Sviluppo della popolazione

Quando è stata costruita la villa Paterno c’erano altre abitazioni all’intorno o queste sono sorte per opera di uomini incoraggiati dalla presenza sia pure periodica di un signore ricco e potente? Nel primo capitolo abbiamo detto, seguendo la testimonianza del Febonio, che a nord dell’attuale Paterno c’era un fortilizio, che aveva la funzione di difesa del territorio albense dalle minacce che potevano pervenire dall’est. Era naturale che nei pressi del detto fortilizio incominciassero a sorgere le prime abitazioni di gente costretta ad andare via da Alba per motivi politici o insofferente della vita stessa della grande città. Questi primi abitanti, sentendosi protetti all’ombra del fortilizio, incominciarono a coltivare le terre all’intorno, le quali, secondo il Corsignani, erano reputate fertili di ogni cosa, ma soprattutto di olive (1).

A tutto ciò si aggiunga l’aria saluberrima, il clima più mite di tutta la Marsica e l’altra risorsa costituita dalla pesca nel bel lago Fucino, che abbondava di squisiti pesci, fra i quali le tinche, le scarde, le lasche, le trote ed i barbi. Vi erano i granchi molto saporiti e le chiocciole che non si mangiavano. Era inoltre popolato da una grande quantità di uccelli acquatici: circa trenta specie. Oltre a tutto ciò le acque del Fucino si ritenevano salubri e medicamentose, specialmente per la scabbia e le infiammazioni di fegato (2). Tutto questo rese abitabile il luogo prima che Paterno costruisse la sua villa sulla rìdente collina.

In seguito il fortilizio di Paterno fu distrutto in occasione delle diverse guerre che Alba dovette sostenere; il solo Annibale, come abbiamo già riferito, passò due volte per l’agro albense e, in occasione della guerra sociale o marsa, il prode Poppedío Silone non trovò alcun ostacolo in Paterno, poiché gli scrittori di storia marsa parlano soltanto dell’assedio posto ad Alba, mentre lo scontro con l’esercito romano, comandato da Porzio Catone, avvenne non molto lontano da Paterno e , precisamente, verso i confini di Celano, lungo il tracciato della Tiburtina Valeria. Le terre di Paterno, dunque, per un lingo periodo della storia repubblicana, furono soltanto luogo di passaggio fino al periodo imperiale, allorché, con la pace data da Augusto al mondo romano, i ridenti dintorni del lago conobbero il loro periodo di incremento e di splendore.
Abbiamo già accennato che il console Vitellio costruì una villa nell’attuale S. Pelino, a fianco del Pretorio.

nel periodo di Claudio, allorchè l’imperatore iniziò quell’opera colossale per l’epoca, onde prosciugare il lago Fucino, la Marsíca divenne un luogo molto frequentato dai Romani, specie quando ci fu l’inaugurazione dell’apertura dei cunicoli che ancora oggi si possono ammirare nel fianco di quella montagna che si trova a destra della strada che da Avezzano conduce a Luco dei Marsi, all’altezza dell’incrocio dell’Incile. Fatto sta, che furono molti i Romani che vennero a costruire le loro ville nella Marsica e che lasciarono il nome a diverse località. Tra la villa di Vitellio e quella di Paterno, ne sorse un’altra piantata proprio sulle sponde del lago, dal quale fu completamente distrutta dall’escrescenza avvenuta nell’anno 605 di Cristo (3). Anche attorno a questa villa si era formata una piccola popolazione che diede origine ad un villaggio chiamato Caroscino.

Il nome probabilmente deriva dal fondatore della villa che forse doveva trattarsi di quel Caropino di cui parla l’epigrammista Marziale nel libro V, epigramma SI: « Nec semel ego mibi furtum fecisse licebit? Improbius nibil est hac, Caropine, gula… » (4). Un altro villagio sorse ad est della villa di paterno, all’altezza dell’attuale cinitero: si chiamò scanzano. Un terzo villaggio, che doveva essere abbastanza consistente, si chiamava Auretino e comprendeva i casali di Cantalupo Gualdo Molinaro ed Orbente (5). Nei primi secoli dell’impero romano, quindi, le terre di Paterno erano abbastanza popolate. Al centro vi era la villa Paterno contornata da abitazioni, che sorgevano nella fascia compresa tra la Tiburtina Valeria e FA 25; a sud-ovest il villaggio Caroscino; ad est Saconsano e,in località non ben precisata, Auretino.

