Studio sull’arte metallurgica fucense con riferimento alla mobilità e allo sviluppo dell’animale fantastico la “chimera”



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       Mobilità e studio sui dischi corazza – ornamentali 

Questo studio riassuntivo sull’arte metallurgica fucense, si occupa principalmente della produzione dei dischi corazza (cardiophilax) e quella dei dischi ornamentali femminili.

Tale lavoro anche se breve e riassuntivo, pone l’obiettivo su quella che fu’ l’arte fucense nel territorio interno dell’Abruzzo estendendosi successivamente a gran parte del territorio italico fra l’ VIII e il  VI secolo a.c.

Secondo Giovanni Colonna dei nuclei consistenti di popolazioni italiche, si insediarono in Umbria nelle vicinanze del  lago  Trasimeno, tra Bastia e Assisi e sul monte Tersio  vicino Perugia.

Studio sull'arte metallurgica fucense con riferimento alla mobilità e allo sviluppo dell'animale fantastico la "chimera"

Questa teoria viene suffragata dai numerosi ritrovamenti di dischi di cultura fucense. Il Colonna infatti asserisce che lo spostamento non riguarda singoli individui dediti all’arte della metallurgia, ma di consistenti  gruppi composti anche da donne portatrici dei dischi.

Il passaggio, o meglio l’itinerario presunto di spostamento, era quello che attraverso il Fucino, siano giunti alla conca teatina e poi a quella ternana, per raggiungere anche la valle del Tevere per infine risalire fino ai monti perugini e assisiati. Questi spostamenti sono stati addirittura individuati nel VII secolo a.c. come prima volta, e successivamente nel corso di tutto il VI secolo. Colonna esclude il ver sacrum come modalita’ di spostamento, sia per il ridotto numero di partecipanti ed anche per la partecipazione di donne a tale fenomeno.

Lo spostamento  sembra interessare gruppi parentali o clanici anche in numeri abbastanza consistenti come fecero a loro volta gli Umbri ed i  Dauni seguendo gli Etruschi padani in campania nel 524 a.c..

il rito funerario che ha permesso il ritrovamento di determinati oggetti, necessari per  datare i periodi storici, era molto sviluppato in Abruzzo già  da epoche remote, datate fin dagli inizi del II millennio a.c.. Sistematicamente inoltre nell’area del Fucino si attesta l’esistenza di  società strutturate e notevolmente articolate.

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Molto particolari, sono le ipotesi di numerosi studiosi  riguardo al ver sacrum. Infatti ad oggi, sono messi in discussione l’entita’ del fenomeno e la sua portata, definendolo un modello ideologico elaborato da antiquari romani per interpretare fenomeni migratori italici di scomposte bande armate che a partire dal V secolo a.c. mettono a soqquadro l’Italia Meridionale, destrutturando le realtà locali con le quali entrano in contatto. L’area del Fucino è protagonista dello sviluppo socio economico del territorio, abitato da popolazioni già strutturate , che a partire dall’VIII e per tutto il VII e VI secolo sono in grado di esportare il proprio patrimonio di credenze in tutta l’area

centro italica in direzione dell’Umbria, del Lazio, della Campania e del Piceno, con la diffusione delle tombe a circolo compresa l’antica tradizione della stele funeraria che compaiono a Tivoli e Terni.

Come relazionato da Raffaella Papi, la cultura e l’uso dei materiali è aperta a tutti gli stimoli provenienti dall’esterno con integrazione e diffusione all’esterno di quella interna. Infatti, se l’armamento nell’antichita’, come la divisa militare oggigiorno, ha valore di identificazione e qualificazione etnica, dobbiamo pensare che i dischi corazza, delle serie Mozzano, Capena, Numana, Paglieta, Torricella Peligna, ed Alfedena, disseminati lungo tutto il versante adriatico da Colantino(FG) a Numana, da Belmonte Piceno a Matelica, testimoniano la salda presenza dal Gargano ad Ancona, tra il VII e VI secolo, di capi guerrieri provenienti dall’area abruzzese pienamente integrati nelle classi dirigenti locali. Come peraltro avvenuto  a Roma, governata in alcuni casi da re sabini e da re etruschi.

