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Comune di Trasacco

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Ma il nominativo è solo apparente. Se per le consonanti della iscrizione in esame la lingua marsa è molto simile al latino, per le vocali ne è alquanto lontana per il perdurare della pronuncia locale.
Del resto ancora oggi, pur a breve distanza l’uno dall’altro, i paesi contenuti nella Valle Transaquana pronunziano le stesse vocali con un suono notevolmente differente.
Sarebbe interessante uno studio a riguardo per scoprire quale influsso abbia la tradizione e l’ambiente naturale.
In particolare nella epigrafe in esame la vocale E ripetutamente è al posto della I più moderna; cosi è in VECOS = VICUS del primo rigo,
in DEDET = DEDIT del terzo rigo, in MERETO = MERITO del quarto rigo;
e cosi deve essere in QUEISTORES = QUEISTORIS del quinto rigo, con la
I lunga.
Dall’esame complessivo della epigrafe, riscontrati in essa elementi arcaici e di trapasso tra la morfologia marsa e quella latina (non romana!); considerato, come in appresso sarà detto, che la primitiva lingua dei marsi oscillava tra l’osco e il greco, cioè proveniva da una origine più orientale che occidentale, trovando in quella la forma is per ibus, si propensa a credere che in effetti la parola QUEISTORES equivalga a QUEISTORIS = QUEISTORIBUS.
Rimane per ultimo il ” busillis ” SEINO (Q ? ).
Un attento confronto tra la S iniziale di questa parola e le altre S che si trovano nel corpo dell’epigrafe fa notare una differenza ben marcata. Mentre nelle altre parole in cui ricorre, la S è a zig-zag con incisione marcata, nella parola in oggetto la lettera è püi corta delle altre ed ha una forma che si avvicina alla nostra S.

Il mistero (non tanto poi! ) di questa parola viene svelato ricorrendo in aiuto a quello scrigno della lingua ufficiale, che è il dialetto marsicano e ancora più precisamente il dialetto trasaccano nel quale la consonante G è sostituita dalla vocale I pronunziata con suono che si avvicina alla Y. Tra i tanti, alcuni esempi classïei: ainuccio = agnellino; iatta = gatta; ienca = giovenca; meio = meglio… Questo substrato dialettale delle nostre parti ci rafforza la convinzione che la parola SEINO debba intendersi con SEGNO. Che sia SEINO e non SEINQ lo si puà vedere dall’effetto fotografico della epigrafe. Se fosse Q dovrebbe avere il trattino Caratteristico non a sinistra, ma a destra come si vede nell’altra Q che ricorre nel tcsto. Il segno che si nota a sinistra in basso nell’ultima lettera della parola in oggetto deve attribuirsi più che ad altro, ad un difetto della pietra.

Ciò premesso, passiamo alla trascrizione corretta:

VICUS SUPINA VICTORIAE SIGNO DONO DEDIT LUBENS MERITO QUAESTORIBUS SA. MAGIO. ST. F. PAC. ANAIEDIO. Q. F.

Traduzione:

Il Vico Supino in segno di vittoria offri in dono liberamente e meritatamente ai questori Salvio Magio figlio di Staiedio e Pacio Anaiedio figlio di Quinto.

Non si nasconde che tale interpretazione cozza con quella di valentissimi studiosi quali il Mommsen e il Fernique, ma come questi commisero errori nel riportare l’iscrizione nelle loro opere, cosi potrebbe darsi che errarono anche nella interpretazione.
Se la nostra fosse più vicina al vero, cadrebbe la supposizione di un tempio alla Vittoria in Supino (del resto troppo unico nella Marsica e non trovabile in altri antichi vici) e solo rimane scolpito l’imperituro valore dei nostri antenati. Volendo scartare questa nostra interpretazione e insistendo nel QUEISTORES come nominativo plurale, si deve di conseguenza ammettere che anche le forme MAGIO e ANAIEDIO siano nominativi.
Ora questo tipo arcaico di nominativo ci riporta oltre il III secolo a. C.
Cosi ne verrebbe fuori questo senso:
Il Vico Supino
alla Vittoria in segno (di riconoscenza)
offrì in dono
liberamente e meritatamente
I questori Salvio Magio figlio di Staiedio
e Pacio Anaiedio figlio di Quinto.