Allorché nel 313 d.C. l’imperatore Costantino emise in Milano il famoso editto, col quale veniva riconosciuta la nuova religione cristiana, gli abitanti dei suddetti villaggi iniziarono a costruire chiese, segno che la religione cristiana in questi luoghi si diffuse fin dai primi tempi del Cristianesimo, poiché, secondo la tradizione, fu San Pietro apostolo che vi venne ad evangelizzare (6).
La prima chiesa, senz’altro la più antica, è quella di S. Lorenzo in Cuna, esistente al tempo del papa Pasquale Il (1099-1118), il quale, enumerando tutte le chiese esistenti nella Diocesi dei Marsi con Bolla del giorno 25 febbraio 1115, dice: « Sancti Laurenti in Cuna cum titulis suis ». Essa, pur trovandosi nel territorio di San Pelino, appartenne alla terra di Paterno, fino ad epoca abbastanza recente.

Narra il Febonio che in località San Pelino, dove Vitellio costruì la villa, ai suoi tempi vi erano delle pareti semidistrutte di ingenti sassi, che mostravano la magnificenza di una colossale opera: il Pretorio. Ivi, al tempo dei Romani, esistettero i pubblici bagni; in seguito, sempre dopo l’editto di Costantino del 313, il Pretorio, dove si venerava dai gentili il simulacro della giustizia, fu trasformato in chiesa e in onore dell’invitto martire San Lorenzo, fu chiamata San Lorenzo in Cuna. Il titolo si spiega per il fatto che S. Lorenzo fu molto venerato; infatti a Roma, ancora oggi, intitolate al popolare santo, bruciato vivo per ordine dell’imperatore Valeriano, si contano numerose chiese: S. Lorenzo al Verano, S. Lorenzo in Lucina, S. Lorenzo in Damaso, S. Lorenzo in Miranda al Foro Romano, S. Lorenzo in fonte sulla via Urbana, S. Lorenzo in Panisperna.

La chiesa di S. Lorenzo in Cuna, in seguito, dai monaci di Montecassino, che rinnovarono l’edificio, fu trasformata in monastero e, quando stava per crollare a causa dell’usura del tempo, un certo abate Baldo di Paterno, che il Corsignani annovera tra gli illustri cittadini marsi eruditi nelle lettere (7), lo fece ricostruire dalle fondamenta, come testimoniava la scritta in alto della porta del tempio:
An. D.MCCV. INDICTIONE QUARTA
EGO ABBAS BALDUS FILIUS ALBERTI.
JOANNIS SALVI DE PATERNO HOC
OPUS A FUNDAMENTIS FIERI FECI MANIBUS MAGISTRI GUARINI ET PETRI (8).

Partiti poi ì monaci, il cenobio non resistette a lungo, non tanto per l’ingiuria del tempo, quanto per la stolta, sacrilega e audace opera di coloro che andavano alla ricerca di oro nascosto. Il reddito, tuttavia, della chiesa restò sempre all’abate di Paterno, come restò il nome di S. Lorenzo in Cuna ai possedimenti della stessa chiesa. Il Febonio ci spiega perché la gente andasse alla ricerca di oro nascosto: era cosa risaputa che ìn queste terre si trovava l’oro, causato – dice il Febonio – sia dalla naturale potenza nelle viscere della terra, sia per una naturale combinazione dì erbe, tanto è vero che spesso i cacciatori trovavano dei pezzetti nelle gole e nel ventre di uccelli uccisi.
Ora, la fantasia popolare faceva presto ad immaginare che nel luogo, in cui per tanti anni vi erano statì dei monaci che coltivavano campi e orti secondo la regola benedettina « Ora et labord », senz’altro. dovevano esserci pezzetti di oro trovati nei campi e deposti dai monaci in qualche nascondiglio. Così, a furia di cercare, pietra dopo pìetra, fu demolita un’intera chiesa!
« Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames! » (9).

NOTE
I. P.A. Corsignani: op. cit., 1. 11, pag. 367.
2. L. Colantoni: « Storia dei Marsi », Lanciano, 1889, pag. 8.
3. A. Di Pietro: « Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi », Tip. Magagnini, Avezzano, 1869, pag. 159.
4. Riportato dal Di Pietro a pag. 159, op. cit. « Neppure una volta, dunque, mi sarà lecito defraudarti? Niente di più malvagio, Caropino, di questa tua gola…
5. A. Di Pietro: op. cit., pag. 160.
6. G. Pagani: « Avezzano e la sua storia », Casamari, 1968, pag. 30.
7. P.A. Corsignani: op. cit., t. Il, pag. 498.
8. « Anno del Signore 1205, indizione quarta, io abate Baldo figlio di Alberto Giovanni Salvi di Paterno questa opera feci rifare dalle fondamenta per mano dei maestri Guarino e Pietro ».
9. Virgilio: « Eneide », I. III, vv. 56, 57. « A che cosa non spingi i cuori dei mortali, o esacranda fame dell’oro! ».

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino