Storia del terremoto in versi

Testi di Angelo Aureli maggiori info autore
Miei superstiti vi annoto
Quel che fece il terremoto
Ascoltate con riflesso
A quanto io vi dico appresso

Al mille e quindici del novecento
Fu il flagello e lo spavento
Fu per noi l’eterno lutto
E la perdita di tutto

Nessun mai al mondo nato
Tal dolor giammai provato
Dal vecchio e nuovo testamento
Mai un tale movimento

Fu quel fiero macellaio
Il giorno tredici di gennaio
Alle sette di mattina
Tremila nostri alla rovina

E talun che fu salvato
Alla nuda spiggionato
A soffrir in tal maniera
Fra la neve e la bufera

Chi languiva e chi esclamava
Chi ognuno i suoi chiamava
Ma le scosse erano spesso
A star li non fu permesso

E chi mai credeva questo
Un dolor così funesto
Tutti a piazza di Savoia
Non c’è più la nostra Gioia

Si piangeva ad una campagna
I cari figli e la compagna
Chi il fratello e chi il padre
Chi il marito e chi la madre

Tutti privi di ricetti
Tutti sotto a quei carretti
Senza panni e senza pane
Tutte quelle carni umane

La dura terra fu il letto
In campagna come ho detto
Ne lenzuola e ne coperta
Si tremava ad aria aperta

Con ferite e con rotture
In quelle rigide freddure
Con lamenti gridi e pianti
Come anime purganti.

Con preghiere e penitenze
In quelle dure sofferenze
Ognun sperava da lontano
Qualche aiuto paesano

E nel mentre si soffriva
Un automobile si sentiva
Tutti andammo per vedere
Fu quel grande Cavaliere

Voce sparsa interamente
In quella sbalordita gente
Ognun correva ad incontrarlo
Con rispetto a salutarlo

Ma nel vederci in quello stato
Ne restò rammaricato
Con cuor contrito ed occhi bagnati
Fu D. Nicola Incarnati

Partì da Roma con violenza
Fra la neve in sofferenza
Per veder gli estremi punti
Se eran salvi i suoi congiunti

Figuratevi il dolore
Di quel gran benefattore
In mezzo a tanti pianti amari
Andava in cerca dei suoi cari

Ma per suo crudel destino
Non trovò sol che un cugino
La zia e zio sorelle e madre
Volarono in ciel dal suo buon padre

Ma con tutto quel dolore
Fu per noi benefattore
Quanti pani e quanti panni
Procurò ai nostri danni

In quelle pessime giornate
Notti e giorni alle viaggiate
Dormiva come un miserabile
Al sedín dell’automobile

Non dimentichiamo mai
Di quel ben che fu assai
Siamo sempre affezionati
A D. Nicola Incarnati

Ci fu pure assai cortese
Per il povero Gioiese
Partir volle da lontano
Il gran professor Romano

Con supplenti a se vicino
Il professor Alessandrino
In quei tempi di freddure V
enne ad offrir medicature

Parimenti quei signori
I fratelli di casa jori A
l colmo inverno in sofferenze
Per le sue beneficenze

Visitavano uno per uno
Chi era ignudo e chi digiuno
Portaron tutta provvigione
Per rivestire le persone

Le mutande e le calzette
Le camicie e le magliette
Pantalon giacche e pastrani
Tutt’offerta dei Foggiani

Della Pasta riso e pane
Ci fornivano a settimane
Furon proprio di affezione
Per la sua popolazione

Fece pure quel signore
Fu l’Illustrissimo Dottore
Che si riebbe a quei flagelli
D. Guglielmo Mascitelli

Con la testa fracassata
Andava sempre di scappata
A soccorrer medicazione
Alle superstite persone

Qual martirio più di quello
Del notaio a quel flagello
Esclamava fortemente
Fra le scosse continuamente

E i dolori che passava
Mentre un muto lo scavava
Non guardava al suo segnale
E seguitava a fargli male

Appena uscito all’aria aperta
Si accampò con una coperta
Al cancel di sua villina
Lui e D. Concettina

A dormire alla leggera
Il notaio e la mogliera
In quelle rigide freddezze
Quelle carni non avvezze

E pur si chiamavan fortunati
In mezzo a tanti disgraziati
Hanno il mondo riveduto
Per bontà di un sordo muto

Il coraggio dei soldati
Appena furono arrivati
Tutti pronti a quei trasporti
Con carretti i nostri morti

Quanti sfregi a quei defunti
Nel passare all’altro mondo
Si buttavano a tutta gara
Senza preti e senza bara

Chi rammenta questo fatto
Resta sbalordito e matto
Di persuadersi è impossibile
Perché è troppo indigeribíle

