Storia ( le origini )

Il fatto che le origini di S. Pelino siano poco note e si perdano nei meandri della storia non ci impedisce di tentarne una ricostruzione attendibile. La scarsità delle notizie storiche, infatti, pur essendo quasi scoraggiante, non e tale da costringerci ad abbandonare il tentativo. Tali notizie diventano meno incerte a partire dagli anni 304-302 a.c. quando ci racconta Tito Livio – i romani, a conclusione della seconda guerra sannitica, sottrassero al debellato popolo equicolano la città di Alba e la trasformarono in una loro colonia, conducendovi 6000 coloni con rispettive famiglie e seguito (1). Da questo momento, sappiamo che Alba divento una città imponente e forte, popolata da circa 30.000 abitanti.

I suoi confini, segnalati da appositi cippi recanti l’indicazione “Fines populi albensis” si presentano molto vasti e si estendono verso sud, lungo le coste settentrionali del Lago, dalle prossimità di Luco alla Foce di Celano; quindi, risalendo a nord-est in corrispondenza delle falde del Velino, arrivano a toccare i territori di S. Anatolia e di Scanzano, comprendendo a sud-ovest i Piani Palentini fino alle soglie della Valle Roveto. Sappiamo quindi che dal quel momento l’area che ci interessa, vale a dire quella di S. Pelino, e situata all’interno dei confini albensi e, dunque, e parte integrante del territorio di quella città. Pertanto, sappiamo che essa non può appartenere alla nazione dei Marsi.

La conseguenza logica di tale constatazione potrebbe indurci a conclusioni affrettate. Per esempio, a ritenere che gli antichi abitanti di questi luoghi fossero anch’essi dei cittadini albensi e quindi, al pari degli abitanti di Alba che era qualificata città latina, anch’essi dei cittadini latini. La realtà dei fatti si presenta pero in modo diverso. Infatti, gli antichi abitanti di questi luoghi altro non sono che comunità locali che preesistevano all’arrivo dei coloni e che anche successivamente a tale avvenimento continuarono a restare sul posto. Una cosa può dirsi con certezza: che questi abitanti, equa o marsa che sia la loro origine, si trovano ora inseriti nello stato albense e quindi si trovano separati dalla propria nazione originaria ed inseriti in un contesto politico, economico e sociale diverso da quello che era originariamente il proprio.

E la diversità deriva dalla specifica funzione, e militare e politica, che Alba Fucense svolgeva nella regione, quale colonia dei romani e quindi quale sentinella creata per vigilare sulle popolazioni vicine, equicolane innanzitutto, ma certamente anche marse. Che la colonia albense fosse ben distinta dai Marsi e inconfutabile. Concordano in cio gli scrittori romani più antichi, quali Tito Livio, (2) Appiano, (3) Strabone, (4) Giulio Cesare (5) e Plinio (6). R Strabone (60 a.c.-20 d.c.) che ci fornisce la definizione più precisa di Alba, allorche la chiama città latina confinante con i Marsi: “Latinas inter urbes sita est Alba Marsis finitima..”.

Una definizione doppiamente esatta, sia perché la città, essendo di origine equicolana, era da considerarsi latina a tutti gli effetti come latino (in senso lato) era il popolo aquicolano e sia perché, trasformata in colonia, ebbe lo status di colonia latina, il che implicava: per la città, un rapporto di alleanza vantaggioso e preferenziale verso Roma e, per i coloni, il titolo anch’esso vantaggioso e preferenziale (li cives latini. La separazione tra i due popoli e netta anche per Plinio, il più dotto scienziato dell’antichità romana. Egli, infatti, nell’enumerare i popoli che erano ricompresi nella IV Regione d’Italia, precisa che appartengono alla nazione dei Marsi gli Anxantini, gli Antinati, i Fucenti, i Lucenti e i Marruvii; mentre appartiene agli Albensi la città di Alba posta nei pressi del Lago: “Marsorum (sunt) Anxantini, Atinates, Yucentes, Lucentes, Marruvii; Albensium (est) Alba ad Fucinum Lacum”.

La distinzione e rinvenibile anche presso altri scrittori. Ad esempio, si legge in un brano di Giulio Cesare, riguardante la storia della guerra civile che “Domitius pro se circiter viginti cohortes ex Alba, ex Marsis et Pelignis et finitimis ab regionibus cogerat”. Ma, anche a voler prescindere dai pur sempre doverosi e indispensabili richiami agli storici antichi, e di evidenza logica ineccepibile che Albensi e Marsi siano stati due popoli distinti e separati. Basti appena considerare che i Marsi, cosi come gli Equi, costituivano una popolazione italica preesistente in quei luoghi, mentre gli Albensi costituivano una popolazione intervenuta e cioè una comunità di cives latini che era stata condotta e insediata in quell’area esclusivamente al fine di tutelare gli interessi di Roma, sia contro gli Equi che pero essendo stati debellati non incutevano più eccessivi timori e sia contro i Marsi che invece dovevano apparire ancora meritevoli di ogni attenzione, essendo nel pieno della forza guerriera.

