Storia san paterno

A chi osservi la posizione di Paterno in una qualsiasi carta turistica della Marsica, non sfuggirà la felice posizione del Paese, che affonda le sue origini in epoche lontanissime e, grazie alla tenacia dei suoi abitanti, ha resistito lungo il corso dei secoli, a qualsiasi genere di calamità. Situata a nord della Conca del Fucino, quasi a metà strada tra Avezzano e Celano, snodantesi a forma di zeta molto irregolare, Paterno offre al forestiero la visione meravigliosa dello scenario dei monti, dalle vette multiformi e singolari, circondanti il grandioso anfiteatro fucense, pullulante di gente laboriosa e saggia, le vestigia dei suoi antenati, le sue pittoresche tradizioni, la cordialità della sua gente.

Quando c’era il lago, era un popolo prevalentemente di pescatori; oggi, è un popolo di agricoltori. A strada 11, il cosiddetto Pozzone, piccolo lago, nel quale la gioventù paternese un tempo provava i primi movimenti del nuoto, ricorda l’antica attività dei padri agli agricoltori che passano sui potenti trattori rombanti e rappresenta l’estrema resistenza, anche se insignificante, dell’acqua che non vuole arrendersi totalmente all’azione modificatrice dell’uomo. Anzi, i frequentatori più assidui dicono che si dilati continuamente, anche se impercettibilmente, corrodendo le terre all’intorno. In via della Circonvallazione, che separa il paese dal territorio del Fucìno, si innestano perpendicolarmente via dell’Olmetto, della Pietragrossa e del Fosso Colasante, mentre si dipartono in direzione sud, strada 10 e strada 11, che attraversano tutto il Fucino.

Via della Pietragrossa, che si stacca da via S. Salvatore e s’innesta alla via della Circonvallazione per la lunghezza di circa 1 chilometro, è simile al letto di un fiume dalle rive ubertose e lussureggianti, da cui dipartono e confluiscono affluenti da destra e da sinistra. Era la strada abituale che facevano gli abitanti per recarsi al Fucino, allorché il paese si trovava più a monte; in seguito, dopo il terremoto del 1915, lungo tale percorso incominciarono a sorgere abitazioni a destra e a sinistra, fino a raggiungere l’aspetto attuale.
Via Pietragrossa, dal lato destro, tramite la via Vicenne-S.Martino che parte quasi di fronte a via Ierata, si ricollega a via del Fosso, per poi proseguire fino ai confini di S. Pelino, confluendo nella Nazionale; inoltre, sotto via del Fosso, quasi in confluenza con via Vicenne, la via di S. Martino arrivava al Casale Leonelli. Come si può constatare, importante era la località S. Martino che dava il nome a ben due strade. Essa prendeva la denominazione dal monastero che vi sorgeva e che ancora oggi mostra le sue rovine corrose dal tempo. Una lapìdìna trovata nel luogo è stata murata in una parete esterna di una costruzione accanto alla casa di Guído Lisci. Un modo come un altro per preservare dalla completa distruzione un reperto che parla il linguaggio del passato.

S. Martino, S. Salvatore, S. Adriano, S. Silvestro, S. Angelo: tutti luoghi in territorio di Paterno che hanno preso la denominazione dalla chiesa o dal monastero che vi sorgeva. Dal lato sinistro, via Pietragrossa si ricollega a via dell’Olmetto, mediante via Ierata e via Prato dei Santi. A circa 40 metri dall’inizio, nel tratto in discesa, è attraversata da via Milano (Variante), realizzata per evitare al traffico l’intoppo dei due passaggi a livello della ferrovia Roma-Pescara sulla Tiburtina Valeria. Il tracciato dell’opera non ha riscosso il consenso della popolazione, perché, passando più a sud, avrebbe offerto la possibilità di una maggiore espansione all’abitato di Paterno, ma soprattutto si sarebbe evitato il pericoloso incrocio in piena discesa che, come previsto, si è rivelato luogo di numerosi e mortali incidenti.

