t1

Storia della Marsica

t2

STORIA DEL CARSEOLANO (l’incastellamento nel Carsolano)

 

Nei secoli X e XI il monastero sublacense possedeva quella parte della regione abruzzese, che oggi si dice Carseolano. Questo distretto, che la badia di Subiaco possedeva in parte, prende il nome dalla vecchia città romana di Carseoli o Carsioli e corrisponde parzialmente al territorio che essa amministrava. Quali fossero le dimensioni del Carseolano non è ben chiaro, possiamo però affermare che sono variate nel tempo tant’è vero che nel IV sec. d. C. la massa laninas (1) era una parte del medesimo, e lo stesso si può dire per Tufo e Luppa stando ad alcuni documenti dell’XI sec. (2). I paesi di Carsoli (con le sue frazioni Colli di Monte Bove, Villa Romana, Monte Sabinese, Tufo, Pietrasecca, Poggio Cinolfo), Oricola, Pereto, Rocca di Botte ed in ultimo aggiungerei Camerata Nuova (3) costituiscono il Carseolano; uno spazio senza dubbio più piccolo di quello originariamente controllato da Carseoli. Il cuore del distretto è la piana del Cavaliere: una conca incassata fra i Simbruini a E-SE, i monti Carseolani a N e la Sabina a O-NO. Un passaggio (4) a quota 600 m. nei pressi di Riofreddo la mette in comunicazione con la valle dell’Aniene mentre nei pressi di Carsoli riceve lo sbocco della valle del Turano. In questo articolo ci si interesserà specificatamente di essa e dei paesi che la circondano. Nel pleistocene ospitò un episodio lacustre che si esaurì verso la fine di questa era, sia per il colmamento operato dai prodotti dell’erosione dei rilievi circostanti, sia per la ripresa di movimenti tettonici, che ne favorirono lo svuotamento. La presenza dell’uomo preistorico è testimoniata da un’ascia in pietra verde (5) rinvenuta nei pressi di Riofreddo e da altri resti raccolti nelle vicinanze della omonima stazione ferroviaria. Ricognizioni effettuate dallo scrivente hanno permesso il rinvenimento in un anfratto (6) roccioso nel territorio di Pereto di terrecotte con decorazioni impresse risalenti a circa dieci secoli a. C. Ritrovamenti altrettanto interessanti ci sono stati a Camerata Nuova. Prima della conquista romana gli Equi erano i padroni della zona. Nel 302 a. C. (7) Roma vi fondò la colonia di Carseoli. Della fertilità (8) dei campi parlarono Columella e Plinio il Vecchio, dei fabri tignarii (falegnami) e dei dendrophori (boscaioli) testimoniano l’epigrafi (9). Le fonti sono avare di notizie per i primi secoli della nostra era; solo nel VI sec. Paolo Diacono c’informa che Carseoli (10) era tra le principali città della provincia Valeria. Probabilmente in questo periodo il Carseolano entrò a far parte del ducato di Spoleto. In questi luoghi la dominazione longobarda non costituì un momento di profonda rottura con il passato, tant’è vero che alcuni modelli insediativi di epoca romana resistettero fino a X e XI secolo. Le successive stringate notizie ce le danno un di-ploma (11) di Carlo il Grosso a Montecassino (anno 787) e uno di Ludovico II (12) (anno 873 circa) concesso al monastero di S. Michele Arcangelo di Barrea che possedeva […] sancti Angeli in Carseolis cum duabus cellis suis […]. Nel 981 la stessa proprietà era passata a Montecassino e nel 998 l’imperatore Ottone III la riconfermerà nuovamente ma, non s’accenna più alle due celle (13). La documentazione disponibile per il X sec., anche se scarsa e frammentaria, lascia intravedere lo svilupparsi di quei fenomeni che porteranno al concentramento dell’habitat o alla formazione dei castelli. Di grande interesse sono la donazione, della corte di proprietà pubblica, positam in gastaldatu turano que sala dicitur (14), fatta dai re Ugo e Lotario al monastero sublacense nel 941 e l’enfiteusi di alcune chiese, tra le quali […] sancti Silvestri in Pireto; sancti Salvatoris in Camerata […] (15); concessa