Però resta inspiegabile come, mentre gli altri casi dell’epigrafe sono ben precisati e latinizzati, sia il nominativo il concetto del tempo che va messo all’ablativo assoluto; per cui riteniamo più logica la nostra interpretazione.
Ma quello che maggiormente ci interessa in questo lavoro è il confronto linguistico delle più antiche testimonianze dei genuini Marsi.
Al primo confronto globale tra la prima e la quinta risulta evidente che l’una è più antica dell’altra.
La finale in OS di Vecos ci ricorda quanto giustamente osserva l’Orlandi nell’opera citata, a pag. 275: ” Nella parola VEIVOS la terminazione in OS è di influsso osco per US. Anche nel latino arcaico (IV-III sec. a.C.) che va sovrapponendosi all’etrusco troviamo OS per US… “. Crediamo di poter riportare l’epigrafe N. 5 tanto indietro; ci sono infatti lettere di puro alfabeto marso e osco: E al posto della I, EI al posto della E, insieme ad altre di chiaro influsso latino ; lo vedremo tra poco.

L’epigrafe in sè è interessantissima sotto molti punti di vista.

A) Per le famiglie illustri che ricorda.

I Salvius e i Staiedius sono frequentissimi nelle epigrafi imperiali rinvenute a Trasacco e nei dintorni. Eccone alcuni esempi che lasciamo nella loro scarna enunciazione perché sconfinano dal periodo che ci interessa:

SA. STA. FL.
VIC. D. DL
M.
P. PETICIUS, SA. F. PF,TRONTA SA. F.
PET1CI

Il nome personale MACIO ricorre ugulmente spesso:

M. MACIUS
LEMINI. L.
FELIX. SIBI.

MACIA SUCCES
SA. QUARTO CONIUGI

Il nome personale PACCIUS o PACIUS lo ritroviamo è vero nella famosa ara al dio Fucino, ma si rinviene anche in epigrafi posteriori come nella seguente che testimonia l’esistenza di Angizia con le sue mura megalitiche rovinate e quindi restaurate:

SEX. PACCIUS P… ET SEX PACCIUS F. QUINQ. MURUM VETUSTATE CONSUMPUM. A SOLO. RESTAURARUNT EX PP. ANGITIAE

Questi riferimenti suppongono una continuità di stirpe di famiglie le più potenti e numerose che dominarono nel territorio di Trasacco e degli immediati dintorni in piena età repubblicana.

B) Per le 1ettere arcaiche S, P e N in corsivo; per il dittongo EI al posto di una sola vocale; per l’uso della E al posto della I.
La forma di queste lettere ci riporta, a dire il minimo, ad un periodo almeno prima di Silla, cioè prima della guerra sociale.

C) Per il fatto che si parla di Questori. Gli uomini che ricoprivano tale carica nel periodo repubblicano (in numero di due; e due questori sono riferiti nella epigrafe! ) oltre che ad occuparsi di riscuotere (quaestuare) le tasse per l’erario pubblico, erano al comando dell’esercito. La presenza di questori a Supino dà la certezza di una perfetta organizzazione militare-amministrativa in questo centro abitato; difatti i questori erano magistrati ausiliari dei pretori e dei consoli. Non si capisce come il Mommsen che riporta l’epigrafe al N. 3849, Dica nella prefazione del Cap. LXXXIV è da ritenersi che il Vico Supinum non avesse nessun magistarto. Altro madornale errore lo commette quando va alla ricerca di un Municipuium (Antinum Marruvium) a cui aggregare Supinum. A parte che la presenza di questori già conferma una organizzazione amministrativa municipale, esiste una stele (e lui la riporta al N. 3855) nell’atrio della Basilica di Trasacco in cui è scritto MUNIC…

