Un tempio di età augustea nella città di Anxa-Angitia

Testi a cura della dott.ssa Roberta Cairoli maggiori info autore
Nell’estate del 1998 è stata avviata, con finanziamenti erogati dall’Amministrazione Comunale di Luco dei Marsi, la prima campagna di scavi sistematica nell’area situata entro la cinta muraria che delimitava l’antico municipium dei Marsi Anxa conosciuta come “II Tesoro”. Il luogo era caratterizzato dalla presenza di una rupe rocciosa tagliata e lisciata a formare due pareti, di circa m 16 di altezza e ortogonali fra loro, e per la presenza di poderose costruzioni in opera cementizia sul davanti. Tuttavia, ancora nel 1885, il De Nino vi segnalava l’esistenza di strutture in opera reticolata e raccontava dei numerosi saggi clandestini che già da allora (e fino ai giorni nostri) erano stati effettuati alla disperata ricerca del famoso “tesoro”. La tradizione popolare ha cosi incrementato la fama del sito parlando di sotterranei grotte, sale voltate, scalinate, grano bruciato,ecc..
Gli scavi, cominciati agli inizi del mese di Giugno 1998, hanno riportato alla luce un edificio di m 22.50 x 27 circa con orientamento est-ovest, completamente ricoperto da un riporto cospicuo di detriti carsici, dilavati dall’alto del monte, unitamente a materiale lapideo da costruzione.

Dalla tipologia è stato riconosciuto come edificio templare edificato dopo avere tagliato ad angolo retto le pareti della rupe rocciosa e dopo averne spianato e regolarizzato il piano mediante una massicciata di fondazione su cui è poi stato impostato l’alto podio, realizzato in opus caementicium di schegge lapidee e malta con paramento in opus incertum; nell’alzato, che all’esterno raggiunge un’altezza di 3 metri circa ed all’interno di circa 70 cm., invece è stata adottata la tecnica edilizia dell’opus reticolatum. Strettamente collegato alla rupe che lo sovrasta e nella quale si aprono due cavità, di cui una servita da un sentiero ricavato nella parete rocciosa ovest, probabilmente ne recupera la valenza cultuale primaria. La pianta prevedeva : due rampe d’accesso laterali, di cui rimane solo il nucleo cementizio (amb. G); la zona in antis (amb. E, mt. 7 x 16 circa), porticata e caratterizzata da almeno due colonne sul davanti (della colonna settentrionale rimane sul massetto pavimentale l’impronta della base, di cm. 80 di diametro) e due pilastri o colonne in asse con le ante laterali; due celle di culto contigue, di eguali dimensioni (cm. 7.50 x 8.30, amb. D e amb. F) separate, tramite un setto murario, da ambienti di minori dimensioni (cm. 1.50 x 7.50, amb. A e amb. B) con funzione di “ripostigli”. L’esterno dell’edificio era evidentemente percorribile poiché si discosta dalla parete rocciosa di circa 1.50/2.50 cm. ed era originariamente intonacato: la parete ovest conserva ancora l’intonaco di colore rosso per il podio e di colore bianco per le pareti delle celle.

Per quanto riguarda la tecnica costruttiva, va’ innanzitutto notata la particolare associazione dell’ opus incertum (ciottoli di pietra calcarea locale tagliati, sbozzati e posti di testa), come paramento del podio, con l’opus reticolatum (cubilia in pietra calcarea locale, di cm. 8 di lato, disposti secondo assise regolari oblique di 45′ gradi di inclinazione) con ammorsature angolari o di testata in opera quadrata, utilizzato per i muri perimetrali delle celle e per i tramezzi; tuttavia l’uniformità strutturale e le analogie riscontrate nei nuclei cementizi realizzati con caementa di schegge lapidee a spigoli vivi misti a malta di buona qualità (contenente sabbia, ghiaino, moltissima pozzolana ed inclusi di calce viva) senza utilizzo di frammenti di tegole o di laterizi, pongono assolutamente in fase di contemporaneità esecutiva il podio con l’alzato templare.
Per quanto attiene invece le decorazioni architettoniche o musive, purtroppo i numerosissimi eventi di espoliazione succedutisi nel corso del tempo, dall’alto medioevo ai giorni nostri, ha sfornito completamente l’edificio templare di tutti i suoi motivi decorativi architettonici, dai blocchi in opus quadratum che erano posti nelle catene di chiusura delle testate dei muri, alle soglie, alle colonne, ai capitelli, alle gradinate, ecc..; solo si è rinvenuto, alla base del podio, ancora in situ, un blocco modanato (cm. 145 di lunghezza x cm. 73 di larghezza x cm. 33 di spessore) poggiante su una serie di blocchi in opera quadrata e relativo all’originaria cornice architettonica che decorava il tempio lungo i lati nord e sud. Dei piani pavimentali, distrutti dalle buche dei clandestini, si conservano solo i rudus in cocciopesto ed alcuni lacerti di mosaico; in particolare alla base del muro perimetrale nord dell’ambiente D si è mantenuto un lacerto di mosaico di tessere bianche di mm.5 di lato ad ordito obliquo con fascia perimetrale di tessere nere.
L’edificio, dalla tecnica edilizia adottata e dalle decorazioni conservate, sembra potersi ascrivere fra la seconda metà del I sec. a. C. e l’età augustea. Tuttavia testimonianze di frequentazioni a scopo cultuale riconducibili ad una fase più antica sembrano accertate dal ritrovamento, nei pressi dell’angolo nord-est del podio, in una sacca creatasi fra il substrato disgregato e la massicciata del podio, di materiale ceramico a vernice nera (relativo a forme aperte quali ciotole, piatti, tazze, rinvenute quasi intere e ascrivibili almeno alla fine del III o agli inizi del II sec. a.C.), di una moneta in bronzo (Roma, prua di nave) e di una moneta in argento di Phistelia. Per quanto riguarda l’abbandono dell’edificio, lo strato che sigillava i pavimenti, è parso costantemente sconvolto dalle azioni dei clandestini e comunque conteneva scarso materiale ceramico misto a materiale da costruzione. A sud del tempio, invece, si è meglio conservata la sequenza stratigrafica oggettiva ed in questa area si è individuato uno strato di terreno fortemente combusto e contenente ceneri e carboni a livello del piano di spiccato del podio.
L’area appariva inoltre interessata da una serie di deposizioni di individui adulti e di bambini sepolti entro fosse delimitate da pietre o blocchi lapidei; tali sepolture sembrano risalire ad una fase successiva alla distruzione dell’edificio templare per un evento doloso ed al suo conseguente abbandono in quanto tagliano e coprono lo strato di bruciato e riutilizzano elementi architettonici di epoca romana, evidentemente provenienti dal tempio stesso. L’assenza di corredo o di altro elemento datante ante quem attualmente non consente di datare le deposizioni, se non genericamente all’epoca delle invasioni barbariche. La parete rocciosa fu poi, probabilmente sempre in epoca alto medievale, provvista di fori da ponte e recuperata per la realizzazione di una abitazione privata.
Il tempio di età augustea recuperava scenograficamente l’ambiente roccioso circostante e si inseriva in un piano urbanistico fortemente condizionato dall’orografia, magnificamente risolto con un sistema di terrazzamenti degradanti dalla cima della montagna verso la riva dell’antico lago Fucino.
Proprio l’approdo dal lago doveva rendere l’immagine di Anxa-Angitia cosi forte e spettacolare da suggestionare profondamente i pellegrini che si recavano nella città-santuario, che scandiva il confine fra il territorio degli Albensi (cittadini di Alba Fucens) e quello dei Marsi.