dall’abate di cassinese Aligerno al conte dei Marsi Rainaldo circa l’anno 955. L’importanza della prima carta non risiede solo nel fatto che per la prima volta è citata la corte di Sala, il cui centro amministrativo era collocato nella vecchia Carseoli come si deduce da una pergamena del 997 (16), ma anche dalla presenza di un passo (17) che ci permette di lanciare uno sguardo all’indietro. Poche righe ci informano dell’opera di colonizzazione avviata, dai predecessori di Ugo e Lotario nella zona e della presenza nei medesimi luoghi di proprietà del monastero di S. Benedetto. A questo punto è spontaneo richiamare il lavoro fatto da G. Tabacco (18) circa il gualdus exercitalis di Pozzaglia a sud del lago Turano non lontano dalla zona considerata. Gli uomini di Massa Torana sono per l’autore l’espressione di una colonizzazione di tipo militare, che nella sua parte più antica può essere fatta risalire ai longobardi. Per il Carseolano le fonti indicano una colonizzazione in epoca carolingia, forse iniziata nei primi decenni del sec. IX (19), che sicuramente si sviluppò sulla terra fiscale. Circa gli insediamenti longobardi precedenti nulla si può dire stando alla documentazione esistente, ma si può ragionevolmente supporre una loro modesta presenza dovuta alla marginalità della zona nel contesto del Ducato spoletino. Quale estensione avesse la terra pubblica (20) è impossibile definirlo con esattezza; sicuramente tutti i rilievi, che circondano la piana del Cavaliere ed una parte di essa, quella pedemontana, erano dominio pubblico. La corte di Sala probabilmente non era costituita da una proprietà fondiaria compatta, ma verosimilmente da un insieme di casali affidati a coloni distribuiti su un’ampia superficie; frammentazione questa che è tipica del sistema curtense italiano. Alcuni autori (21) hanno evidenziato le difficoltà organizzative delle aziende agricole così strutturate nelle quali i dipendenti erano inevitabilmente lasciati a se stessi sicché tutto il sistema alla fine si scompose nei suoi elementi costitutivi. Le caratteristiche della proprietà dell’abbazia sublacense nel Carseolano si evidenziano nel privilegio di papa Gregorio V dell’anno 997; la vecchia Carseoli, detta nella pergamena Sala Civitas, era posseduta per intero, mentre il grosso dei possedimenti: ville, vigne, casali, fondi, ecc., era al di fuori della città in diversis vocabulis. Le proprietà esterne alla civitas in parte sono il frutto del dissolvimento della corte di Sala. La situazione patrimoniale sicuramente non era diversa per le due celle appartenenti al monastero di S. Michele Arcangelo di Barrea, concesse in seguito a Montecassino verso la fine del X secolo. Le chiese, di cui si parla nella seconda carta e che sono concesse in enfiteusi a Rainaldo, conte dei Marsi, da Montecassino, sono l’espressione di quella riconquista (22) agraria, che stando alla documentazione disponibile si può far risalire agli inizi del sec. IX, anche se verosimilmente si può supporre che tale movimento abbia avuto origine qualche tempo prima. San Silvestro in Pereto e San Salvatore in Camerata sono chiese (23) collocate ai margini della piana del Cavaliere nelle stesse aree, che costituivano la terra fiscale e che furono al centro della espansione agricola. Queste ecclesie, come si dicono nelle vecchie pergamene, collocate lungo i fronti dell’espansione agraria, costituiscono il punto di gravitazione di quei complessi costituiti dai fundi e dai casali, e sono l’espressione di un inquadramento religioso più aderente ai nuovi modelli insediativi. Negli anni di mezzo del X secolo, la scena carseolana è occupata per buona parte dalla badia sublacense, più marginalmente da Rainaldo, dalla proprietà pubblica e verosimilmente da uomini liberi, proprietari più o meno grandi di appezzamenti