La storia dimostrerà poi che seri motivi di attrito tra la comunità albense e quella dei Marsi non si verificarono. Infatti, i rapporti di fedele e stretta alleanza che i Marsi mantennero con Roma favorirono localmente la pacifica coesistenza tra questi e gli albensi e avviarono un lento ma inarrestabile processo di assimilazione sociale e culturale che troverà completamento qualche secolo più tardi, in epoca imperiale, con l’integrazione degli Albensi nella nazione dei Marsi. Questa assimilazione farà si che, tra il primo e il secondo secolo dopo Cristo molti scrittori romani più non distinguano tra l’una e l’altra popolazione ed accomunino ai Marsi gli Albensi. Cosi Festo (7): “Albenses, qui sunt Marsici”, cosi Varrone: (8) “Albenses sunt Marsorum”; cosi anche Silio Italico (9) (25-101 d.c.) e Tolomeo (10) (100-178.-d.c.).

Nei primi tempi per6 e precisamente fino alla guerra sociale o marsica, fino a quando cioè non si ebbe l’estensione a tutti gli italici della cittadinanza romana e fino a quando le colonie non divennero inutili e furono tutte trasformate in municipi romani (90-88 a.c.), i Marsi restarono perfettamente consci di questa presenza, pacifica quando si voglia, ma funzionalmente sempre diversa e potenzialmente anche nemica. Prova ne sia che allo scoppio della guerra sociale, lu prima preoccupazione fu quella di cingere Alba di assedio per evitare sorprese. Ebbene, se la fotografia sociale e politica della zona appare sufficientemente chiara a partire dagli anni 304-302 a.c., con Albensi e Marsi che costituiscono due comunità ben distinte e con gli antichi sampelinesi che costituiscono una comunità indigena inserita nella colonia albense, meno facile, ma non per questo impossibile, si presenta la ricostruzione della situazione precedente.

“Dell’Alba precedente nulla si conosce fino a che non divenne colonia romana”, (11) sono soliti ripetere in proposito gli studiosi moderni. Certo e che, “una volta condotti sul posto 6000 coloni, col seguito di mogli, figli, suoceri e schiavi e addetti alle attività non agricole e evidente che dal piccolo centro posto sull’alta collina scomparve praticamente la presenza dell’elemento etnico preesistente, equo o marso che fosse, se preesisteva” (12). In realtà, che Alba preesisteva all’arrivo dei coloni 0 certo, come e certa la sua appartenenza al popolo equicolano. L’incertezza riguarda il nome che la città aveva prima che dai coloni fosse chiamata Alba, in ricordo della loro prima città, e i confini che ne delimitavano il territorio, con particolare riferimento a quelli meridionali che la separavano dai limitrofi marsi.

E allora, se Alba esisteva gia prima di essere trasformata in colonia ed era una città equicolana, il problema che si pone e ora questo: anteriormente all’arrivo dei confini, l’area sampelinese faceva gia parte del territorio degli Albensi-equicolani oppure faceva parte del territorio dei Marsi? E, quindi, sempre con riferimento a questa epoca arcaica, la zona di S. Pelino era abitata dai Marsi oppure dalle popolazioni equicolane di Alba? Dare una risposta al quesito che ci siamo posti è possibile. Basta, a tal fine, riesaminare tutti gli indizi e le testimonianze storiche che abbiamo, operando i dovuti collegamenti che la logica impone.

Note
1) T. Livio: Ab Urbe Condida, libro x, cap. I.
2) Livio: Ab urbe Condida, x.l.
3) Appiano: De Bello Hannibalico, c 39.
4) Strabone: Geographia, 5.3.7
5) G. Cesare: De Bello Civile, I, 16
6) Plinio: Naturalis Historia, III, 17
7) Festo (fine secondo secolo dopo Cristo)
8) – Varrone: Fragmenta de Lingua Latina l. 2c22.
9) Silio Italico: De Bello Punico, L. VIII
10) Tolomeo: Geografia, l. III c. 1
11) G. De Florentiis in: Il Fucino, Silvana Editoriale d’Arte, 1977.
12) Lopez: Il Lago di Fucino e dintorni, pag. 99, nota

San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini

Pasquale Fracassi