendevano i fuochi e si piazzavano le “cottore” e le “callare”.

Poco prima che la polenta fosse cotta una nuova comitiva girava per il paese per darne l’avviso ripetendo: “a pulè, a pulè, a che Duminicu e Giuanne”. Allora ogni famiglia mandava uno o più rappresentanti che, dopo aver pensato a loro stessi, avevano l’incarico di riportare a casa un assaggio della gustosissima polenta. IL giorno di S. Antonio gli animali, adornati con fiocchi, corone variopinte, coperte colorate e campanelli, vengono ancora oggi condotti con un numeroso seguito di “arzitti” davanti alla chiesa di S. Antonio per ricevere la benedizione dal parroco, che poi si reca a benedire anche le stalle.

Nel giorno della Candelora ci si reca in chiesa per prendere la candela benedetta che allontana i fulmini dalla casa. Il 3 febbraio, durante la santa messa celebrata in onore di S. Biagio, il parroco benedice l’olio, vi intinge una candela benedetta e con essa unge il collo dei fedeli affinché siano preservati da ogni male di gola. La domenica delle palme ancora si usa recarsi in chiesa per prendere un ramoscello di ulivo benedetto da appendere in casa, perché mantenga una pace duratura. Con l’avvicinarsi del periodo pasquale per i ragazzi si intensifica la partecipazione alle funzioni religiose e l’atmosfera quaresimale quasi quasi li fa stare più buoni.

In passato la repressa euforia giovanile però trovava libero sfogo quando dal giovedì Santo, essendo le campane legate, bisognava fare il giro del paese per ricordare alla gente l’ora della Santa Messa; ed allora si tiravano fuori le “vareche” e i “raganegli”, strumenti di legno che girando attorno ad un manico di scopa producono uno sgraziato e rumoroso gracidio molto più forte di quello delle rane. Con la processione del venerdì Santo il sentimento religioso del popolo raggiunge il culmine. Non si ride più; non si scherza più; i visi assumono un aspetto triste; un interminabile corteo di donne con il capo coperto, di uomini con la fronte china, di torce e di candele accese, si snoda col calare della sera per vicoli del paese. Sul volto di alcuni fedeli, che si sono fortemente immedesimati nella sacra rievocazione della morte del Cristo, compare anche qualche lacrima.

La commozione e la suggestione accompagna la processione che passa tra le fiaccole accese sugli usci, tra i lumini che dalle finestre irradiano la loro luce sanguigna, tra fedeli attoniti e commossi che seguono con lo sguardo il funereo avanzare della statua del Cristo morto. Con la Pasqua di Resurrezione il festoso scampanìo riporta la sopita allegrezza nel cuore e ricominciano le abbuffate e le scampagnate. La vigilia della festa dell’Ascensione di Gesù Cristo ogni rione usa accendere grandi falò, detti “fauni”, per illuminare il cielo allo scopo di veder passare o salire la figura del Cristo risorto. Ricordo che molti bambini rimanevano per molto tempo con il naso all’insù fino a che qualche ragazzotto un po’ più smaliziato non dava loro un buffetto sulla nuca.

Il falò più grande e meglio composto ora riceve un premio da parte della pro-loco. Ai tanti lumini, palloncini e fiammelle tremolanti di candele del venerdì Santo, alle alte fiamme ed allo screpitìo delle faville che illuminano e ravvivano la sera dell’Ascensione, si sostituiscono, il giorno del Corpus Domini, tappeti di variopinti fiori che ricoprono le strade, lenzuoli ricamati ed arazzi che pendono dalle finestre e che ondeggiano sotto i buffi del vento ed una lussureggiante visione floreale d’insieme di tutto il paese che, con l’aiuto della natura, vuole tributare un ulteriore omaggio al Signore.

Una menzione occorre fare anche per il pellegrinaggio che si fa al santuario della SS. Trinità di Vallepietra, che si sviluppa tra monti e valli, per chilometri e chilometri, in un arco di tempo che va dalle ore due della notte, ora della partenza della compagnia da Pereto, fino alle undici circa, ora dell’arrivo al Santuario. Il cammino, che si fa al seguito di uno stendardo sacro, prevede varie soste per riposarsi, per rifocillarsi e per cantare per intero la storia della SS. Trinità. Per il ritorno si riparte alle ore due circa della notte dal santuario e si arriva a Pereto verso le undici del mattino, in tempo per assistere alla messa domenicale. Il vedere i pellegrini in fila che, incuranti della stanchezza e della fatica, si avviano verso la chiesa e continuano a cantare le lodi dell’eccelsa Triade, costituisce un’altra suggestiva immagine della tradizionale fede religiosa. Certamente ciò che una volta si faceva solo per pregare e “per rendere grazie a Dio”, ora si fa anche (per non dire soprattutto) per fare una piacevole e stimolante scampagnata tra amici.

