STORIA DELLA DIOCESI NELLA MARSICA

La storia della cristianità della Marsica ha inizio in periodo abbastanza tardo rispetto alle aree fortemente urbanizzate dell’impero romano: solo nel VI secolo d.C. abbiamo le prime testimonianze della presenza di una comunità cristiana ad Alba Fucens con l’esistenza del culto di S. Pietro sul vecchio tempio romano dedicato ad Apollo. Questo fu dovuto al permanere delle strutture dei villaggi di tradizione italica, rispetto alla cultura urbana dei municipia romani, legate ad una economia prevalentemente agricola basata sulla piccola e libera proprietà contadina che permetteva di mantenere un rapporto privilegiato con i culti degli antenati. Solo le città romane di Alba Fucens e Carseoli avevano una presenza di latifondi con una massa schiavile tale da essere permeata dalla nuova religione. Quindi il diffondersi del Cristianesimo va visto nelle aree interne dell’Abruzzo come una lenta ed incostante penetrazione conclusasi probabilmente solo verso la metà del VII secolo, in piena epoca longobarda, grazie all’opera dei monaci benedettini.

Sul finire dell’Impero romano la Marsica era inserita nell’Urbica Dioecesis ed assegnata alla Provincia Valeria, regione attraversata nel 410-412 dagli eserciti barbarici di Alarico e dai Visigoti. Nell’inverno del 537-538 la provincia Valeria è riconquistata dalle truppe bizantine condotte dal Duca Giovanni inviato dal generale Belisario e dall’imperatore Giustimano: Giovanni provenendo dall’area adriatica stabilisce il suo quartiere d’inverno proprio ad Alba Fucens sul finire dei 537.

La citazione, in fonti storiche del VI e VII secolo (555 e 649), di un vescovo dei Marsi (“episcopus Marsorum “), va riferita probabilmente a quello dei municipium marso di Marruvium e non a un vescovo di tutto il territorio marso. Di nessuna consistenza sono, invece, le ipotesi sull’esistenza di una primitiva Diocesi a Celano nel V-VI secolo con i vescovi Valerio e Vaticano, in realtà ríferibili alla Diocesi di Cales in Terra di Lavoro (CE). Più probabile è invece l’interpretazione dell’ “Adalberti sacerdotis”, in una iscrizione albense degli inizi del VI secolo, come vescovo della Diocesi di Alba Fucens.

La Regione dei Marsi viene conquistata nuovamente fra il 571-574 dai Longobardi e sottoposta al Ducato di Spoleto con la creazíone in loco di un longobardo gastaldius Marsorum, probabilmente residente a Pescina o nella Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi): solo a partire dal 761 abbiamo notizia di Gaiderisius vir magníficus castaldius dei Marsi in un documento monastico farfense. Accorata è la descrizione del papa Gregorio Magno (Dialogi, IV, 262) dell’invasione longobarda della Provincia Valeria con la morte, per ímpiccagione, di due monaci e la decapitazione di un venerabilis diaconus nel territorio marso. L’arrivo longobardo porta alla distruzione delle sopravvissute munìcipalità romane ed anche delle prime comunità Alba Fucens), mentre è probabile il permanere di caratteri pagani nel municipia marsi di tradizione italica (Antinunm, Anxa e Marruvium). L agli inizi del VII secolo, nel 608, che un prete nativo della Marsica diventa papa col nome di Bonifacio IV: -Bonifatius natione Marsorum de civitate Valeria (Liber Pontificalis, 1, 317).

Con la conversione dei Longobardi, nella seconda metà del VII secolo, viene portata a termine dai monaci benedettini l’opera di cristianizzazione dei pagani locali che ancora resistevano nelle aree interne degli Appennini. Il territorio viene occupato dalle fare (insediamenti familiari) longobarde, con le loro chiese dedicate a S. Angelo, che si insediano all’interno delle ville e sopravvissuti villaggi romani con la creazione di curtes (ville) ed ecclesiae laiche e monastiche ad economia agricola. Probabilmente nel VII secolo il Lago Fucino ritorna definitivamente ad avere i livelli precedenti al prosciugamento romano del 1 secolo, come risulta dalla successiva posizìone dei monasteri benedettini, farfensi e cassinesi altomedíevali, posti sulle rive del lago.

