Un Avvocato racconta Presentazione

di Cesidio Di Gravio

Un Avvocato racconta di Cesidio Di Gravio

Il libro:
“Un Avvocato racconta”

lo non so se sono stimato più come avvocato che come scrittore.
La società moderna ripone le sue attenzioni più al pratico che all’ideale. Come avvocato so brigare le faccende, dipanare le matasse, confondere le situazioni, avventurarmi, ubbidire, mentire.
Secondo i casi, logicamente e sempre pensando al cliente che ad ogni costo va difeso. Il giudizio viene da chi mi conosce. L’autoelogio non appartiene alla mia indole. E poi non ne vale la pena e non e necessario. Al cliente interessa quel che debbo essere e non quel che sono. Un avvocato e sempre un attore che ogni giorno indossa un vestito nuovo, perché le parti da recitare sono tante e in diversi ruoli. Come scrittore, se questa parola timidamente mi si addice, non so mentire ne agli altri e ne a me stesso. Mi interessano le cose semplici che non rendo difficili.

Cerco di essere quel che sono. In questo libro racconto alcune storie realmente accadute. Sembrano partorite dalla fantasia. Sono briciole di realtà che l’uomo vive ogni giorno. lo sono cattivo soltanto con chi vuole iniettare nell’animo altrui il veleno dell’odio. Se lo scovo, faccio nome e cognome e lo mostro come Riempio a chi non lo deve imitare. A me piace ricordare un sorriso, una lacrima, una voce, v volto, un luogo, una parola. Mi accorgo che gli anni passano velocemente. Li conto sempre di più, ma non ci faccio caso. lo sono un ottimista e credo che la felicita non si smorza m il passare degli anni. Essa e stampata nell’anima. Ed io cerco sempre di non rovinare la sua immagine. L’illusione a volte prelude la tristezza. Mi riprendo subito.

Qualche mese fa una bella fanciulla mi ha lungamente sorriso. Ho sentito un tremore nel corpo, guardandola fissamente negli occhi. Anch’io le ho sorriso. Ella sorrideva di più. Ero davvero incantato. Poi mi ha detto: “Sua figlia le somiglia tanto! Una goccia d’acqua!” Sono impallidito. Ho domandato a me stesso: ma cosa ti credevi? Ho sorriso di nuovo, ma ero rimasto solo.
lo non chiedo più nulla alla vita. Ho avuto tutto. Se avessi avuto di meno, avrei avuto ugualmente tutto, perchè l’essenziale è tutto. Chiedere di più non si può e non è giusto. Non chiedete di più voi che avete avuto quello che sognavate. Cosa desidero, allora? lo sogno soltanto che questo cielo sia sempre più azzurro, che questo sole sia sempre più radioso, che questa neve sia sempre più bianca, che questa pioggia sia sempre più pulita, che questo mondo sia sempre più buono.

A volte, ed a torto, pensiamo che esistano realtà diverse che potremo costruire a nostro comodo. Noi non dominiamo il mondo. E’ il mondo che domina noi. Non siamo padroni nemmeno dell’orto di casa. Ma siamo ricchi se lo abbiamo. Rendiamo il mondo più umano. Ecco un altro messaggio che questo nuovo libro vuole mandare ai miei amici, sempre più numerosi.
Sono costoro che hanno voluto questa nuova fatica. Leggetelo e se passate da queste parti, e pronta una stretta di mano. E ricordatelo. Sarà sporca forse di inchiostro per la penna che mi lagrima sempre. Non di altro, perchè. Ed è questo che conta, soprattutto.

Racconti
IL POVERO SANTO

La chiesa parrocchiale era sempre fredda e poco illuminata. Erano in pochi a sentire la messa mattutina, poiché i lavori di campagna iniziavano ancora prima che le campane cominciassero a suonare e molti scendevano a valle.
Il sagrestano non faceva nemmeno il giro per le offerte, perché non avrebbe raccolto nemmeno un centesimo. I fedeli erano pochi, anche perché il prete faceva lunghe prediche che riconciliavano il sonno, da poco lasciato.
Le vecchiette erano le più numerose. Non vedevano l’ora di uscire di casa per non dare fastidio alle nuore e ai nipoti. Non sentivano e non capivano nulla. Muovevano le labbra più per il freddo che per le preghiere che non avevano mai un nesso logico.
Qualcuna alzava ogni tanto la voce per svegliare le altre che dormivano. Le suore erano tre ed erano sempre le stesse, in prima fila. Al centro della chiesa era l’altare, ricoperto sempre da fiori freschi.