Credevamo in quei momenti
Ch’eravam tutti pezzenti
Ma ci furon dei campioni
Che si fecero le posizioni

Pannamenti di valori
E coperte di colori
Di ogni sorta lana e seta
E le somme di moneta

Volle Iddio col suo potere
Darci questo dispiacere
Di flagellare i buoni padri
E salvar malvagi e ladri

Vi ripeto l’attenzione
Che vi fò la spiegazione
Cominciando dalla piazza
Buona gente d’ogni razza

Ognuno era necessario
L’esattore e il segretario
1 Farmacisti e i caffettieri
I baroni e i cavalieri

I Dottori ed avvocat
E tant’altri magistrati
La caserma e la pretura
Tutti sotto alla sciagura

Seguitando per Toledo
Ciò che dico è quel che vedo
Della posta l’ufficiale
Ed il distretto forestale

Dei Virgili l’ingegnere E
quel bravo cancelliere
Quanta bella gioventù
Non la rívedrem mai più

Quante tenere bambine
Artigiane e contadine
Istruite a tante cose
Dalle suore religiose

Quante donne timorate
Giovanette e maritate
Si sciupavan in orazione
Per la santa religione

Confessioni in settimane
E digiuni in quarantane
L’elemosina alle porte
Per non far la mala morte

Quale morte più spietata
Peggio a quella che gli è stata
Quella fu la ricompensa
Della tanta penitenza

Quanti artisti e negozianti
E pittori e musicanti
Locantieri e cantinieri
Contadini e carrettieri

I stagnini e cementisti
E ciclisti elettricisti
Quanti mastri e capomastri
Tutti sotto a quei disastri

E chi furono salvati
Certi uomini invecchiati
E le donne maliziose
Che fan le finte religiose

Alla messa ed alla chiesa
Fan peccati a tutta presa
Ad intascarsi quel villano
Il ritratto siciliano

Alla strada degli Aratari
I superstiti son rari
Quanta gente di morale
Tutti morti senza male

Dove andò quella bellezza
Di Donato e di Saltezza
Quanti inni e quanti canti
Quanti vespri a tutti i santi

Quante messe e quanti uffízi
E tant’altri sacrifizi
Canzoncine e litanie
Quando andavano per le vie

Contemplavano tutta quanta
Quella settimana santa
Notte e giorni con amore
Alla passione del Signore

E con tutte divozioni
Recítavan le funzioni
Le lezioni e profezie
E le tre ore d’agonie

E con voci si sincere
Intonavano il Miserere
Poi cennavano il rumore
Alla cena del Signore

Facevan commover le persone
A quella bella processione
All’accompagno di Gesù
Ed ora non esiston più

Similmente fu distinto
Angeluccio di Florindo
Il cantore dell’Unione
Di santuari e processione

Se vogliamo rammentare
Ci starebbe da pensare
Quella lunga fratellanza
Vederla più non c’è speranza

Quelle numerose donne
Che accompagnavan la madonna
Con la musica luttuosa
E stabat mater dolorosa

E poi tutte le Signore
La direttrice con le suore
E le figlie di Maria
Si sol piangeva in quella via

Non mentiva mai nessuno
In quel giorno a star digiuno
Si completava la giornata
Con processione e desolata

Si faceva poi la Pasqua
Ognun col ciambellone in tasca
E si faceva dei bicchieri
Con parenti e con stranieri

E tant’altre belle cose
Tutte oneste e religiose
Con i figli e le consorti
Ed ora sono tutti morti

Marsicano era lo specchio
Quella chiesa a Gioia Vecchio
Dove andava ogni fedele
La fratellanza di S. Michele

Appena l’alba del cinque maggio
Eran pronti al santo viaggio
Tralasciavan ogni servizio
Qualcuno anche il vizio

Tutti al suono di campana
Si riunivano alla fontana
Poi con canti e con rosario
S’incamminavano al santuario

E per tre giornate intere
Inginocchiati alle preghiere
Ascoltavan con amore
La parola del Signore

E con tutte sofferenze
Discipline e penitenze
Confessione e Comunione
Per ottener da Dio perdono

Al ritorno in quelle sere
Era proprio un bel vedere
Con le sue candele accese
Illuminavano il paese

Ricordata dei trapazzi
Che si davan quei ragazzi
A tutta fuga in lontananza
Ad incontrar la fratellanza

Seguitavano il santuario
Per la strada del calvario
A fare una visita molto breve
Alla Madonna della neve

Poi con mente persuasa
Ognun riandava alla sua casa
Dov’eran i figli e le consorti
Ed ora sono tutti morti

A quel vico della scuola
Tutti morti alla tagliola
Fra migliaia di Gioiesi
Si salvò D. Carlo Alesi