A capo di via Pietragrossa passa la ferrovia Roma-Sulmona-Pescara, l’idea della quale incominciò a prender corpo, allorché Roma divenne capitale d’Italia e si avvertiva l’esigenza di collegamento della capitale con le zone dell’Abruzzo montano e marino. La stazione ferroviaria che sorge nella parte ovest del paese è denominata Paterno-S. Pelino, proprio perché serve i due paesi. ParalIelamente alla ferrovia, a circa una decina di metri di distanza, corre l’antica Valeria, a nord della quale si trova quella parte dei paese ricostruita in gran parte dopo il terremoto del 1915. Dovevano essere abitazioni provvisorie in attesa che il governo provvedesse, ma, a tutt’oggi, ha provveduto … solo in minima parte. La Valeria fu una delle strade principali dell’antichità, costruita dai Romani per tenere in soggezione gli Equi, i Marsi ed i Peligni e per mettere in comunicazione diretta Roma con l’Adriatico. Quel tratto che, partendo dalla porta esquilina di Servio Tullio, arrivava fino a Tivoli, l’antica Tibur dei Latini, era chiamato Tiburtina.

Quando poi il censore M. Valerio Massimo lo continuò, il nuovo tratto realizzato venne chiamato Valeria. Strabone, che affermò le più nobili vie romane essere l’Appia, la Latina e la Valeria, non aggiunse a quest’ultima il qualificativo di Tiburtina, perché intese descriverla dal punto ove il censore M. Valerio Massimo ne aveva intrapresa la continuazione. Generalmente gli scrittori riconoscono questa via tra quelle deliberate a pubbliche spese l’anno 448 di Roma, durante la censura di C. Giulio Bubulco e di Marco Valerio Massimo il quale, per esserne stato il vero autore, le diede il nome suo, dicendola Valeria. Controversa è la questione se la Valeria giungesse fino a Collarmele o fino a Corfinio, perché alcuni studiosi, tra i quali il marsicano Carmelo Mancini, pensano che arrivasse fino a Collarmele, leggendosi in un’epigrafe che l’imperatore Claudio munì la via Claudia Valeria da Cerfennia (Collarmele) ad Ostia Aterni (Pescara) e vi costruì 43 ponti. L’archeologo italiano Garrucci riprende la tesi di Strabone e, dopo valide argomentazioni, afferma che l’opera di Claudio da Collarmele a Corfinio fu di rifacimento della via aperta nel 448 di Roma da Tivoli a Corfinio, capitale dei Peligni (1).

Per quanto si è detto, dunque, da Roma a Tivoli la strada prende nome Tiburtina; da Tivoli a Collarmele, Valeria; da Collarmele a Corfinio, Claudia-Valeria; da Corfinio a Pescara, Claudia. A nord della Valeria, che attraversa tutto l’abitato di Paterno e prosegue in direzione di Celano, allacciandosi alla strada statale n. 5, che porta a L’Aquila, si eleva dolcemente una delle colline più belle e suggestive di tutta la Marsica, già luogo di villeggiatura e di delizie al, tempo dell’antica Roma e dove, anteriormente al terremoto del 1915, sorgeva il paese. Ora questo stupendo paesaggio, ricco di vigneti, di verde e di quelle piante localmente denominate « selvette », che imporporano la Rocca d’autunno, vegetazione tipica del paesaggio paternese difficilmente riscontrabile non solo in altri luoghi della Marsica, ma dell’intero Abruzzo (2), è stato alterato dal tracciato dell’A 25. Nell’ottobre 1976 è stato aperto il tratto che passa per Paterno, cioè quello tra Avezzano e Celano, lungo 15 Km.

Con quest’opera il paese ha cambiato fisionomia; ora, ciò che domina e risalta agli occhi del visitatore è il poderoso viadotto lungo 390 metri. Dove un tempo i nostri padri vivevano nella pace e nella tranquillità, ora si sente il rombo delle possenti automobili che sfrecciano veloci sul comodo nastro d’asfalto.
A nord dell’autostrada, sulla sommità della collina, si staglia contro il cielo il punto dove sorgeva l’antico castello di Paterno, ridotto dal terremoto ad un cumulo di macerie. Sarebbe interessante rimuovere i sassi ammucchiati per tentare di carpire qualche segreto di epoche passate! Più in là, si trova il piccolo, ma antico santuario di S. Onofrio, raggiungibile ora mediante una comoda strada asfaltata. Sono rari e fortunati i paesi che hanno a disposizione luoghi così belli e pittoreschi, con tanto verde, acqua fresca, aria saluberrima: tutti requisiti per una località di villeggiatura montana! Da S. Onofrio, dalla Rocca, lo sguardo si spinge ad abbracciare intero il più superbo panorama del Fucino e dei monti che gli fanno corona.