D) Nella epigrafe si parla di una vittoria celebrata da Supinum in onore degli artefici questori MAGIO e PACIO.
Dovendo, per ragioni interne di carattere linguistico, riportare l’epigrafe molto prima della guerra sociale, viene da domandarsi di quale vittoria si tratti.
In effetti dalla fine delle guerre sannitiche alla guerra sociale non risulta che tra Marsi e Roma ci fosse un conflitto.
I marsi furono assoggettati e rimasero nella condizione sine suffragio. Solo intorno al 100 a.C. serpeggiava il malcontento, ma senza scendere in aperta ribellione.
È cosi che, per forza di cose, si è tentati a risalire al 202 a.C. quando, nell’estremo tentativo di abbattere la potenza Cartaginese, Roma chiamò a raccolta tutte le forze dei Soci Italici ed ebbe ragione del nemico a Zama. ” Cum Scipio classem comparavit, Marsi, Peligni Marrucinique multi volontarii nomina in eam dederunt ” (Livio, XXVIII, 45, 19).
La vittoria sui Cartaginesi era questione di vita o di morte per le mire di Roma a diventare Caput Mundi. Al Senato era viva l’apprensione; aleggiava già il futuro grido di Catone: delenda Cartago! e la Vittoria attesa fu pari al grido di trionfo che si alzò in ogni angolo del territorio latino.
Anche nella Marsica fu celebrato ovunque il trionfo; Marruvium eresse una stele a ricordo: CORNELIUS SCIPIO CARTEIAGINE CAPTA; dall’altra parte del lago i reduci della guerra vollero pubblicamente ringraziare Ercole:

HERCULEI D…
MILITES AFRICA(NI)
AECILIANIS
MAG. CURAVIT
C. SALTORIUS C. F,

Anche Supino contribuì al buon esito con un ragguardevole numero di soldati al comando dei questori MAGIO e PAGIO ai quali dedicò l’epigrafe in onore.
Il riportare l’epigrafe ad un avvenimento tanto indietro bisogna confessare che ci lusinga perché sarebbe un motivo di più per avvalorare il titolo di questo lavoro.
È indiscutibile che l’epigrafe N. 5 contiene elementi arcaici dell’alfabeto marso, ma fra questi sono evidenti lettere prettamente latine come sopra accennato: la A che ha raggiunta la sua forma attuale con il trattino che congiunge le due linee convergenti e perfettamente orizzontale; la E con le tre stanghette orizzontali alla linea verticale; la M che non è più cosi sbracata come nel puro alfabeto marso.
Tutto questo miscuglio di scrittura marso-latina ci riporta effettivamente vicino alla vittoria di Zama (202 a.C.).
Dalla 6ne delle guerre sannitiche (290 a.C.) a Zama passa un periodo di quasi cento anni, nel quale l’alfabeto latino si amalgama con quello marso.

Qualora questo fenomeno avrà richiesto più tempo, ci ritroveremmo all’inizio della guerra sociale (82 a.C.) più giustamente detta BELLUM MARSICANUM = guerra marsicana, per quel territorio degli italici che fu principalmente teatro degli scontri e per i protagonisti che furono tutti marsicani: Vettio Scatone e Popedio Silone.
La strategia di Roma fu quella già collaudata nelle guerre sannitiche: attaccare gli insorti per la via più facile, la Valle Roveto, ai confini della vera Marsica.
Stralciamo a riguardo alcuni passi descrittivi dall’opera ” Dove Italia nacque ” di Domenico Ludovico.
All’inizio della insurrezione ” Nel Sannio le truppe italiche erano comandate dal Pretore Vettio Scatone appellato ” Marsorum dux ” da Cicerone… Vettio affronta il console Sesto G. Cesare che con truppe raccogliticce si dirigeva a marce forzate in soccorso della colonia romana di Aesernia, e lo batte infliggendovi severe perdîte… pag. 58; …
Le vere e proprie operazioni militari si iniziarono nella primavera dell’anno 90 a.C. con notevoli successi dei Confederati.
Al fronte della Marsica una Avanguardia romana composta da diecimila uomini, al comando del legato Perperna fu sconfitta dagli Italici comandati da Presenteio: quattromila romani restarono uccisi sul campo e gli altri si dispersero gettando le armi…
La battaglia ebbe luogo ai primi di maggio dell’anno 90 a.C., nella quale doveva trovare la morte, lo stesso console Rutilio, si svolse probabilmente sul fiume Liri, nei pressi di Sora.
E’ da ritenere infatti che il console romano intendesse penetrare nella Marsica dalla Valle Roveto, il passaggio operativamente più agevole per chi dal Lazio voglia inoltrarsi nell’Abruzzo… Le forze degli Italici erano al comando di Vettio Scatone…
Assaliti improvvisamente dagli Italici i Romani di Rutilio vennero sbaragliati: molti furono uccisi, parte perirono affogati nel fiume, ben pochi riuscirono a fuggire…”.
In un terzo momento entra in scena Popedio Silone. ” ‘Sotto la guida di Popedio in avanguardia l’esercito romano si avanzò nel territorio marsico, senza troppo preoccuparsi delle misure ili sicurezza, tutti essendo convinti di non trovare più opposizione. Improvvisamente, in un luogo preventivamente predisposto, Popedio si sottrae alla scorta e si lancia su un roccione elevato. Al suo grido di guerra diecimila voci fanno eco. Sono Italici in agguato che piombavano sui Romani, sorpresi e paralizzati dall’imprevisto cambiamento ili scena, e ne fanno strage “. Pagg. 68-72.
Se l’epigrafe di Supino, per quel miscuglio di scrittura marso-latina e osca che si riscontra anche nelle monete italiche, va riportata all’inizio della guerra sociale, essa testimonia il contributo non indifferente che il centro abitato diede con i suoi soldati al comando dei questori Magio e Pacio Anaiedio; essa, rimasta in evidenza anche dopo la guerra sociale, fu di monito per i Romani a non disturbare piü i forti Marsi.
Da allora la Marsica restà sempre oasi di pace, di riposo, di vita felice.
Ma il tempo che