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L’uso dell’agemina di bronzo su ferro, è impiegato molto nel fucino, proprio a riprova della volonta’ di distinzione sia degli uomini che delle donne nell’ambito delle comunità socialmente articolate. Infatti nei reperti archeologici è chiara la voglia di raffinatezze sia nella realizzazione delle fibule usate anche dalle donne, nei  manici degli attrezzi da lavoro e nelle impugnature delle armi. Questo a dimostrazione, diversamente da quanto asserito nei numerosi  scritti sul territorio

con idee preconcette, avallate anche dai viaggiatori inglesi della fine dell’800, come l’Abruzzo terra arcaica ed arretrata, abitata solo da briganti e pastori.

In definitiva, sulla base degli ultimi studi, sembra legittima l’ipotesi che anche l’invenzione stile capena possa essere attribuita agli artisti fucensi, aperti alle novità, ed alle suggestioni esterne accolte e rielaborate con originalità.

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Gli studiosi hanno pienamente riconosciuto come la presenza dei dischi costituisse un vero e proprio fossile guida, uno degli elementi della matrice italica, al di la delle varianti regionali nell’epoca dell’italia protostorica. Pare infatti che i dischi corazza delle necropoli di Rocchetta, Croce, Cuma e Caserta; la tomba della principessa di stirpe sannitica con scettro e calzari di legno e bronzo; la divisione agraria di Cales e toponimi come Monte Marsico, Abellinates Marsi e in Lucania di  Marsico Vetere, con i dischi  corazza di  Calantino, oltre il Fortore, dimostrino che una prima ondata composta da Guerrieri e delle loro famiglie sia calata dall’Appennino tra l’VIII e VII secolo a.c.. La colonizzazione prosegui’ successivamente con richiamo di stirpe consanguinee fino al VI e V secolo e si esauri’ con il vanificarsi a causa dell’intervento  romano, dell’attacco sannitico a capua.(R.Papi)

Non da dimenticare o sottovalutare il contributo dato dalla necropoli con relativo abitato delle “castagna” nei pressi di Forca Caruso. Infatti questa necropoli costituisce uno dei primi esempi di necropoli di tombe a tumulo dell’avanzata eta’ del  ferro, indagate con metodologie aggiornate e attente ai caratteri delle tipologie sepolcrali. Un’ultima considerazione concerne l’ambiente culturale dai quali provengono i dischi abruzzesi. L’erudizione antiquaria romana, tendeva a credere che il nome del sole e lo stesso, peraltro sfuggente culto urbano di sol, risalente ai primordi

della città avessero un’origine Sabina, e citava in proposito il culto reso al dio dagli Auseni/Aureli, che avrebbero tratto il loro gentilizio dal nome sabino dell’astro.

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Nome sicuramente autentico, perchè indipendentemente attestato per altra via, ossia attraverso il teonimo etrusco Uoil, che è un imprestito dal sabino anteriore alla metà del VII secolo a.c. età in cui risale la piu’ antica attestazione del nome personale Uoile, da esso derivato: imprestito mediato dal paleoumbro, cui si deve la monottongazione au>o’ e la sonorizzazione della  preludente al rotagismo.(G.Colonna)

Quanto sopra, come minimo significa che presso i Sabini,  esisteva e godeva di un particolare prestigio, tale da irraggiarsi sui loro vicini tirrenici, che vedevano l’astro sorgere dalle montagne dell’Appennino.