Lassù, quasi a toccare il cielo il monte Uomo ed i Tre Monti si ergono alti, solenni, maestosi, simili a giganti che guardano e custodiscono il sottostante paese che si snoda, degradando verso la piana fertile del Fucino, il quale, come un tempo alimentava di pesca, così oggi alimenta con i prodotti della terra gli abitanti del paese in massima parte coltivatori diretti molto laboriosi, che conducono aziende di una certa importanza e bene attrezzate di mezzi meccanizzati. Quegli abitanti, che traevano sostentamento dal lavoro a giornata in agricoltura, ora hanno ottenuto un più valido impiego presso le varie industrie che sono sorte in questi ultimi anni. Solo nel nucleo industriale di Avezzano si contano oltre 30 lavoratori paternesi. Il numero dei professionisti già considerevole, rispetto a quello degli abitanti, è destinato a salire sempre più, per il crescente stuolo degli studenti che mira al diploma o alla laurea. Ciononostante, la componente culturale finora a Paterno è stata quasi del tutto assente. La speranza di colmare questo vuoto è riposta nei giovani che si affacciano alla vita sociale e nei professionisti in genere.
Comunque, non è da pensare che Paterno non abbia avuto * non abbia cittadini illustri, distintisi in vari campi di attìvìtà * che hanno onorato il nome del loro paese natale.

Abbiamo già parlato del letterato padre Baldo, del Servo di Dìo Frate Umile, dell’insigne avvocato Antonio Fílíppi; aggiungiamo ora il francescano Bernardino da Paterno che si distinse nel suo ordine tanto da essere eletto nel 1840 tra i massimi esponenti della provincia aquilana (3). Oggi, il vanto maggiore è quello di avere un paternese membro del Parlamento italiano: Sen. Avv. Giuseppe Fracassi. Proveniente da famiglia di coltivatori diretti, compì i suoi studi ad Avezzano e a Roma, prendendo parte, appena laureato, alla seconda guerra mondiale, con il grado di Tenente di Fanteria. Dopo la guerra, prese parte attivamente alla vita politica; dal 1950 al 1958, pressoché ininterrottamente detenne la carica di Segretario provinciale della D.C. e fu eletto deputato per la prima volta nel 1958.

Nel 1972 venne candidato dal Partito nel collegio senatoriale di Avezzano, conseguendo un notevole risultato. Dal luglio 1973 al novembre del 1974 è stato Sottosegretario presso il Ministero del Turismo e dello Spettacolo e, dal dicembre del 1974 al giugno del 1976, ha rivestito, la carica di Sottosegretario al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni. Nel giugno del 1976 è stato di nuovo candidato nel collegio senatoriale di Avezzano, riconfermandosi per la quinta legislatura consecutiva. La sua attività parlamentare si è concretata in proposte e provvedimenti di leggi che portano il suo nome: dalla legge per la eliminazione delle baracche ed edifici malsani in conseguenza del terremoto del 1915, a quella sull’alleggerimento fiscale dei coltivatori diretti, delle piccole aziende commerciali, industriali ed artigianali; dalle leggi concernenti aumenti del contributo statale in favore del Parco Nazionale d’Abruzzo, alle provvidenze riguardanti lo sviluppo dei Centri di addestramento professionale, il potenziamento dei Consigli di Valle, i Cantieri di Lavoro.

Altro paternese che si è distinto in campo politico, militando nel P.S.D.I. è Dante Maggi, più volte consigliere comunale di Avezzano, Assessore regionale e, ancora oggi, Presidente dell’Associazione Nazionale Invalidi Civili. Per la sua brillante carriera diplomatica, merita di essere ricordato Giuseppe Di Pangrazio, prefetto di la classe a Teramo e quindi a Campobasso, nel periodo in cui il Molise si staccò dall’Abruzzo per costituirsi in regione. Nel campo dell’arte merita una citazione il pittore Memmo Colantoni, affermatosi con le sue mostre non solo in Italia, ma anche all’estero. Di lui ha scritto, tra gli altri, il critico d’arte Virgilio Guzzi, in occasione della mostra tenuta a Roma. Sotto il titolo: « Geometrie di Colantoni », il critico così scrive:
« Bisogna dire subito che il pittore Colantoni, abruzzese di Paterno dei Marsi, dov’è nato nel 1938, e romano di residenza nonché – sembra – di educazione e di gusto, è per nulla un cacciatore di scandali e prevaricatore di concetti estetici. La pittura per lui è quella certa operazione tecnica e quella certa materia; il resto e cioè la visione viene dopo… Non è una maniera di guardare alla vita questa di Colantoni. Potrebbe essere tragico, se l’artista avesse le reazioni d’un Bacon; quel contrasto ci riporterebbe al nudo ed alla convulsione. Qui la realtà è accettata, è una cosa mediocre, che affoga lo spirito nella esteriorità. Tutt’al più una impercettibile vena d’ironia s’insinua nel contesto dell’immagine. La quale, ad onta dell’apparenza, non riesce proprio meccanica.