agricoli. I possedimenti di Farfa arrivano fino all’imbocco della valle del Turano e risalgono verso i territori oggi di VivaroRomano, Vallinfreda e Collalto Sabino. Sono al di fuori della scena. A questo punto è indispensabile soffermarsi un attimo sulla famiglia dei conti dei Marsi (24). Nel 926 i grandi d’Italia elessero re Ugo di Provenza. Con esso scesero nella penisola anche Attone e Berardo il Francesco, capostipiti dei conti dei Marsi, ai quali fu data l’omonima contea. Il primo amministrò la parte orientale, il secondo quella occidentale. Alla fine del X secolo i nipoti di Berardo il Francesco si divisero la proprietà e a Rainaldo (25) fu assegnata la Marsica propriamente detta. Comunque fin dal 972 ciascuno di essi cominciò ad esercitare il potere su un proprio territorio. Rapporti tra questa famiglia o, meglio dire, fra il conte Rainaldo (26) ed i monaci di Subiaco, sicuramente esistevano prima del 993, anno in cui il detto conte donò al monastero alcuni beni siti nel Carseolano (27), ma è solo in quest’occasione che le fonti ci informano del primo incontro. Sette anni dopo, a cavallo dei secoli X e XI, lo stesso conte donò (28) anche i castelli di Arsoli, Roviano e Anticoli che gli erano stati concessi qualche anno prima (996-999) dal papa Gregorio V (29). Da quanto detto, il conte Rainaldo inizia ad interessarsi del Carseolano a partire dalla metà del X secolo. Alla base della sua politica di espansione non v’è una potenza fondiaria di vecchia data ben consolidata nella zona considerata ma un collegamento di interessi politici con la potenza sublacense. Volontà d’espansione, che non si esprime solo con una comunione d’interessi politici ma anche con l’insediarsi su terre fiscali (30), con l’acquisizione di beni incastellati (Arsoli, Roviano ed Anticoli), di livelli di origine ecclesiastica (San Silvestro in Pereto e San Salvatore in Camerata) ed infine con il penetrare in zone strategicamente importanti come l’ingresso della valle del Turano. Nel corso del X secolo la supremazia del colosso sublacense si delinea gradualmente nel Carseolano; dopo la donazione della corte di Sala entra in possesso dei monaci anche Oricula (31), che risulta essere un fundus (anno 958); più interessante è il diploma di conferma dell’imperatore Ottone I dell’anno 967 (32), che annovera fra i beni della badia la corte di Sala, l’intero Carsoli (33) ed anche altri possessi. Un altro documento, il diploma di Benedetto VI del 973 (34), non riporta Carseoli e la corte di Sala, anzi, stando alla descrizione dei confini, sembrano escluse; Auricola è invece inclusa. Dal privilegio di papa Gregorio V (35) del 997 risulta che anche Pereto e la chiesa di San Pietro (ai piedi del detto paese), oltre che sala civitas qui vocatur Carsoli ed altri beni, fanno parte del Sublacense. Confrontando i diplomi degli anni 958, 967 e 997 risulta lampante l’espansione progressiva dei beni monastici (vedi la cartina a p. 5). Per una migliore comprensione degli eventi verificatisi nella seconda metà del sec. X nel Carseolano, è utile soffermarsi un attimo sulla politica della potenza sublacense. Le fortune del monastero di Subiaco inziarono con Alberico II (36) che volendo creare nell’alta valle dell’Aniene un punto di forza, tramite il quale controllare e organizzare il territorio intorno a Roma, inaugurò una politica, che nel giro di 80 anni arricchì il monastero di San Benedetto e lo portò al culmine della potenza. Dopo Alberico questa politica fu continuata da imperatori e papi, nonchè dalle famiglie dei Crescenzi e dei conti di Tuscolo. Tant’è vero che nel 941 il re Ugo, che s’accingeva a rientrare a Roma, donde era stato cacciato tempo prima da una rivolta, donò al monastero la corte di Sala, lasciando chiaramente intendere il potere del monastero sublacense (37).