l’uom, e le sue tombe
le estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste…

ha gettato nell’oblio i centri abitati e i campi di rifugio dei guerrieri italici; i libri storici di Tito Livio che dovevano parlare della guerra sociale sono andati perduti; Dione, Plutarco, Polibio restano sulle generali.
In tempi recenti il Di Pietro accenna a vari Castelli antichissimi disseminati lungo la Valle Transaquana: Bettonica o Vettorito, Troia, Rocca d’Acero, Mesula, Moscuso, Sclavo, Castulo .. ma tutti di difficilissima identificazione. Solo le attuali indagini archeologiche stanno rimettendo stanno rimettendo alla luce alcuni centri italici.
Uno è il nostro Supino, scrigno di più civiltà e che speriamo quanto prima desti l’interesse fattivo della Sovrintendenza alle Antichità; l’altro, di cui si incomincia a conoscere abbastanza, è la famosa Valle d’Amplero, più precisamente la parte Nord, verso Trasacco.

Abbiamo letto con estremo interesse le relazioni che il Prof. Cesare Letta ha fatto seguire alle varie Campagne di scavi dal 1968 ad oggi.
Ad un certo punto della prima relazione (1968 foglio VIII), nella iniziale incertezza di dare un giudizio de6nitivo sui reperti venuti alla luce, a Rerma cosi: ” L’interesse archeologico della zona di Collelongo è essenzialmente nella fondata speranza che ad Amplero si trovi un cospicuo centro italico… “.
Quello che per il Prof. Letta è una fondata speranza, per noi, modestamente, è una assoluta certezza. Anzi i risultati appaiono più lusinghieri delle prospettive.

Bisogna tener presente che i Marsi, sia nelle guerre sannitiche che in quella sociale, miravano a proteggere la loro autonomia da Roma o almeno ad essere considerati cittadini romani ” pleno jure ” o come si suol dire ” cum suffragio ” col diritto al voto. Per proteggere tale autonomia e per rintuzzare la reazione di Roma quale luogo più sicuro di Supino protetto alle spalle da un’alta catena di monti e comunicante ad Ovest per la strettissima gola di Canale?
Quale luogo più adatto di Amplero difeso naturalmente da una corona di montagne e deliziato da quello che era un azzurro, limpido laghetto?
Oggi come oggi, al di fuori di questi due antichi Castelli, non si conosce altro luogo nella Valle Transaquana che presenti elementi di civiltà italica.
Supino, Valle d’Amplero: ecco il teatro della guerra sociale, ecco il centro dei Marsi al tempo delle guerre sannitiche, qui l’originario nucleo della Marsica che in seguito doveva abbracciare più vasto territorio.

Tale affermazione è suffragata dalle considerazioni seguenti:
A) Nel 449 di Roma, cioè nel 304 a.C., i Marsi, per la prima volta sconfitti furono privati di una parte di territorio che pare siano stati i Piani Patentini con alba trasformata in colonia. La logica vuole che i luoghi tolti formassero la periferia del territorio morsicano.

B) Tra gli antichi storici ve ne sono alcuni, compreso Tito Livio, che mettono Alba Fucense ” in Aequos “, espressione che puà significare tanto ” negli Equi ” quanto ” contro gli Equi “. Ammesso pure che Alba F.ucense sia stata sempre marsa ” Marsi generis ” certo è perà che non si forti6ca contro i nemici una città centrale, rna periferica. Dunque questa città era ai confini tra Marsi e Equi. Dice Strabone, Lib. V: ” Alba, marsis finitima, scopulo insita sublimi “. ” Alba, confine ai Marsi, costruita sopra un altissimo colle “.

C) Due anni più tardi (302 a.C.) i Marsi vengono attaccati dalla parte opposta e cadono ad opera del Dittatore Fabio Massimo le città di Plistia (forse Pescasseroli), di Fresilia (Opi) e di Milonia (Ortona dei Marsi), città ugualmente periferiche fortificate a protezione del territorio centrale.

D) Si ricordi la strategia dei romani sia nella guerra sociale che in quelle sannitiche: nel tentative di penetrare in Abruzzo attaccano sempre dalla Valle Roveto, nelle vicinanze di Civita d’Antino se non proprio direttamente contro la città stessa fortificata ai confini tra i Marsi e i Volsci. Liberato il territorio marso dalle zone di confine come l’albero dai rami, non rimane che il tronco, cioè la parte centrale costituita dalla Valle Transaquana con i monti circostanti. L’idea di questo epicentro dell’antica Marsica balenà anche allo storico Domenico De Santis il quale nella sua: ” Dissertazione su Antino, municipio dei Marsi ” (1784) in nota al passo di Livio D I. lib. 9 in cui si parla della conquista da parte di Valerio ( ?) Massimo della città di PLESTINA, FRESILIA e MILONIA, affcrma: ” Le città poste sui confini vengono spesso dagli scrittori or all’una or all’altra delle confinanti nazioni attribuite: cosl Alba posta ai confini degli Equi viene da taluni riputata NON MARSA e Titn Livio medesimo enumerà PLISTIA ossia PLESTINA e MILONIA fra le città sannitiche nel lib. 10 ” (pag. 2). Il N. 7 (pag. 8) suona testualmente così: ” infatti se l’ARX di Tolomeo, come indica il nome, fu dai Marsi per propria difesa e custodia edificata, questa non doveva stare al centro del loro paese, ma bensi nei confini. Sul confine degli Equi e dei Vestini erano bastevolmente i Marsi presidiati dalla città di Alba, se questa loro spettava… Dalla parte dei Peligni e dei Sanniti stavano in difesa dei Marsi Milonia, Fresilia e Plestina, URBES MUNITAS, dette da Livio. Avevano dunque i Marsi bisogno di una rocca solo sul con6ne degli Ernici e dei Volsci nella Valle Roveto e qui doveva essere l’ARX da Tolomeo nominata “.

E) Sensazionale la scoperta di un cippo terminale r.invenuto a Luco Dei Marsi il 9 aprile 1972 dalla famiglia De Rosa e di cui si è occupato in questi giorni il confratello Gaetano Squilla in una limpida pubblicazione. Non vogliamo rientrare nella disquisizione se Alba sia sta’-a MARSA o NON MARSA; ci sembra però che il noto scrittore sorano abbia tenuto in poco conto la natura della incisione che è di epoca imperiale. Si capisce che a 400 anni circa dalla decurtazione del territorio marsicano, Alba non era nè MARSA nè EQUA: era una colonia romana, come per dire una isola tra Marsi e Equi. Ma prima degli avvenimenti del 304 a.C.? Sarebbe stato meglio non riaffacciare tale problema perché cosi facendo ha fatto un brutto scherzo ai Luchesi. Infatti, a ben osservare, la base superiore del Cippo De Rosa è divisa non in due, ma in tre settori ben distinti. Mettendo giustamente il cippo con la scritta: F. P. ALBENS a nord, verso Alba Fucense ci ritroviamo con l’indicazione: I. T. MARSO(rum) = Initium Territorii Marsoïum in direzione sud verso Trasacco; al centro l’indicazione: ANGITI, ben differenziati da un incavo e dal popolo albense e dal popolo marso. Stando cosi le cose all’inizio dell’epoca imperiale, iniziando il territorio marso dopo la città di Angizia, si deve concludere che nemmeno gli ANGITI erano considerati MARSI ! ! !
Quindi una conferma di più che il centro della veïa Marsica era costituito dai territori compresi nella Valle Transaquana.

(Testi tratti dal libro “Trasacco prima di Roma”)
(Testi a cura di Don Evaristo Evangelini)

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Trasacco prima di Roma ( epigrafe n.I e n.V )

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