Con lo stesso spirito goliardico, fatto di divertimenti e di spettacolo, si vivono i giorni delle feste patronali della seconda metà di agosto. Giochi popolari, mostre artigianali e pittoriche complessi e bande, balli e spari, corse e lotterie. Tra i più tradizionali intrattenimenti vi e quello del ballo della “pupazza”, che rievoca antichi riti propiziatori pagani legati all’agricoltura. Il 25 agosto, infatti, i romani festeggiavano OPI (la dea dell’abbondanza), il cui culto era congiunto a quello di Saturno, il Dio che insegnò agli uomini l’agricoltura che si festeggiava dopo la semina del grano.

Altra festività densa di spunti tradizionali è quella del Santo Natale, che rende meno dolorosa la tetra atmosfera invernale dell’anno morente. Essa è la festa del focolare domestico, della famiglia e dell’amicizia. Le malinconiche note dei zampognari di passaggio, le dolci e religiose nenie pastorali, la candida neve che abbellisce il paesaggio, rendono ancora più tenera e memorabile tale festività. Al suo appropinquarsi s’adornano gli alberi di Natale e si preparano i presepi con le zolle di muschio, i pupazzetti, il brecciolino, la farina, gli specchi, la carta stellata e quant’altro occorre per rendere più verosimile e suggestivo il paesaggio intorno alla capanna. Il capo-famiglia ancora usa mettere nel camino un grosso ceppo, che, come l’anno che finisce, dovrà durare fino a 31 dicembre. Su di esso i bambini si divertono a dare ripetuti colpi di “molle” e di “suffittu”, per veder uscire miriadi di sfavillanti “caroe”.

Il calore intanto si irradia per scaldare i familiari che intorno alla tavola, apparecchiata con ogni ben di Dio si apprestano a consumare il tradizionale cenone. Sotto il piatto del papà e della mamma non mancano mai le letterine che i bimbi in età scolare vogliono leggere sia per promettere di essere più buoni ed ubbidienti sia per dire che hanno pregato Gesù Bambino di dare tanta salute e prosperità ai loro familiari sia per ricevere un po’ di soldini da spendere in cioccolatini e caramelle. Dopo il cenone giungono amici e parenti per passare qualche ora lieta giocando a tombola, a sette e mezzo, al mercante in fiera, al risico, a bestia, intervallando un generoso sorso di vino con un morso ad un pezzo di torrone o ad un “muzzittu”. Quando i lenti rintocchi della campana lanciano nell’aria fredda l’invito a recarsi in chiesa, si smette di giocare e tutti vanno ad assistere alla messa di mezzanotte per vedere nascere il Redentore.

Qualche giorno dopo il Natale, da una decina di anni, si svolge il presepio vivente, che sta acquistando una crescente fama e che richiama molti turisti, affascinati dalla suggestività dello spettacolo che vede il censimento della popolazione, il penoso viaggio di Maria e Giuseppe, alcune scene di vita rurale, la nascita di Gesù, la calata dei pastori e degli zampognari, l’arrivo dei Re Magi, soldati romani e profeti. Il tutto reso ancor più attraente da un paesaggio particolarmente idoneo e stimolante. Molti bozzetti della vita tradizionale sono ormai scomparsi e solo alcuni aspetti sopravvivono a stento. Ricordo i messaggi diffusi dal campanaccio della chiesa secolare di S. Giorgio che annunciavano il mattutino, il mezzogiorno, l’ave Maria (al tramonto) e un’ora della notte.