La prima notizia conservata della primitiva presenza dei monaci cassinesi nella Regione Marsicana è del 782 con la donazione a Moritecassino della curtis dì Paterno, della pescanel Lago Fucino con il porto della “Adrestina” (Venere di Pescina) e il “gualdo” (territorio con bosco) di Cusano, ad opera del duca di Spoleto Ildebrando. Nel 774 d.C. la Marsica longobarda viene inserita fra i domini dei Franchi di Carlo Magno e fra l’859-860 diventa contea ad opera di Lotario 11. Nascono così i “Conti dei Marsi”, della stirpe dei Berardi (dal nome del capostipite franco detto “Berardo il Francisco”), nati dall’unione delle donne della numerosa nobiltà longobarda con i pochi Franchi arrivati nella “Terra dei Marsi”. E’ proprio nella seconda metà del IX secolo che ad opera dei Conti dei Marsi e del papato viene istituita la Diocesi dei Marsi, comprensiva di tutto il territorio marso ed equo, nella Civitas Marsicana, l’antica sede del municipio marso di Marruvium con la nascita del clero secolare sottoposto all’autorità papale. Il X secolo vede l’opera del bellicoso e potente Vescovo dei Marsi Alberico che attraverso uno stretto legame con la dinastia tedesca regnante riesce ad espandere la Diocesi nell’alta valle del Sangro (Pescasseroli ed Opi) ed acquisire numerose chiese monastiche appartenenti a S. Angelo in Barregio (Villetta Barrea).

1 vescovi e gli abbati marsicani sono espressione dei Conti dei Marsi che controllano totalmente le risorse economiche locali dalle loro curtes e nascenti castella in accordo con le autorità religiose di Farfa, Montecassino e Roma. Accanto a prestigiosi monasteri benedettini (S. Benedetto in Oretino, S. Vittorino in Telle o Celano, S. Maria di Luco, S. Abbondio in Arco, S. Leucio in Moscusi, S. Maria in Valle Porclaneta, S. Angelo in Albe, S. Maria in Apinianico, S. Benedetto della Città Marsicana, ecc.), nascono anche grandi chiese feudali come S. Cesidio di Trasacco, S. Maria della Civita di Carsoli e S. Giovanni a Capodacqua di Celano.

L’arrivo dei Normanni divide la Contea dei Marsi e lo inserisce nel Principato di Capua, un principato posto a settentrione del nuovo regno meridionale normanno. La Marsíca terra meridionale posta sui confini del Ducato di Spoleto viene ora a trovarsi sui confini settentrionali del regno normanno d’Italia. t il periodo in cui si conclude l’opera di íncastellamento, iniziata già dal periodo franco, con la presenza di numerosi castelli-recinti sulle alture che in gran parte rioccupano i precedenti siti dei centri fortificati italici. Il territorio si trasforma assumendo l’aspetto definitivo medioevale con castelli sulle alture e chiese, monasteri e ville sul piano. 1 centri di contea sono Celano ed Albe con ì grandi incastellamenti di Celle (Carsoli), Taliacotium (Tagliacozzo), Piscinam (Pescina) ed Ortonam (Ortona dei Marsi). Il Vescovo dei Marsi risiede nella diruta “Città Marsicana”, mentre i monaci cassinesi hanno un cospicuo feudo nel Monastero e Prepositura di S. Maria di Luco con ben 22 chiese e monasteri dipendenti. Pur tuttavia la lettura dei numerosi documenti episcopali ci porta a concludere che ben pochi vescovi scelsero di risiedere nella diruta ed indifendibile Civitas Marsicana, pur rimanendo essa sede ufficiale della Diocesi, mentre sono documentate residenze vescovili per tutto il medioevo a Celano, Cese, Aielli, Pescina, ecc.

Nell’XI e XII secolo, soprattutto con le bolle papali di Stefano IX del 1057, di Pasquale II del I 115 e Clemente III del 1188, la Dioecesis Marsorum raggiunge le dimensioni definitive con confini includenti l’ex territorio carseolano, il tagliacozzano, l’alta valle dell’lmele, la valle di Nerfa, il bacino fucense, parte dell’Altopiano delle Rocche, la valle del Gìovenco, la Vallelonga e parte dell’alta valle del Sangro. Pur tuttavia, sebbene marsa, la valle Roveto viene a far parte della Diocesi di Sora dopo il predominio altomedievale dei monaci benedettini. Fra il 1100 e il 1130 la diocesi vede l’opera riformatrice e di riorganizzazione del più grande vescovo marsicano, S. Berardo.