Ma però si deve dire
Che fu quasi per morire
Di ferite eran parecchie
Alle gambe ed alle orecchie

Seguitando alle froscete
Come tutti ben sapete
Quella numerosa gente
Morta tutta interamente

Quanti buoni agricoltori
E dell’industria quei pastori
Artígian di tutte sorti
Calzolai barbieri e sarti

Quanti padri americani
Che degl’anní eran lontani
Non appena eran tornati
Con moglie e figli flagellati

Si salvò qualche canaglia
Chi consuma e chi travaglia
Il vecchio storto ed impotente
Poco vede e niente sente

A quel vico del calvario
Tutti in chiesa in quell’orario
Furono tutti in un secondo
Trapassati all’altro mondo

Chi salvò il Dio severo
Il macellaio forestiero
Il più reprobo del mondo
Protestante e vagabondo

Alla via della fontana
Fu il macello di carne umana
Tutti morti all’improvviso
Eccettuato Paradiso

Quante donne contadine
Lavoravan senza fine
Alla montagna ed in pianura
Morte sotto a quelle mura

Alla strada soprastante
Dove ognun si è fatto grande
Alle robe ed ai contanti
Furon eredi a tutti quanti

Con le accette e con picconi
Alle casse ed ai stiponi
Fù come un grido di Savoia
Quando cadde la nostra Gioia

Furon anche riavuti
Tutti e cinque i sordi muti
E l’acerbo melo amaro
Quella matta di Gennaro

In sostanza ed in conclusione
Fate bene l’osservazione
Fù salvato interamente
Il malvagio e il negligente

Protestanti e prepotenti
Ed ogni sorte di mal viventi
Ed i superstiti di morale
Perduta gente e capitale

Fù salvata a quel flagello
La famiglia di Gabriello
Al più sgarbo di montagna
Salvi i figli e la campagna

Dove sono quei fratelli
Tutti sotto a quei flagelli
Dove son le timorate
Fra le pietre ammassacrate

Dove sono quei Signori
Avvocati e Dottori
E signori e signorine
Tutti sotto alle rovine

Dove sono gli innocenti
Infantili e nascenti
Senza macchia e senza colpa
Frantumati ossa e polpa

Ho dovuto spiegar tutto
Per sfogarmi a questo lutto
E lasciar la storia dei flagelli
Ai nascenti confratelli

Metto termine miei cari
A questi lunghi pianti amari
E chi si offende alla presente
Si dichiara che è fallente

Conservate questa storia
Che sarà eterna memoria
E frattanto il mondo dura
Ci ricorda la sventura.

Di detta storia l’inventore è stato
Non sol terremotato anch’incendiato
La moglie e cinque figli e quanto aveva
Considerasse ognun come piangeva

La sua balzata fù a terzo piano
E pronto si trovò un paesano
E fù Filippo Incarnati il vicinato
Che lo salvò a non essere incendiato

Con mezza giacca lui fù restato
Che fù da certi travi contrastato
E senza scarpe e tutto scappellato
Piangeva come il primo disperato

Viveva in una buona condizione
Con la famiglia in gran consolazione
Si sprofondò il mondo in un istante
E lo ridusse ad una miseria grande

Aveva ogni sorte d’animali
Vaccine mule ed i grandi maiali
Si firma Aureli Angelo fu Biagio
Senza nessun sussidio e ne suffragio

Le sue domande fatte ad ogni parte
Respinte gli son state le sue carte
Ogni paese è stato sussidiato
Ed il Gioiese è stato abbandonato

Fu sussidiata qaulche vedovaccia
E certe concubin di mala faccia
L’agricoltor che regge tutto il Regno
Di un sussidio non è stato degno

L’Aureli è stato sempre agricoltore
E sempre ha lavorato a gran sudore
In mezzo alla miseria e la sventura
Lui deve seguitar l’agricoltura

Se ognuno avesse stato di coragio
Come l’Aureli Angelo fu Biagio
Da circa cento coppe e dissodate
Con le vaccine che ha r’acquistate

Per la cagion di terremoto e guerra
quasi tutta inculta questa terra
Perciò i prezzi sono esagerati
Per i terreni che stanno abbandonati

Coraggio lui vi dice miei Gioiesi
Che dalla terra vengono gli tornesi
L’Aureli ad ogni costo ve lo giura
Che la megl’arte è a far l’agricoltura

Ne chiede scusa a tutti miei Signori
Se numerosi sono i suoi errori
Si arrancia un pochettino non ce male
Ma lo studio suo non fu grammaticale

Conchiude il suo dir novellamente
Che troppo ci starebbe alla sua mente
Saluta tutti con la sua memoria
Distintamente chi legge la storia.

Breve viaggio a Gioia dei Marsi e dintorni