Storia delle ricerche

Testi a cura del prof. Giuseppe Grosssi maggiori info autore
Il primo interesse per i resti della città marsa e le sue iscrizioni, si manifesta già alla fine del Quattrocento con la silloge epigrafica manoscritta di Giovanni Giocondo da Verona (Iucundus). Successivamente, nel XVII secolo, la città appare nelle opere del Fabretti (1688) e del prelato marsicano Muzio Febonio che ne descrive le rovine delle mura della parte pianeggiante sommerse dalle acque del lago Fucino e narra le vicissitudini dell’insediamento medioevale e della sua chiesa.
Lo stesso studioso riferisce i resti alla città dal nome Penna, nome che caratterizzò l’area dalla seconda metà del XV secolo fino al XIX. Questo toponimo, ancora presente in “Monte Penna” e “Corno della Penna”, si riferiva in origine ad un insediamento sparso sorto nel XIII secolo sul settore settentrionale della città e nel territorio posto fra la frazione della Petogna di Luco dei Marsi e l’Incile di Avezzano (detto nellXI e XII secolo Forme). Nel secolo successivo il Corsignani, sulle orme del Febonio, si sofferma sul sito brevemente, senza apportare sostanziali modifiche se non nella storia della chiesa benedettina ivi esistente. Sul finire del secolo, il 16 maggio 1791, il luogo venne visitato dal viaggiatore e diarista inglese Sir Henry Colt O’Hare che descrive le mura ed i resti coperti dalle acque del Fucino. È solo nel 1808 che Francesco Ferrante, nobile di Civita d’Antino e socio dell’Accademia romana di Archeologia, fà il primo scavo sull’area, disegna la prima pianta archeologica della città antica e rinviene l’iscrizione dei Pacii, magistrati quinquennali che restaurarono il temenos del santuario urbano della dea Angizia (CIL, IX, 3885).

Con il Ferrante inizia la prima seria analisi dei resti monumentali della città, le sue mura, le opere di terrazzamento interne, gli edifici, le strade ecc. Successivamente, con il nome di “Angizia”, la città viene descritta dal Romanelli (1819), dal Guattani (1830), dai Deputati marsicani Mancini e Mastroddi (1835), dal viaggiatore inglese Hon. Richard Keppel Craven (prima del 1837) e compare, come “Città di Penne sommersa”, in una pianta del Fucino di Giacomo Castrucci (precedente al 1818). A partire dal 1829 l’interesse suscitato dalle città italiche con mura in opera poligonale presso l’Instituto di Corrispondenza Archeologica di Roma, appena costituitosi, porta a Luco dei Marsi uno dei suoi membri, il cav. Fox, che disegnà un breve tratto delle mura poligonali (Bunsen 1829; Gell 1829; Gerhard 1831; Petit-Radel 1832; Gerhard 1832).
Il 4 settembre del 1843 fu visitata dal viaggiatore ed artista inglese Edward Lear che ne disegnà le mura poste sul versante orientale in vicinanza della chiesa di S. Maria delle Grazie. Successivamente, nel 1864, il Gori inserisce la città nella sua guida storicoartistica e, nel 1869, il Di Pietro si sofferma a descrivere le mura, la chiesa e le grotte oracolari presenti nell’interno della città. Con il 1877, durante i lavori di prosciugamento del lago Fucino, il Fiorelli (1877) segnalava il ritrovamento della celebre lamina di bronzo contenente la yiù antica dedica ad Actia (Angizia), un frammento di cinturone italico rinvenuto sull’angolo settentrionale della recinzione muraria in corrispondenza del santuario della dea (CIL, IX, 349, introduzione a Marsi Marruvium). La celebre iscrizione (Vetter, 228a), databile entro i primi anni del III secolo a.C., È stata recentemente rivista da La Regina (1989) e collegata ad operazioni di legioni marse nel Casentino, al confine fra l’Umbria e il territorio gallico, nel 294 a.C.

Nel 1878 il francese Geffroy pubblica l’altorilievo raffigurante la città, rinvenuto negli spurghi borbonici dell’Emissario claudiano del Fucino. Nel 1879 lo studioso francese Fernique descrive vecchie e nuove iscrizioni del sito e nel 1880 da una prima ed esauriente descrizione scientifica del sito segnalando edifici antichi, medioevali ed i materiali ivi rinvenuti. Sul finire del secolo (1888) un’ampia descrizione del sito viene data dai tecnici francesi Brisse e De Rotrou, addetti al prosciugamento del Fucino del Torlonia, che descrivono le distruzioni dei resti monumentali operate dai cavapietre di Luco dei Marsi. Con il 1883 la città e le sue antiche iscrizioni vengono inserite nell’opera epigrafica monumentale dello studioso tedesco Mommsen.
Il 17 ottobre del 1885, lo studioso abruzzese De Nino visita il sito e ne dà una accurata descrizione, soprattutto dell’edificio rupestre della località “Grotta del Tesoro”. Successivamente, nel 1897/98, negli articoli del Blasetti sulla Rivista Abruzzese è descritta la città, i suoi resti e il suo sviluppo cronologico. Nel 1894 appare una breve descrizione nel Gattinara e nel 1889, di nuovo, nell’opera dello studioso aquilano Bonanni e del marsicano Colantoni. Con gli inizi del XX secolo l’interesse per i resti della città marsa non diminuisce, ma se ne hanno solo brevi segnalazioni nelle opere del Brogi (1900), Agostinoni (1905), Sclocchi (1912) ed in numerose riviste ed enciclopedie.