Negli ultimi decenni dello stesso secolo l’attività del Sublacense fu favorita oltre che dall’appoggio dei papi anche dalla disgregazione dello Stato, che venendo a determinare una discontinuità nella egemonia territoriale, permise ai monaci di concorrere attivamente alla riorganizzazione degli spazi lasciati vuoti. Questa opera emerge chiaramente in un passo del privilegio di papa Gregorio V: sala civitas qui vocatur carsoli. cum ecclesiis. domibus infra se integro. La vecchia Carseoli riacquista dunque la dignità di una civitas vi sono case, chiese e ciò che rimane della vita pubblica della zona. Questo è dimostrato dai documenti riguardanti il Carseolano giunti fino a noi (38). Ma quando è avvenuto tutto ciò? Una risposta la si può lecitamente avanzare confrontando le donazioni fatte al Sublacense dal conte Rainaldo nel 993 e nel 1000. Nella prima si legge: actu in territorio de carsoli feliciter, nella seconda actum in carsoli […] feliciter; nel primo caso di deduce che non era disponibile un centro dove si potesse espletare un minimo d’attività pubblica, nel secondo questo luogo esiste. Viste le premesse, è probabile che il culmine dell’attività riorganizzativa nell’area carseolana si ha alla fine del sec. X ed in questa operazione sono evidenti gli interessi dell’aristocrazia ecclesiastica e laica impegnata nella costruzione delle basi del proprio potere locale. Nei primissimi anni del secolo successivo la potenza del monastero di Subiaco raggiunge l’apice e per contro su di essa si concentra l’ambizione di molti signori. L’accorta politica della famiglia dei conti dei Marsi (tramite Rainaldo) (39) permette, a partire dagli ultimi anni del sec. X, di raccogliere i primi frutti. Nell’anno 1000 il detto conte fa due donazioni, una al monastero sublacense (i castelli di Arsoli, Roviano ed Anticoli) e l’altra a Montecassino (40), cui conferma il monastero della chiesa di Santa Maria, successivamente detta in Cellis, dona alcune terre ed il castello di Sant’Angelo. La prima porta al reale trasferimento della proprietà (41), la seconda sembra di no, infatti in un diploma del 1038 (42) non risulta. Fu dunque una donazione de iure, non de facto. Il castello di Sant’Angelo (oggi in cima a Carsoli) è sicuramente il primo a nascere nell’area carseolana, dove la badia sublacense non ha punti di forza paragonabili, per cui si rompe l’equilibrio esistente fra l’abbazia e la famiglia signorile, che viene ripristinato (verosimilmente) con la cessione di castelli e terre alla badia. Alcuni autori sostengono che il conte Rainaldo sia morto fra il 1003 e il 1010, lasciando due eredi. Berardo e Oderisio (43). Il primo ebbe in eredità i beni che la famiglia possedeva nel carseolano; ma di esso è incerta la data della morte (44). I suoi figli: Berardo, Siginulfo, Rainaldo e Oderisio (45) vennero ben presto a divergenza. Dure furono le lotte tra Berardo e i fratelli, che al dire di Amato di Montecassino si ebbero a causa dell’ambizione del primo, che voleva tutto per se. Oderisio inserendosi nella politica dell’ultimo dei papi Tuscolani, Benedetto IX, riuscì a far nominare vescovo suo figlio Attone (46), presumibilmente negli ultimi anni del pontificato dello stesso papa. In seguito a questa nomina dalla diocesi dei Marsi si staccò il Carseolano, che venne ad acquisire dignità di diocesi, assegnata al figlio di Oderisio. La chiesa e il convento di Santa Maria in Cellis furono la residenza del novello vescovo; questo secondo la tradizione storica (47). In tale circostanza emerge prepotentemente