1 successivi eventi del Regno normanno di Sicilia con gli Svevi portano ad un ridimensionamento dei Conti dei Marsi con la distruzione del castello-recinto di Celano nel 1223 ad opera di Federico Il e l’allontanamento del potente feudatario Tommaso Conte di Molise, Albe e Celano che nel 1222 aveva saccheggiato la sede episcopale della Civitas Marsicana. All’illuminato sovrano svevo è da attribuire anche il tentativo di ripristinare l’antico Emissario claudiano del Fucino. La fine dei Svevi nel 1268 con la Battaglia di Tagliacozzo”, svoltasi fra Scurcola e Maglíano dei Marsi fra Corradino di Svevia e Carlo 1 d’Angiò, porta le contec marsicane di Albe e Cela,no in mano agli Angioini. 1 nuovi sovrani insediano nella Marsica i monaci Cistercensi (S. ‘,María della Vittoria di Scurcola) e danno a loro il controllo di parte dell’attività piscatoria del lago, mentre la seconda metà del duecento vede il diffondersi dei conventi francescani a Celano e Taglíacozzo ed i monasteri celestiniani ad Aielli e Celano.

Dopo le distruzioni dei conflitti marsosvevi ed angioini la vecchia cattedrale di S. Sabina, restaurata, viene visitata nel 1287 dal papa Onorio IV, ma ormai il clero secolare, preoccupato della indifendibilità della diruta Civitas Marsicana va trasferendosi verso il nuovo castello-recinto di Pescina ormai sede di una potente Baronia marsicana.

Con il secolo XIV arrivano nella Marsica i primi feudatari romani (di diretta emissione papale) come gli Orsini che si appropriano di consistenti feudi albensi. Con il XV secolo la presenza si fa più forte con gli Orsini in tutta la contea albense e i Piccolomini in quella di Celano. 1 nuovi feudatari iniziano, in accordo con il papato e la dinastia aragonese, una nuova economia legata alla pratica pastorale transumante, pratica che sconvolgeva l’agricoltura locale con l’esproprio dei territori agrari ridotti a pascoli ad attraversati da “tratturi e bracci secondari che portavano le greggi dei feudatari e nobiltà locali verso le pianure pugliesi e laziali.

Il Rinascimento vede l’espandersi dei nuovi borghi racchiusi da case-mura, controllati dai castelli e palazzi fortificati feudali (Palazzo Ducale di Tagliacozzo), e includenti le nuove chiese parrocchiali. Si ampliano le pressioni fiscali con le imposizioni di vecchie tasse ecclesiali e nuove feudali sulla pesca (con la nascita sul Fucino delle “stanghe”: edifici dove si pagavano le tasse del pescato), sulla transumanza e pratica agricola. Nasce il ducato di Tagliacozzo-Albe dei Colonna, nuovi feudatari che sostituiscono gli Orsini ed insidiano i feudi dei Piccolomini. Sono gli stessi Colonna a mettere fine alla presenza dei monaci benedettini nella Marsica con l’abbandono delle grandi abbazie di S. Maria della Víttoria di Scurcola Marsicana e di S, Maria delle Grazie di Luco nel corso del cinquecento, mentre dal XV al XVI secolo si fa pìù intensa la presenza dei francescani con ì loro conventi di Carsoli, Tagliacozzo, Albe, Avezzano, Luco, Celano e Pescina. E’ ad opera del potente Vescovo “riformatore” Matteo Colli, che nel cinquecento crea a Pescina il Seminario Vescovile ed unisce ad esso le rendite di numerosi benefici ecclesiastici, che si mette fine alle anomali indipendenze giurisdizionali delle abbazie nullius Dioecesis di S. Maria delle Grazie di Luco e S. Giovanni Battista di Celano.

La situazione economica e di grave conflitto sociale permane per tutto il periodo della feudalità contrassegnata dalla successiva presenza dei Colonna, Peretti, Savelli, Cesarini, Sforza, Bovadilla, Testa-Piccolomìni, fino al 1806, anno che segnò la fine della feudalità nel Regno di Napoli. E’ del V gennaio 1580 la Bolla papale di traslazione provvisoria della sede episcopale che dalla vecchia cattedrale dì S. Sabina in Civitas Marsicana (S. Benedetto dei Marsi) vìene trasferita nella nuova cattedrale di S. Maria delle Grazie di Pescina in un insediamento sede di una delle più ricche baronie marsicane, quella appunto di Pescina legata alla Contea di Celano. Dal cinquecento si inasprisce il conflitto fra i vescovi dei Marsi con ì locali conti e baroni per questioni di interesse, privilegi, supremazie, ecc., conflitti che portano ad un maggiore impoverimento delle classi subalterne.