Con il Lolli (1913) si ha la prima notizia dell’esistenza di un acquedotto relativo alla città, infatti egli segnala resti di condotto di un acquedotto che dall’Incile si dirigeva verso Anxa. Nel 1922 una segnalazione, relativa a ritrovamenti in occasione della realizzazione della strada di collegamento fra la Provinciale e il Cimitero di Luco dei Marsi, del notaio Quirino Ercole di Luco al Ministero della Pubblica Istruzione, porta l’allora Soprintendenza ai Musei ed agli Scavi di Roma ad interessarsi del sito con un intervento dell’Ispettore Goffredo Bendinelli che descrive il ritrovamento di monete e di una cisterna con rivestimento in signino.
Nel 1989 il poeta luchese Felice Venditti ne descrive di nuovo i resti ed i ritrovamenti archeologici. Successivamente il sito viene indagato, dal 1938 al 1947, dallo studioso avezzanese Loreto Orlandi (1967) che segnala nuovi ritrovamenti in occasione di lavori di sistemazioni stradali nell’interno della città e rinviene, sul sito del santuario, un frammento di meridiana raffigurante Ercole nel giardino delle Esperidi (F. Van Wonterghem, 1993). Lo stesso studioso rinviene grandi fistule blumbee di un acquedotto sul settore esterno delle mura settentrionali. A partire dagli anni settanta il sito conosce una nuova fase di studi ad ampio respiro scientifico con La Regina (1970), Cianfarani (1970), Letta (1972 e 1979), Letta-D’Amato (1975). Nel 1973 lo Squilla descrive la città in occasione del ritrovamento del cippo terminale romano di età imperiale rinvenuto nella piana del Fucino a Strada 45 e delimitante il territorio di Alba Fucens con quello dei municipia Marsi e del santuario di Angitia.

Nell’estate del 1975, dal 2 agosto al 5 settembre, ad opera dello scrivente e del Marinucci, si attuarono saggi di scavo, con il consenso dell’allora Soprintendente Archeologico d’Abruzzo Valnea Santamaria Scrinari, in occasione dei lavori per la realizzazione dell’acquedotto consorziale Trasacco-Luco-Avezzano. Otto saggi di scavo furono praticati lungo la trincea di scavo della circomfucense con l’individuazione di due edifici, due fornaci, tre depositi votivi contenenti ex-voto fittili e metallici, un tratto del muro del temenos del santuario interno della dea Angitia e un breve tratto della recinzione settentrionale della città.
Notizie preliminari dei saggi vengono comunicate dalla S.M. Scrinari (1975) e dallo scrivente, nel 1980 e, successivamente, nel 1981 in uno studio dedicato specificatamente al sito. Del tutto errata l’interpretazione dell’andamento della recinzione muraria in S.M. Scrinari, che propone l’esistenza di una posterula sul versante basso fucense: l’errore nasce dall’esame di uno spigolo di un grande edificio in opera poligonale posto a lato di una fornace circolare.

Nel 1984 la città marsa viene inserita nella guida archeologica Abruzzo-Molise di Coarelli-La Regina e, negli anni successivi, nei MEMORABILIA come uno dei più importanti giacimenti culturali abruzzesi da valorizzare. Altre segnalazioni, relative a materiali, monetazione, aspetti storici e cultuali, sono presenti nelle opere del Catalli (1983 e 1991), Catalli-Campanelli (1983), Mari (1984), D’Ercole (1985), Letta (1988 e 1991-1994), Luschi (1988), Pietrantonio (1988), Reggiani Massarini (1991), Irti (1991), dello scrivente (1988-1990-1991-1992) e del Paoletti per la voce Luco dei Marsi della Bibliografia Topografica della colonizzazione greca in Italia e nelle isole tirreniche (1991). Il problema sul vero nome della città marsa, variamente discusso fin dal XVII secolo (vedi Paoletti 1991), è stato felicemente risolto dal Letta nel 1988 e dal Prosdocimi nel 1989 con l’identificazione dei “Marsorum Anxatini Lucenses”, citati da Plinio (nat.hist, III, 106) come abitatori della città posta nel territorio di Luco dei Marsi.