Ai lati, nelle nicchie illuminate, erano le statue della Madonna e dei Santi protettori del paese. La statua della Madonna era ricoperta da gioielli, da collane, da anelli, da ciondoli d’oro e d’argento. I santi protettori erano soldati in pieno assetto di guerra, con un gioco di luci che illuminavano i volti maestosi ed austeri. Appartata e isolata era la nicchia di Sant’Antonio. La statua era screpolata e sempre ricoperta dalla polvere. Un porcellino di gesso era seduto ai piedi del Santo, completamente al buio. Ugo non aveva mai sopportato questo ingeneroso comportamento. Il Santo non meritava una nicchia cosi piccola, senza un fiore e senza nemmeno un ciondolo. La madre diceva al ragazzo che era un santo povero e che in vita aveva sofferto il freddo e la fame.

Quando finiva la messa mattutina, Ugo, tenendo per mano la nonna traballante e anziana, guardava la nicchia di Sant’Antonio con un po’ di sconforto. Una sera entro nella chiesa completamente deserta.
Avvicinò il vecchio sagrestano e gli disse: “Vuoi duecento lire?”
“Non mi prendere in giro”. “Te le devi guadagnare”. “In che modo?”
“Vieni con me. Ecco i soldi”. Il ragazzo portò il sagrestano nella nicchia di Sant’Antonio.
“Prendi la statua e vienimi dietro”. Non ti capisco”. “Non ti preoccupare. Prendi il santo e seguimi”. Il sagrestano ubbidì anche perché non aveva voglia di rinunciare al mezzo litro che avrebbe bevuto con duecento lire. Abbracciò la statua che non pesava molto e segui il ragazzo. Al centro dell’altare il ragazzo si fermò. “Posala qui”. “E’. poi?” “Al resto penso io”. “lo non so nulla”. “E nulla devi dire a nessuno”.

Il ragazzo liberò la statua dalla polvere e da qualche ragnatela, accese due candele lunghe, aggiusto i fiori che circondavano 1’altare e poi esclamò:
“Caro Sant’Antonio, proprio non ti riconosco… in quello stato continuavi ancora a fare i piaceri alla gente… Sant’Emidio, con la mossa di un dito, avrebbe provocato un terremoto… Tu niente… povero allora, povero adesso…”
Uscì dalla chiesa, girandosi ogni tanto e godendo lo spettacolo che al santo non era mai stato riservato. La mattina seguente la chiesa si riempi più del solito. Era domenica. Ugo si vesti da chierichetto. ll parroco, celebrando la messa, sentiva un rumorio tra la gente: “Cos’è questo chiacchiericcio?” Il ragazzo fece un cenno con la testa al prete.

E che ci fa Sant’Antonio da queste parti?” gli disse il parroco sottovoce con un gesto di meraviglia. “Io non lo so… pero ci sta bene… mi pare pure che sorrida… viva Sant’Antonio…” Il parroco capì tutto e, senza scomporsi, nella predica che segui alla lettura del Vangelo, non potè fare a meno di rivolgere un pensiero al Santo povero: “Dovete sapere che Sant’Antonio, povero in vita, e stato ricco nello spirito… oggi noi lo onoriamo in modo particolare… non so nemmeno io per quale motivo… Evviva Sant’Antonio!” “Evviva” risposero tutti i fedeli. Ugo era felice. “Senti disse il parroco al sagrestano leva la Madonna dalla sua nicchia e mettici Sant’Antonio… e accendi quelle luci sempre spente”. Sono passati tanti anni da quel giorno.

La chiesa non ha mutato il suo aspetto. La statua di Sant’Antonio nella nuova nicchia e sempre illuminata, non vi sono ne ragnatele e ne polvere.
Ugo, ormai con i capelli bianchi, non manca di recarsi in chiesa ogni tanto.
La statua della Madonna, pur nella nicchia angusta e disadorna, ha conservato il sorriso di sempre. Il ragazzo di una volta e contento, come lo fu quel giorno. Nella vita anche i più infelici ed i più sfortunati hanno un momento di gioia. “Però – gli disse una volta il santo in pieno sonno stavo tanto meglio solo soletto in quella nicchia cosi piccola.
Ora mi tocca fare qualche miracolo in più, perché dal giorno che ho cambiato posto, le richieste sono aumentate e non arrivo”. “E che ti costa – gli rispose Ugo ormai cresciuto – e gente buona che, per andare avanti, deve sempre ricorrere a qualche santo”. […………….]