Un Abruzzese qualunque Ad un lettore qualunque

Caro lettore,
se hai tempo di seguirmi per qualche minuto, ti accorgerai alla fine che valeva la pena leggere queste poche pagine.
La mia pretesa e quella di farti capire che quello che hai fatto, stai facendo e speri di fare, può avere un senso o non averne nessuno. Tu puoi essere un uomo importante, un uomo di grande cultura, puoi aver fatto solo la terza elementare, puoi essere un imprenditore, uno che ha ricevuto più torti che favori dalla vita, ma sei certamente immerso in una società che vivi intensamente giorno dopo giorno e che, alla sera, quando riconti i momenti vissuti, quando ti accompagna solo il vento che batte alle finestre o la callaccia che ti fa buttare le lenzuola per terra, questa società sei sempre pronto a ripudiarla tutta e ti immergi nelle più belle illusioni e nei ricordi che finiscono sempre con il darti una sferzata nel cuore ed un grande desiderio di cambiare. “Un Abruzzese Qualunque” è uno scorcio di cielo azzurro, a volte pieno di nubi.

E una miriade di sensazioni che si possono vivere, solo se vuoi e cerchi di riscoprire te stesso. La tua vita, quale vita e? E quella che costruisci, pietra su pietra, affidandoti alla tua intelligenza ingannevole e ingannata?
E quella che sogni e che poi si frantuma in briciole di delusioni, quando ogni desiderio si squassa con le realtà quotidiane? E quella che ti illudi che sia e ti accorgi che non e? Ho voluto raccontarti alcune mie esperienze, trasportate a volte in un mondo di fantasia, per farti capire in fondo che anche le tue realtà non sono diverse e che addirittura si somigliano.

Sono realtà, pero, che appartengono ad altri mondi, quello della non dimenticata e dolce incoscienza giovanile, quello della semplicità che il materialismo vuole soffocare, quello della onesta che l’arrivismo, la corsa al potere, la corruzione, la disonesta, stanno soffocando. Tu, pero, come me, non sei ancora caduto nell’abisso. Tu sei ancora in bilico. Ti basta una spinta per sprofondare o riemergere e scappare dal luogo del pericolo. Caro lettore, quante volte, quando sei solo e non ti vede nessuno, hai voglia di dare un pugno al vetro, alla porta, sul tavolo, angosciato come sei dall’eterno dilemma e cioè se nel tuo schema di vita, sei riuscito o meno a realizzarti.

Non te ne fare una colpa. Capirai, se leggi i racconti “La Grazia” “La Zingara” “Il Pianerottolo” “Una condanna voluta”, che l’amarezza ed il pessimismo preludono sempre alla gioia di vivere, pecche c’e sempre un domani migliore del passato e del presente. Nei personaggi tu trovi te stesso e ti meravigli che io sia riuscito a leggere nel tuo animo fino ad arrossire quando hai la sensazione che io so tutto di te. Ho finito. Non e stata una presentazione critica del mio libro. Le cose semplici non hanno bisogno di osannamenti.
Non servono. Anche questa volta ho preferito presentarmi da solo.
“Un Abruzzese Qualunque” e una raccolta di racconti, di esperienze, di riflessioni. Se hai la forza di arrivare fino in fondo, forse mi darai una stretta di mano. Per quelle cose che ti faranno capire che, in fondo, da questa società non puoi aspettarti altro che un grande ammonimento, quello di tornare ai bei tempi della liberta sfrenata, senza scarpe e con i calzoncini corti, per correre in mezzo alla strada, rotolarti in mezzo alle pozzanghere, e, poi ripulirti e, con la faccia nitida e sorridente, azzannare pane e mortadella, pane e frittata, pane e olio.

Racconti
CENA DI NATALE

Le mani gelide e ruvide di zio Giovanni, cosi lo chiamavano tutti in paese, attorcigliavano le viti ormai secche e spappolate della sua vecchia vigna e le sradicavano con il cuore gonfio di tristezza. Una lieve coltre di neve copriva il campicello. Ne fece un fascio, le lego con un filo di ferro e se le poggio sulle spalle. Ridiscese dalla collina attraverso lo stesso viottolo, dove nei tempi lontani, con l’asino e il carretto, andava a vendemmiare, con il timore che, ad ogni cigolio delle ruote, le “pionze” rischiassero di rovesciarsi nelle fratte.
Tornato a casa, a fatica e con gli scarponi inzuppati di fango, poggio la “torza” vicino al camino.

