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Comune di Celano

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Testi del prof. Vittoriano Eposito
Giulio Bertoni: “La prima lirica religiosa dove raccogliere L’estremo palpito del martire, come trasvolare sul capo della prima vergine convertita, scendere nei freddi e oscuri anditi delle catacombe, come effondersi piu tardi nelle pompose cerimonie, e dare infine alL’umanita e alla letteratura alcuni canti sublimi… Essa poi lascio poesie grandiose e dolorose d’infinita pieta, come il Dies irae di Tommaso da Celano e lo Stabat Mater di Jacopone da Todi.

(da Il Duecento I’ ed. 1910)

Benedetto Croce: “Com’e generalmente ammesso, di questo inno (Dies Irae) fu autore, nel secolo decimoterzo, il francescano Tommaso da Celano; ma per autore non bisogna qui intendere uno spirito creatore, come in una lirica che sorge tutta di un getto dal suo motivo originale, si invece 1’artefice che, mirando a un fine che si vuol conseguire, lavora una forma piu soddisfacente che non tutte le altre fatte allo stesso fine, che L’hanno preceduta, e pertanto una forma che rimane a un dipresso definitiva nell’uso. (…)
L’ultimo artefice fu certo di gran maestria, svolgendo 1’assunto con particolarita e sobrieta insieme, con ordine che non esclude il graduale ascendere del pathos, in un metro (strofe ternaria di ottonari formati di due quadrisillabi con unica rima, o, se piu piace, trocaico-dimetro-acatalettica) che conferisce a dargli tono eguale e pur vivo e forte, tale che colpisce il sentimento e si imprime nella memoria, dove quell’onda ritmica continua sommessamente a rombare ed e sempre pronta a risvegliarsi.”

(da Poesia antica e moderna, Bari, 1941)

Natalino Sapegno: “… E intanto, parallela e contrastante a questa corrente (“goliardica”) di affetti giocondi e terreni, si svolge la ricca fioritura degli inni religiosi, taluni dei quali aridi e dogmatici, ma molti invece densi di pensiero o ardenti di sentimento mistico, da quelli piu classicamente atteggiati e sapienti di Venanzio Fortunato fiorito sullo scorcio del VI e nei primi del VII secolo, e di Paolino d’Acquileia, vissuto nel secolo VIII, fino al Pange lingua, al Dies irae, allo Stabat Mater, espressioni del sentimento religioso e cospicui documenti di poesia composti nel secolo XIII. Il primo di questi tre inni, attribuito a Tommaso d’Aquino, e un fervido canto di mistico amore; il secondo, attribuito al minorita Tommaso da Celano, biografo di San Francesco, riprende il motivo, frequente nell’innografia cristiana, del giudizio universale, e trasfonde in esso, con personalita d’immagini e di fantasia, il fremito dell’umano terrore di fronte alla morte e all’inesorabile sentenza di Dio; il terzo…”.

(da Compendio di storia della letteratura italiana, vol. I, Firenze 1950)

Ugo M. Palanza: “A Tommaso da Celano viene attribuito questo celebre inno della chiesa, detto nel messale romano, Sequenza dei morti, mentre meglio sarebbe denominarlo, e stato notato da qualcuno, Sequenza del Giudizio Universale. Infatti il giorno dell’ira e il giorno del Giudizio, quando dal cielo scendera di nuovo sulla terra il Giudice a discutere ogni cosa duramente; una tromba allora svegliera i morti nelle tombe e la Morte e la Natura stessa sbigotteranno dinanzi all’incredibile miracolo. La fantasia che da vita alla rappresentazione e tipicamente medioevale: si avverte che 1’espressione e spia d’una idea profondamente radicata, che dalle radici della coscienza ossessiona le menti e le turba dinanzi al concetto d’una severita divina che ormai deve giudicare definitivamente le anime per il destino eterno che le attende.”

(da La letteratura italiana – Storia e pagine rappresentative, vol. 1, 1968)

Il Dies Irae tradotto da Emilio Villa

In una pregevole edizione a cura di Nando Taccone, stampata in sole trecento copie presso l’Edigrafital di Teramo, su composizione grafica di Duilio Chilante e con fotografie di Italo Magrini, e uscita una originalissima traduzione del
Dies irae di Tommaso da Celano, eseguita dal noto poeta Emilio Villa, milanese d’origine e romano di adozione. Il testo e impreziosito da tre illustrazioni dovute a Piero D’Orazio, Umberto Mastroianni e Guido Strazza, firme ben quotate dell’arte contemporanea, ed e introdotto acutamente da una nota critica di Aldo Tagliaferri.

Il Dies Irae, come molti sanno, viene oggi attribuito con quasi assoluta certezza a fra Tommaso da Celano, il primo biografo di S. Francesco e S. Chiara, autore sicuro di altre due “sequenze” d’ispirazione francescana.
Pur essendo riconducibile ad una tradizione sequenziale piuttosto ripetitiva, fiorita lungo tutto il medioevo, intorno al motivo del “Giudizio universale”, l’inno tommasiano ha tuttavia il potere di ravvivare una materia ormai “cristallizzata” denotando, per dirla col Croce, una “gran maestria” e un “graduale ascendere del pathos”.

Si e discusso molto, tra gli studiosi, se l’inno dell’illustre Frate minore del ‘200 debba ritenersi una “lirica sublime” o non piuttosto un devoto “atto di preghiera”. Ebbene, leggendo la splendida traduzione di Emilio Villa, che ci sembra una felice sintesi tra fedeltà rigorosa al significato del testo latino e libera trasposizione in un linguaggio modernissimo, ci si convince agevolmente che il Dies Irae e un documento straordinario di preghiera e insieme di autentica poesia, perchè dettato da un’anima sinceramente “tremante e adorante” di fronte al mistero della morte.

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Testimonianze critiche sul Dies Irae

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