Così non è il caso di parlare di Iperrealismo, ch’è l’inerzia assoluta; semmai scorgi un richiamo alla « Neue Sachlichkeit ». Il pittore ha il suo punto di vista e lo esprime. Osservare quei nitidi, magici ambienti metafisici; i piccoli quadri dove la solitudine e la prospettiva sono insieme accoglienza e incitamento alla fuga. Ha il suo amore che non sempre sfocia nel comico; talvolta – guarda il grande interno con figura, Ornella dell’inquietudine – si risolve in ermetismo patetico. E se si parla di metodo e di gusto, meglio che a Donghi, provinciale trasteverino, ci rifaremo (per questo pittore dell’età dei consumi, e squisito a suo modo, ai raffinamenti di un Broglio; che fu nei « Valori plastici » d’altronde, inventore di aristocratiche e sognate immagini » (4). Piace anche menzionare, se non paternesi di nascita, ma paternesi d’amore, il pittore Pasquale Di Fabio e lo scrittore Mario Pomilio. Se Beatrice è stata il sostegno della poesia dantesca ‘ come Laura di quella petrarchesca, perché Dora Caiola non avrebbe potuto discretamente e dolcemente influire sulla serena spazialità delle meditazioni pomiliane, e Delia Del Roscio sulla geometria artistica del Di Fabio?

Per questo, non ci meraviglieremmo di riconoscere prima o poi, in qualche quadro del Di Fabio parvenze di spazi familiari, e nella produzione letteraria del Pomilio qualche ricordo riconducibile agli anni del. suo amore paternese.
Un posto rilevante nel campo manageriale della industria e del commercio è occupato attualmente da Claudio Caiola. Iniziando da una piccola azienda paterna, ha avuto l’intuito e il coraggio di ampliare il giro della ristretta economia locale, prima allacciando rapporti di interscambio con le diverse regioni italiane per il miglioramento del prodotto e la rotazione delle coltivazioni, per poi predisporre piani comuni di attività, operando per indirizzare il settore a commerciare con Paesi dell’Est europeo. Oggi rivolge il suo impegno ad attività economico-promozionali e di consulenza, dedicandosi con particolare interesse al settore assicurativo, ampliando in tal modo quell’attività di consulenza assicurativa che svolge fin dal 1967 in forza della legge 131 sull’assicurazione ed il finanziamento dei crediti all’esportazíone.

E’ inoltre consigliere della Società di etocomunicazioni « Studio o. p. – Opinione Pubblica », la prima del genere operante in Italia, ed Amministratore delegato della Società « Organizzazione r. p. – Relazioni Pubbliche » nonché titolare dello « Studio Professionale di r. p. e Promozioni per il Commercio internazionale » (5). Oltre ai Paternesi citati sono da lodare tutti coloro che agiscono e mirano al bene dell’intero paese. E non sono pochi: le associazioni sorte ed esistenti a Paterno dimostrano che sono molti quelli che si distinguono se non altro per il lodevole spirito di iniziativa, mirante al miglioramento della collettività. Tra le prime associazioni sorte, vi è la Confraternita di S. Onofrio. Essa risale ad epoche assai lontane, perché abbiamo visto in un capitolo precedente, come il culto di S. Onofrio fosse antichissimo a Paterno, ma le regole della congregazione del Santo, uscite dalla tipografia Alfonso Pietrocola di Avezzano, furono stampate nel 1874 e approvate dall’allora Vescovo dei Marsi, che si trovava a Pescina.

Altra associazione di fedeli è quella della Madonna del Rosario che si prefigge opere di pietà e di carità, nonché il decoro e l’incremento del culto pubblico della religione cristiana. Verso la fine degli anni Cinquanta, è sorto il Chiavone, un club il cui intento preciso è di dare serenità e allegria agli appartenenti.
Tra gli aderenti si notano uomini del mondo politico, ecclesiastico, artistico, intellettuale. I soci sono sparsi in vari Continenti. Il « Club Chiavone », tra l’altro, ha il merito di perpetuare di anno in anno la festa di S. Antonio in uno spirito di fedeltà alla tradizione per cui si differenzia dalle altre celebrazioni che avvengono contemporaneamente in altri paesi della Marsica.

In occasione della ricorrenza annuale, un gruppo di devoti passa di casa in casa « a cantare S. Antonio ». L’inno, composto e musicato da Romeo Stornelli, è un omaggio sentito e genuino dell’animo e del sentimento del popolo paternese e della sua devozione al Santo Eremita. Nella prefazione all’inno, si legge: « La “Compagnia”, ogni anno, seguendo una antica e quanto mai cara tradizione, pur sfidando le avversità atmosferiche, va in giro per il paese per apportare una nota di conforto e di sollievo, cantando le lodi al Santo e invocarne le sue copiose benedizioni e la forza contro l’infuriare degli elementi, le difficoltà, le insidie e le tempeste nel mare infido della vita e che la vita stessa impone all’uomo » (6). Molto più recente è la fondazione del club « La Cupa » che per la dinamicità e l’intraprendenza dei soci ha al suo attivo una serie di iniziative socio-culturali-ricreative degne della miglior lode. Il nome perpetua una strada degli avi, cancellata quasi completamente dalle ruspe voraci.

Nel 1952 venne fondato il Gruppo locale degli Alpini in congedo, piccolo nucleo della vastissima associazìone nazionale dei circa 250 mila alpini in congedo di tutta Italia. Tra le altre cose, il Gruppo degli Alpini ha il merito di festeggiare ogni anno la ricorrenza di S. Sebastiano, patrono di Paterno, proprio nel giorno a lui dedicato. Nel 1971, nel mese di febbraio, fu costituita l’associazione « ProLoco » di Paterno, con l’intento di sviluppare la località, di tutelare te bellezze naturali ed artistiche, di promuovere festeggiamenti e svaghi diversi. Nei primi anni di vita, essa ha dato segni di una certa vitalità organizzando la Sagra delle fave, prodotto per cui Paterno va rinomata, interessandosi al problema degli alloggi, dislocando in vari punti del paese comode panchine di ferro. In seguito, l’attività è venuta scemando, per cui si avverte il bisogno di una associazione funzionante, che in parte riscatti l’abbandono in cui sì trova Paterno, in qualità di frazione di Avezzano.

Nel febbraio del 1980, per iniziativa di alcuni giovani volenterosi è sorta l’Associazione culturale paternese, con lo scopo di promuovere manifestazioni di vario genere. L’iniziativa, lodevole sotto tutti i punti d vista, specialmente se si tien conto della mancanza della componente culturale a Paterno, ha riscosso il consenso di un numero considerevole di giovani. L’augurio è che essa tenga sempre vivo l’interesse dei cittadini e che soprattutto sia molto utile all’anibiente paternese. In via Forconito sorge l’Istituto di formazione professionale dello Ial (Istituto addestramento lavoratori). Lo Ial è un ente di emanazione della Cisl, sorto nel 1955. L’Istituto, che sorge a Paterno, è stato realizzato nel 1959 ed è un centro pilota, avendo sedi coordinate a Balsorano ed a Pratola Peligna. Esso offre ai lavoratori giovani e adulti adeguate occasioni di formazione professionale, dando loro la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro con una preparazione professionale specifica. L’Istituto opera con il settore industria, effettuando corsi biennali per Impiantisti Termoidraulici e corsi annualí per Elettricisti Impiantisti.