L’arrivo nel Regno di Napoli delle truppe francesi napoleoniche sul finire del secolo XVIII, segnò un grave colpo per la Diocesi dei Marsi: molti conventi francescani furono requisiti e trasformati in caserme e carceri mandamentali. Con la fine della feudalità nel 1806 ad opera di Giuseppe Bonaparte il clero perse i suoi privilegi e rendite, mentre con un editto del 1809 Gioacchino Murat disponeva nuovamente la chiusura di gran parte dei monasteri e conventi marsicani.

Nel frattempo il polo economico e politico della Marsìca si era trasferito ad Avezzano che nel 18 Il era stata prescelta come sede del capoluogo del distretto marsicano, sede del Consiglio Distrettuale e del Sotto-Intendente. Sono gli stessi Avezzanesi a pretendere che la sede episcopale venga trasferita da Pescina ad Avezzano con una serie di tentativi inizìati già a partire dal 1817.
Agli inizi del XIX secolo (in particolare nel 1816) le condizioni socio-economiche degli abitati perilacustri della Marsica erano peggiorate a causa dei continui innalzamenti delle acque del Lago Fucino che avevano distrutto gli edifici vicini al lago e sommerso le terre coltivabili. La situazione fu avvertita dai regnanti borbonici che con Francesco I diedero inizio all’opera di prosciugamento sotto la direzione di Afan de Rívera. Nonostante le vicende politiche dei Borboni, la nascita del nuovo Regno d’Italia nel 1860 (che portò conflitti tra il Vescovo dei Marsi ed i rappresentanti locali dei Savoia) e il fenomeno del Brigantaggio, i lavori furono iniziati nel 1854, a cui successero i Torlonia che tramite la direzione tecnica degli ingegneri francesi Bermont e Brisse portarono a termine i lavori il 30 giugno del 1875. Il grande lago appennínico era cosi passato fra i ricordi della Storia, ma le nuove terre emerse andarono a solo beneficio di Alessandro Torlonia elevato a “Principe del Fucino” dal re d’Italia Vittorio Emanuele 11. iniziarono così i conflitti fra i comuni ripuari e il nuovo feudatario della piana fucense che portarono a dure condizioni di vita dei braecíanti locali, sottoposti ai Torlonia, e disagio fra il clero diocesano.

Ai Torlonia va attribuita anche la prima opera di industrializzazione del bacino fucense con la creazione dello Zuccherificio e Cartiera di Avezzano: ed è proprio Avezzano ad essere scelta dal nuovo “Principe” come sede dell’Amministrazione Torlonia; si ripete così la stessa scelta fatta in precedenza, nel 1561, da Marcantonio Colonna vincitore dei Turchi nella Battaglia di Lepanto. Avezzano, quindi, diventa il centro principale della Marsica, favorito prima dalla strada borbonica del Liri e poi dalla realizzazione della nuova linea ferroviaria Roma-Pescara.

Il terremoto del 13 gennaio 1915, che distrusse completamente Avezzano, annullò gran parte del patrimonio artistico, civile ed urbanistico danneggiando gravemente tutti ì paesi della Marsica con la morte di circa 33.000 persone. La sede episcopale di Pescina era distrutta insieme al locale Seminario, questo portò il Vescovo Bagnoli a trasferire momentaneamente la sede episcopale a Tagliacozzo nel 1915 ed ad Avezzano nel 1222 con il decreto di Benedetto XV e la definitiva Bolla di Pio XI del 16 gennaio del 1924: il trasferimento non fu facile data la forte opposizione della cittadinanza di Pescina, opposizione durata fino al 1938 con rivolte popolari a mano armata.

La ricostruzione e la rinascita economica della Marsica dopo la Il guerra mondiale vedono la nuova Diocesi di Avezzano stabilmente insediata nel territorio con il palazzo episcopale e la cattedrale di S. Bartolomeo situate al centro del nucleo urbano avezzanese.

Testi del Prof Giuseppe Grossi