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Nè possono sussistere dubbi circa la parentela delle genti del Fucino coi Sabini, nonostante il silenzio delle fonti letterarie. Infatti lo stesso nome dei Marsi, autorizza a riportare la loro etnogenesi ad un ver sacrum, ovviamente di Sabini, guidati in questo caso direttamente da Marte: il che parrebbe denotare un’antichissima rivendicazione di primogenitura rispetto agli altri italici. Quel che è certo è che in epoca storica, ai Marsi fù attribuito un eponimo, Marso, che era il figlio di Circe, la figlia del Sole, e la loro Dea principale, Angizia, fu identificata con Medea, altra identità solare sorella o nipote di Circe. E’ significativo il giuramento, non importa se autentico  o fittizio attribuito agli insorti del 91 a.c., da cui avrebbe tratto inizio il bellum Marsicum, sia chiamato come testimone, dopo gli Dei di Roma (fra cui Marte come “Dio Patrio”), proprio il Sole in quanto progenitore della stirpe. Nè forse è causale che due dei maggiori successi, del 90 presso Carsoli e nel 89 in Campania, conclusisi con la morte sul campo di un console, ebbe luogo come sottolinea Ovidio (Ov.Fast. VI, 563-566), nel giorno Sacro di Mater Matuta, la Dea che annuncia il sorgere del Sole, a quanto pare divenuto infausto per le armi romane. (G.Colonna)

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LA KIMERA dei MARSI – IL DRAGO DELL’ITALIA CENTRALE

In questo mio studio, voglio integrare e cercare di completare alla luce di nuove ricerche, il discorso sul bestiario fantastico, usato nei dischi corazza ed anche nei dischi stola femminili.

Studio sull'arte metallurgica fucense con riferimento alla mobilità e allo sviluppo dell'animale fantastico la "chimera"

Le numerose Kimere ed altri animali fantastici hanno la caratteristica di abbellire la maggior parte dei dischi corazza in Abruzzo nel VIII e VI sec. a.C.. Questa caratteristica, si riscontra anche sull’abbigliamento femminile, per esempio sulle placche di cinturone, sui pendagli e sui dischi di ornamento.

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Gli animali fantastici, sono stati trovati impressi anche sulla ceramica funeraria dall’area abruzzese oltre che in quella dell’Umbria e delle Marche.

Prendendo spunto dai nuovi e recenti studi,riguardo al motivo dell’animale fantastico, mi soffermo sui ‘draghi italici’ in Abruzzo, prendendo in considerazione i diversi influssi culturali e il probabile significato di questo motivo in ambito italico.

Studio sull'arte metallurgica fucense con riferimento alla mobilità e allo sviluppo dell'animale fantastico la "chimera"
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La nuova proposta di classificazione e di cronologia dei dischi‑corazza più antichi dell’Italia centrale fa pensare che il gruppo Capena sia solo una versione molto elaborata della forma con rientranze laterali del gruppo Mozzano, nelle tombe emergenti tra Umbria, Marche e Abruzzo settentrionale.

Infatti, sembra che la simbologia dell’animale fantastico sui dischi‑corazza sia talmente forte e di immediata comprensione da sostituire gradualmente l’altra simbologia dei dischi corazza, le rientranze laterali, probabilmente legate all’idea dello scudo in miniatura sul petto. Tale cambiamento comincia alla fine del VII sec. a.C., epoca in cui vengono chiuse intenzionalmente le rientranze laterali ai dischi‑corazza del tipo Mozzano nella tomba 17 del bambino di solo 9‑12 mesi di Spoleto  e finisce nel VI sec. a.C. con la standardizzazione del quadrupede cavallo‑uccello abruzzese sui dischi‑corazza del gruppo Alfedena. Nel frattempo si vede in uno dei dischi corazza di Aielli, la sintesi di questo cambiamento. Soprattutto nel disco pettorale, (che elaboro con una probabile raffigurazione) i due Draghi in combattimento si trovano all’interno di uno scudo tipo mozzano, delineato visivamente da pallottole, ma con continuazione della circonferenza dello scudo stesso. Come voler rappresentare la simbologia primitiva data dallo scudo senza rientranze laterali, sovrapposta allo scudo in moda del momento, testimoniato dallo scudo schienale completamente tondo con un solo drago.