Lungo la via Torino, alla parte est del paese, si trova l’edificio dell’asilo infantile, costruito nel 1961 dal Comune di Avezzano col contributo dell’Ente Fucino; consta di tre aule, accessori e alloggi insegnanti. Intorno c’è spazio per la ricreazione dei bambini. Nella stessa zona, ma in posizione più rialzata, sorge l’edificio della scuola elementare statale. Costruito negli anni 1962-63, esso si rivela insufficiente alle esigenze culturali, ricreative, sociali e convivenziali degli alunni, anche se il numero dei bambini a Paterno scende sempre più. Difatti, gli scolari dal 1940 al 1980 si sono ridotti di oltre la metà. 1 battesimi che nel 1898 furono 59 e nel 1925, 60, sono scesi ai 18 del 1975. La media, in circa cento anni, è passata dai 50-60 ai 20-25. Sempre lungo via Torino, poco distante dall’asilo infantile, in direzione est si trova la sede dell’Ufficio Poste e Telecomunicazioni. Si tratta di un edificio privato, ma costruito con i requisiti necessari per l’uso cui era destinato. Dopo regolare collaudo da parte dell’Amministrazíone delle Poste e dei Telefoni, la nuova sede fu inaugurata nel 1966.

Nel settore dello sport numerosi sono i giovani che si distinguono o che si sono distinti nelle diverse attività sportive; per tutti ricordiamo il nazionale di rugby Paolo Mariani, militante nella massima divisione con L’Aquila Rugby e Vincenzo Taccone, primatista regionale negli 800 e nei 1500 metri nei primi anni Sessanta. Con la costruzione del campo sportivo, denominato « Addari » in omaggio alla grande bonomia e socievolezza di don Michele Addari, parroco di Paterno negli anni Trenta, la passione per il calcio è esplosa in maniera imprevedibile. Con la costituzione di una società sportiva nel 1969, si è formata una squadra che, in poco tempo, dal campionato di terza categoria è arrivata alla prima, dove milita onorevolmente, ormai da molti anni.
Con la realizzazione del campo da tennis, la gioventù paternese ha la possibilità di praticare un altro sport attraente e salutare. Manca soltanto la costituzione di un Circolo che garantisca la funzionalità del campo e regoli l’attività tennistica in genere.

Altre associazioni sportive sono sorte in questi ultimi tempi con la conseguente dispersione di energie e di intenti. La soluzione giusta è rappresentata dalla costituzione di una Polisportiva che raggruppi e coordini le varie attività, perché i giovani incominciano a rendersi conto che lo sport non è più un privilegio riservato a pochi, ma una componente importante nella vita di ognuno, in una unità di intenti che è quella finalizzata alla partecipazione, alla socializzazione, al movimento, in una parola all’attività sportiva che è salute e vita.

NOTE
I. R. Sclocchi: op. cit., 1. 1, pag. 48.
2. Secondo la tradizione locale, queste piante furono importate a Paterno perché erano molto adatte a pulire la lana delle pecore. Tra l’altro, nel territorio di Paterno-S. Pelino si formava il cosiddetto tratturo di Celano. Essendo anticamente la pastorizia molto diffusa in Abruzzo, è da ritenere, conseguentemente, che anche altrove le « selvette » venissero piantate, ma poi, non avendo trovato il terreno adatto, scomparvero.
3, M. Cervone: op. cit., pag. 181.
4. Vìrgilio Guzzi: « Geometrie di Colantoni » in « Il Tempo » del
16-12-1976.
5. Giancarlo Paris: « Un marsicano tra i grandi manager dell’economía » in « Marsica domani », anno 11, n. 12.
6. Riportiamo alcune strofe dell’inno in onore di S. Antonio:
E’ domani Sant’Antonio
Il nemico del demonio
Chi lo tien per avvocato
Con la grazia vincerà.

Ci protegga dall’error
Noi tutti lo preghiam
0 gran Santo, o gran Santo
Umilmente t’invochiam.

Sant’Antonio poverello
Si copriva col mantello
E digiuno se ne stava
Dio per tutti a pregar.

Sopra noi volgí benigno
Il tuo sguardo ancor
0 gran Santo, o gran Santo
Umilmente t’invochiam.

E dall’acqua e dal fuoco
Sant’Antonio dacci luogo
Dacci loco ti preghiam
Questa grazia non mancar.

T’invochiam e “supplichiam
Or tu prega Dio per noi
0 gran Santo, o gran Santo
Umilmente t’invochiam

Dei campi le fatiche
Benedici dei tuoi figli
Ricompensa del lavoro
Deh! concedi, ti preghiam.

Ti preghiam e supplichiam
La mercé noi ti chiediam
0 gran Santo, o gran Santo
Umilmente t’invochiam.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario di Berardino 

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