Zio Giovanni prese le viti ad una ad una e le poggio sopra un foglio di giornale. Mise sopra qualche ciocco e diede fuoco. Preparo il tavolo posto al centro della cucina. Prese una tovaglia nuova da un cassetto che non apriva da anni. Poggio quattro bicchieri, quattro tovaglioli, una caraffa di terracotta.
Alle prime ombre della sera, riempi anche un piatto di fritti di ceci, spezzo un panettone, mise a cuocere una costatella di maiale su una vecchia fressora. Accese tutte le luci della casa. Si mise a capotavola, come ogni anno, come ogni notte di Natale. Il vento sibilava forte, ammucchiando la neve sulle finestre e sul tetto, dove le tegole scomposte mandavano uno stridio, come se dovessero cadere da un momento all’altro.

Era il primo Natale che zio Giovanni passava da solo.
La sua casa era vuota. Uno dopo l’altro, prima i figli, poi la moglie, lo avevano abbandonato, lasciando il suo cuore vuoto, pieno di sconforto.
Solo Iddio e la fede segnavano i giorni, trascinati ormai in una vecchiaia di acciacchi e di stanchezza. Quante volte lo stesso tavolo era stato attorniato da gioie, sorrisi, abbracci. I due figli, Mario e Giuseppe, avevano trovato un posto di lavoro all’estero ma un giorno rimasero imprigionati in una miniera.
Di loro era rimasta una foto gigante sopra la cristalliera, con quei faccioni pieni di allegria e di gioia di vivere.

Il loro tragico destino aveva gettato nella costernazione i suoi genitori.
Maria, la dolce consorte, piena di premure, gli era rimasta accanto fino all’anno scorso, alleviando con il suo sguardo e con la sua presenza la tristezza di giorni interminabili. Zio Giovanni, bevendo un bicchiere dopo l’altro il vinello che conservava nella cantina, guardava in silenzio i posti lasciati vuoti. Rivedeva le manine gracili di Maria, il suo corpo esile e scattante, quei capelli tenuti stretti in coda da una streccia appuntita ed il grembiule bianco dove spruzzava l’olio dei fritti. Alla sua destra sedeva Mario ed a sinistra Giuseppe.

Ricordava i giorni in cui a Natale, dopo la cena, gli frugavano le tasche alla ricerca di poche monetine per andare a giocare a tombola nella casa accanto. Prima di uscire, aspettavano che il genitore, inforcati i grossi occhiali, leggesse la lettera messa sotto il piatto, scritta con l’aiuto della maestra della scuola.
Era il Natale dei poveri, era il Natale vero, era il Natale delle grandi gioie.
Zio Giovanni e sua moglie, al suono delle campane di mezzanotte, già dormivano profondamente, l’uno vicino all’altro, come due sposetti, ma con l’orecchio teso alla porta aspettando il ritorno dei figli. Zio Giovanni si accorse che la caraffa di vino era ormai vuota. La sua mente era sommersa nei ricordi del passato. Non c’era più il profumo dei fritti. Non c’era più il chiasso che sanno dare le feste.
Non c’era più nulla della famiglia che aiutava a rendere meno pesante il lavoro di tutti i giorni. Si alzò dalla sedia, attizzò il camino, sbircio dalla finestra la strada coperta di neve ed i fiocchi che volteggiavano attorno alle lampadine tremolanti.

Era quasi mezzanotte.
Ad un tratto udì il suono delle campane. Quei rintocchi, quella distesa, quel batocchio. Mille pensieri, mille ricordi, mille amarezze, mille dolcezze.
Erano passati tanti anni, ma quel suono era sempre lo stesso. Zio Giovanni sparecchio la tavola. Rimise ogni cosa al suo posto. Bevve l’ultimo bicchiere. Diede uno sguardo alla foto gigante dei figli. Poi usci di casa, senza nemmeno il cappotto. Si diresse verso la chiesa, attratto da una grande speranza, da una grande fede. Dopo alcuni passi, comincio ad appoggiarsi sui muri delle case. Poi cadde a terra senza sentire più la forza nelle gambe.
Si raggomitolo su se stesso, mise la faccia coperta di neve sotto la giacca, cerco di coprirsi.

Poi strinse le mani al petto, con grande forza. Alle prime luci dell’alba, zio Giovanni era ancora li. Lo sollevarono da terra, senza vita, con le ciglia imbiancate di neve e di ghiaccio. Teneva tra le mani ruvide una piccola foto.
Chi la guardo, vide l’immagine di un Natale, un alberello vicino al camino, quattro persone sedute al tavolo della cucina, con un bicchiere alzato in segno di festa. Era la sua famiglia che festeggiava un Natale di tanti anni fa. La foto era strappata ai bordi. La stretta era stata cosi forte che nessuno riuscì mai a sapere se vi fu, in quell’ultimo respiro, gioia o dolore o disperazione.

Riflessoni
ANNO 2100: BENTORNATO LAGO FUCINO!

Quando mi vide, il saluto fu brevissimo. Le mani si incrociarono spontaneamente, seguite da un largo sorriso. La forte stretta segno la gioia dell’incontro. Le parole, consuete e rituali che ne seguirono, potevano anche non dirsi. Il mio amico era un collega che dall’Aquila e da Avezzano si era trapiantato a Roma, al Tribunale delle acque, come avvocato dello Stato. Non avevo avuto con lui che sporadici contatti per questioni contributive di clienti sempre alle prese con sanzioni e multe. “Senti – mi disse subito – Avezzano perde tempo con la provincia che presto o tardi si farà, ma quando cominciamo a pensare seriamente al ritorno del lago?”.

La domanda mi fece capire che avrei rischiato di passare la serata a sviscerare un argomento certamente meno piacevole di quello che mi si offriva con l’orchestra ad un lato, le castagnole calde di carnevale e le belle donne sedute in attesa delle danze. Lo ascoltai per qualche minuto: turismo, ambiente, geologia, morfologia, tettonica… Un altro amico si avvicino ed io lo inserii nel discorso e li lasciai soli, dando l’impressione di essere chiamato da qualcuno in fondo alla sala che, in verita, era completamente buia.
Sapevo pero che c’era tra di noi un personaggio al quale certi argomenti sarebbero interessati in modo particolare e che avrebbero stuzzicato la sua vasta cultura e fantasia.

Feci le presentazioni alle undici di sera. Alle tre di notte i due erano ancora appiccicati ad una colonna e non sarebbero andati a dormire se il portiere dell’albergo non avesse messo un sassolino sotto la porta per far capire, con un rumore strisciante, che era proprio l’ora di andare. “Scusami per ieri sera… avrai sofferto… certi argomenti…”. “Nient’affatto. Ti debbo ringraziare… il ritorno del lago e stato ed e un argomento affascinante… ci siamo dato appuntamento a Roma fra qualche giorno…”. Quando tornai dalle mie parti, dimenticai tutto. Alcune riflessioni mi vennero dopo qualche settimana, attraversando la conca del Fucino. E pensai, lungamente pensai, a quello che c’era prima del lago e a quello che successe dopo il suo prosciugamento: Nel 2100, pensai, il lago Fucino tornerà a rivivere nella sua maestosa bellezza.
Voi vorreste rivedervi il bel lago azzurro – ha scritto l’Agostinoni – per giudicare in confronto; e vi pentite d’essere nati troppo tardi, di non essere gia vecchi. L’opera titanica di bonifica vi sembra la più triste violenza, il più ingrato sopruso.

Ma dovete rassegnarvi affidandovi al linguaggio muto dei pochi avanzi, agli imprecisi ricordi, alla forza ricostruttiva della vostra immaginazione. D’estate, con le reti soltanto, bastava tirare per avere pieno il sacco di tinche, barbi, anguille e gamberi; d’inverno invece si faceva la chiusa intorno alle fascine della montagna Angizia, con i ripari di tela e i bastoni conficcati nella mota del fondo: e poi s’entrava nella chiusa con tante barche, si levavano le fascine e restava il pesce prigioniero volontario. Il pesce nostro andava in ogni paese fino a Roma…
Durante 1’estate si facevano i bagni e d’inverno si correva sul ghiaccio, si scivolava, si giocava con le pezze grosse di formaggio pecorino, si mangiavano le ulive e si beveva il vino buono… Ora la bontà del clima e la purezza dell’aria che facevano della Marsica la più pittoresca parte degli Abruzzi, disparvero da queste contrade; il tifo divenne endemico; per le mutate condizioni climatiche, l’ulivo ed il fico non vi vivono più, e qualche rara pianta rimasta morra dopo aver trascinato un avanzo di vita tisica; il mandorlo, intristito anch’esso non e più sorgente di ricchezza per il paese; ed il pero ed il melo, e perfino la vite, non hanno più la rigogliosa vitalita dei tempi del lago.

Anno 2100: il ritorno di un lago?
E come sarà percorso un cammino a ritroso, con i problemi di imponenza finanziaria e soprattutto di volontà titanica? E come prevarrà la forza di una popolazione stanca ed avvilita, non più semplice nella vita quotidiana, ma complicata assai, com’e complicato il mondo in cui viviamo?
Il mio peregrinare, attraverso la conca del Fucino, e terminato. Entro in un bar. Prendo alcuni gettoni e chiamo il mio amico di Roma, al Tribunale delle acque. “Senti, il ritorno del lago esclude un nuovo terremoto?”.
La risposta non e ne facile, ne difficile. I terremoti appartengono all’imprevedibile. Guardo la valle incappucciata di verde. La gente si ricompone, saluta la terra con uno sguardo lungo, pensando al domani. La terra… E chi dice che non abbia stregato gli uomini? Da noi la natura e bella cosi com’e, com’era bella cosi com’era. Di brutto, certamente, e solo l’essere umano che finisce con il rovinare tutto, uccidendo un lago per la terra e, forse nel 2100, uccidendo la terra per un lago, in un martirio di coscienze che solo la fede in Dio riesce a frenare. Una profonda e grande fede. [………….]