Le ventiquattro ore si contavano da un tramonto all’altro e non dall’una di notte alla mezzanotte. La ventesima ora veniva suonata tre ore prima del buio con trentatré rintocchi, pari agli anni del Cristo. Vi erano delle suonate particolari nei casi di temporali, morte delle persone, incendi e per la sollevazione con le armi. Gli ultimi veri banditori sono stati Pettenaru, Peperone e Lisandro, che facevano il giro del paese con un corno ed annunciavano tutte le notizie di interesse pubblico, compreso l’arrivo del fruttaiolo, del porcaro, dei venditori di follacciani, di stoffe e di scarpe.
Anche le figure del cavallaio, del capraio, del porchettaro, del ferraio, del bastaio e dell’arrotino sono scomparse. L’acqua non si prende più con la conca alle varie fonti e non si beve più con “ju maneru”. Il mulino è ormai un rudere, il lavatoio è stato distrutto. In paese i forni a legna non sono più in funzione ed è scomparso il pane casereccio, che si conservava morbido e fresco almeno per due settimane. Nessuno più chiede la pagnotta in prestito, che si restituiva dopo che era giunto il proprio turno per una nuova infornata.

Sempre più rare si fanno le nostalgiche serenate con organetti e fisarmoniche. Il numero delle suonate rivelava le intenzioni dell’appassionato corteggiatore: con tre suonate si dichiarava il vero amore e con due la simpatia. Una sola suonata si faceva quando la serenata era “a dispettu”. Il che avveniva se il corteggiatore era stato respinto dalla ragazza. Con una suonata, infatti, si aveva appena il tempo di svegliarsi e di vedere andare via la comitiva. Queste regole non sempre venivano rispettate e talvolta si continuava a suonare fino a quando non si vedeva illuminarsi la finestra della ragazza amata e fino a quando ella dietro le tende non faceva una furtiva comparsa per subito ritirarsi. Non di rado, specie quando lo spasimante era ben accetto, il capofamiglia apriva l’uscio della casa ed offriva un buon bicchiere di vino.

I giuochi ed i divertimenti erano diversi a seconda dell’età. Gli “arzitti” si divertivano a fare la “scivolarella”, i “zumpi” sui mucchi di pozzolana e di fieno, il “cucuzzaro”, la “moscaceca”, il “papa”, oppure a “sardalamula”, a “sarda la quaglia”, a “lippa”, a “topo topo”, a “palline”, a “sbattimuru”, a “campana”, a “cantosciamuru” e a “furchittu”…. I “vajiuni”, invece, preferivano passare il tempo a far qualche partita a pallone o a carte e ad intrattenersi con il giuoco della “passatella” o della “morra”. La passatella, che apparentemente sembra un gioco facile amministrato da un “padrone” ed un “sotto”, ha invece delle sue regole non ben precisate ma derivanti dalla consuetudine. E chi non le conosce non fa altro che sollevare discussioni e critiche ed aumentare la possibilità di essere fatto “ormu” nelle “conte” o nei giri successivi. E poiché coloro che rimanevano a secco (gli ormi) potevano obbligare gli altri a continuare l’intrattenimento bevereccio, capitava spesso di assistere per ore ed ore ad un andirivieni di bottiglie dal bar al tavolo e di bevitori dalla sedia al bagno.

Normalmente, comunque, la passatella risultava alquanto piacevole, ad eccezione di quelle volte in cui ne uscivano delle volontarie sbornie o delle forzose astinenze. Il giuoco proibito della morra serviva per ravvivare le riunioni conviviali all’aperto, gli assaggi di vino novello o stravecchio nelle cantine o le insipide sere primaverili ed autunnali. Si facevano squadre di due, tre o quattro componenti ed attraverso una specie di torneo all’italiana si individuava la squadra più forte, che aveva il diritto di amministrare la successiva “passatella”. In genere non si avevano che pochi attimi per gustare la gloria della vittoria, perché le sfide ricominciavano presto più accanite che mai e talvolta capitava che nella stessa serata ogni squadra riusciva a vincere almeno una volta. C’e da dire che gli inconvenienti che hanno indotto il legislatore a proibire la morra non si verificavano mai. Al massimo si poteva disturbare il sonno di qualche benemerito che faceva intervenire una pattuglia dei carabinieri; ma questi, che ben comprendevano che l’innocente giuoco non era altro che un modo di sopravvivere in un ambiente povero e privo di strutture sociali, si limitavano a dileguare l’allegra compagnia. Ricordo quella volta che al giuoco partecipava in divisa un alpino tornato per la prima volta in licenza.

La felicità di stare di nuovo insieme ai suoi vecchi amici gli aveva fatto ingurgitare qualche sorso in più e giaceva a terra in uno stato di semi incoscienza. Quando il maresciallo, vedendolo in divisa gli intimo l'”attenti”, il militare stiro le gambe, accostò il braccio sinistro al fianco e portò la mano destra alla visiera, senza rendersi minimamente conto che stava per terra e non in piedi.

Testi a cura del dott. Enrico Balla