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Sui dischi di ornamento femminile del gruppo Alba Fucens il ‘drago cavallo‑uccello’ è quasi assente, tranne nel disco stola di Luco dei Marsi, erroneamente inserito fra i dischi corazza dei guerrieri; prevalgono invece creature come cavalli e cavalli fantastici,

caprioli o cervidi, forse volpi, ma anche leoni che danno indicazioni sulla provenienza dei modelli iconograici. Anche per i pendagli a disco bronzei traforati, issati in châtelaine, ornamento femminile tipico dell’area sangritana (Alfedena, Opi, Barrea), vengono scelti animali più o meno realistici come cervidi ed uccelli, invece del ‘drago cavallo‑uccello’.

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In questo studio,meritano una nota a parte i due dischi‑corazza del gruppo Capena trovati nella Marsica. Mentre il primo presenta il tipico ‘leone‑drago’ di questo gruppo, nel secondo combattono due ‘leoni‑draghi’ in posizione rampante a due code. Tale posizione è conosciuta già dal piccolo disco di ornamento femminile da Pitino di San Severino, tomba 14, con due cavalli che combattono, che ricordano i due cavalli in lotta sul manico bronzeo dalla tomba Bernardini di Palestrina.

Sia il ‘drago’ o il cavallo fantastico, sia il ‘drago‑cavallo‑uccello’ abruzzese compaiono sui dischi‑corazza, sui dischi di ornamento femminile e in modo molto stilizzato anche sulle placche di cinturone a grandi pallottole del tipo ‘capenate’ ma di produzione locale. Sembra che questo tipo di animale fantastico italico assuma in Abruzzo, ma soprattutto nella Marsica, il carattere di un apotropaion per proteggere il corpo del guerriero o della donna.

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Tuttavia, riguardando le diverse espressioni dell’animale fantastico nel dettaglio si nota una netta differenza sia nella distribuzione sia nel supporto tra il motivo delle creature bicefali dell’orientalizzante italico e quello del ‘drago‑cavallo‑uccello’ abruzzese. Il primo compare soprattutto su ceramica di prestigio e rituale, trovata nelle sepolture di un’élite umbro‑picena, il secondo è il motivo principale sui dischi‑corazza dell’Abruzzo meridionale dei gruppi Paglieta ed Alfedena del VI e V sec. a.C..

Ma anche all’interno dei gruppi di popolazioni abruzzesi si vede una differenza di distribuzione tra nord (cinturoni femminili a traforo), centro (dischi di ornamento femminili del gruppo Alba Fucens) e sud (dischi‑corazza) a causa dei diversi influssi esterni e delle rielaborazioni interne, con una forte componente sabina nelle necropoli della conca aquilana, a cui si affianca quella umbro‑picena a Campovalano, entrambi però con un’impronta di esperienze etrusche e falisco‑capenati e forse anche laziali.

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Il motivo del cavallo‑uccello, ben attestato in epoca villanoviana in ambito tirrenico, bolognese e a Verucchio, con reminiscenze in Etruria interna anche in epoca orientalizzante, trova la sua espressione in Italia centrale sia sui grandi vasi d’impasto umbro‑piceni, sia nel ‘drago’ abruzzese che è appunto composto da cavallo ed uccello, ma nella Marsica la composizione fra Leone e Drago la dice lunga sul carattere bellicoso o di valore combattivo di quelle popolazioni interne.

L’animale fantastico Marso viene raffigurato in chiave apotropaica e nello stesso tempo anche “nell’estetica guerriera nell’ideale del bello‑terribile”, “in quell’universo mentale e comportamentale del guerriero, che affonda le proprie radici in un terreno di tipo magico‑sacrale, capace di assimilare o trasformare il guerriero in una sorta di belva divina…” , per legittimare il potere politico‑religioso dell’élite italica, che aveva sviluppato già tra il VII e VI sec. a.C.