l’importanza del castello di Sant’Angelo, alla cui ombra si pone la neonata diocesi carseolana. Nel concilio tenuto a Roma da papa Leone IX nel 1050, Attone fu presente. Sei anni dopo il papa Vittore II fece vescovo dei Marsi Pandolfo (48), figlio di Berardo, che sollecitò la riunificazione della diocesi marsicana. Lo stesso pontefice sostenne tale iniziativa e nell’anno 1057 Attone fu assegnato alla diocesi di Chieti. Valutando la situazione generale si comprendono meglio questi eventi locali. Benedetto IX, il quale pontificò dal 1033 al 1044, fu sicuramente il più limitato dei papi, che la famiglia dei conti di Tuscolo pose sul seggio pontificio agli inizi dell’XI secolo. Lo stesso, per sostenere la sua sgangherata strategia politica, cercò di avvalersi delle ambizioni di una aristocrazia locale vorace. In questo contesto di comuni interessi politici Oderisio coglie l’occasione per far nominare vescovo suo figlio Attone. Verosimilmente, la nascita della diocesi carseolana, non smuove la potenza del Sublacense in quanto l’abate (49) del momento, poco interessato alla compattezza dei beni del monastero, è probabilmente una pedina della famiglia dei conti di Tuscolo. Il successore, Umberto, anche se viene fatto abate da papa Leone IX pontefice riformatore, fu anch’esso coinvolto nei giochi di potere della vecchia aristocrazia. Questo emerge chiaramente quando appoggia l’antipapa Benedetto X (1058) (50) e fa lega con i signorotti dei dintorni. Verso la fine del suo governo avvenne l’elezione ad abate di Giovanni “de Azza” che s’impossessò di una parte dei beni del monastero. Nella confusione derivata da questo scisma ogni monaco, forte delle sue aderenze familiari, s’impadronì di quanto più poté dei beni del monastero e provvide a fortificarli (51). Vista la sorte toccata al vescovo Attone e la fine fatta dall’abate Umberto, ben comprendiamo come l’azione dei primi papi riformatori fosse ancora condizionata dalla vecchia aristocrazia. Ritornando ai conti dei Marsi, e specificatamente alle lotte di Berardo con suo fratello Oderisio, constatiamo l’entrata in scena dei Normanni a fianco di quest’ultimo. Fra il 1065 e 1066 si giunse allo scontro militare (52): Oderisio con i suoi alleati battono Berardo, che si rinchiude in Alba Fucens. Però, stando alla cronaca di Leone Ostiense, l’assedio non dette frutti; per di più indusse i Normanni ad uscire di scena. Lo studio della documentazione disponibile ci fa ragionevolmente supporre che alla fine la spuntò Berardo, che s’insediò nella Marsica propriamente detta, mentre nel Carseolano furono relegati gli altri fratelli che sicuramente avevano appoggiato Oderisio in una comune strategia. Rainaldo venne certamente a controllare (53) Pereto, Camerata e, col tempo, anche Oricola; Siginulfo Castel Sant’Angelo (54) (l’attuale Carsoli) e Oderisio sembra avesse (55) dei possessi all’imbocco della valle del Turano. Che i fratelli relegati nell’area in esame avessero svolto una politica comune è cosa quasi certa altrimenti non si spiegherebbe su quali poggiasse la diocesi carseolana visto che almeno Rainaldo aveva grossi interessi nella zona e un suo appoggio era indispensabile. È importante esaminare anche la situazione della badia Sublacense. Fra gli anni 1051 e 1067 il monastero fu retto dall’abate Umberto. Fu questo che verosimilmente concesse ad Oderisio e fratelli quello spazio di manovrare, di cui avevano bisogno nel Carseolano per portare avanti la loro strategia. Non si dimentichi che dall’apoggio dato all’antipapa Benedetto X emerge che l’abate (è un uomo compromesso con la vecchia aristocrazia signorile in lotta contro il papato riformatore, che invece ha nel vescovo dei Marsi, Pandolfo, un grande alleato (56). Nel 1060 (57) il papato riformatore ha ridotto a mal partito i vecchi lignaggi e, appoggiandosi a nuove famiglie emergenti, s’impegna a formare un ambito geografico (grosso modo l’attuale Lazio), su ci esercitare una sovranità reale. Una delle mete da raggiungere nella realizzazione del progetto è garantire un sistema difensivo adeguato alle frontiere. La frenetica attività di Giovanni V (abate sublacense che nel 1068 succedette a Umberto) nella riconquista dei beni perduti dal monastero è da interpretare in questa direzione. Nell’azione fu coinvolta anche la rocca di Camerata, che nei primi anni della sua elezione fu comprata dai figli di Oderisio per XXX libras (58). Il secolo si chiude con la donazione (1096) di Altegrima (59), vedova di Rainaldo – quello delle donazioni a Subiaco (1060) e a Farfa (1066) – fatta al monastero di Montecassino e consistente nei castelli di Pereto, Oricola, Camerata e Fossaceca, oltre il monastero di San Pietro in Pereto, quello di San Giovanni con il suo ospedale e San Giovanni di valle Calvula. Dal profilo tracciato per i secoli X e XI possono essere estratti quegli elementi utili alla comprensione degli eventi che portarono alla formazione dei castelli di Carsoli, di Pereto, Oricola, Camerata e della rocca di Rocca di Botte. Prima di addentrarci nell’argomento è necessario distinguere (60) tra i termini rocca e castellum, stando ai documenti. Per il primo citiamo il caso di Camerata (61). Le fonti ci indicano un luogo geografico detto camorata dove c’è un aggregato umano con vicino una rocca, vale a dire una struttura, che affianca l’insediamento. Il documento rivela che a camorata compete un territorio (indicato dallo stesso toponimo), che invece sembra non competere alla rocca. In pratica la presenza fisica della fortezza non è sufficiente ad indicare il luogo. Per il secondo si fa riferimento al castello di Sant’Angelo, donato a Montecassino. Le fonti parlano di un territorio (se ne descrivono i confini), che fa capo al detto castellum. Qui, esso, non significa rocca ma ha un senso più ampio, cioè di villaggio fortificato, a cui compete un territorio organizzato. Fortezza e villaggio sono un tutt’uno con lo spazio competente. Il nome del castello indica il tutto. (Per maggior chiarimento vedi nota 73). Nel 941 la badia di Subiaco entra ufficialmente nel Carseolano, ma verosimilmente questo ingresso si è verificato molto tempo prima, come ci suggerisce la presenza nell’area di Rocca di Botte(62) di uno dei dodici monasteri fondati da S. Benedetto. Pochi anni dopo, nel 955, entra in scena la famiglia dei conti dei Marsi, che s’inserisce nelle zone di Pereto e Camerata. L’egemonia dell’abbazia di Subiaco nel Carseolano poggia su una presenza nella zona che dura da decenni, fatta di contratti d’affitto ai coloni e di conseguenti clientele. La famiglia dei conti dei Marsi fa riferimento ad una convergenza di interessi politici con la potenza vicina e con le famiglie, che la controllano, nonché su una rilevante presenza nella terra fiscale (63) molto abbondante in zona.

Fin quando il monastero di Subiaco è coinvolto nei giochi dell’aristocrazia romana, i conti dei Marsi, infilandosi nelle pieghe di questa politica, riescono ad accaparrarsi i mezzi utili per la realizzazione dei loro progetti. Alla fine del X secolo la crisi dell’autorità regia determina in molti luoghi la scomparsa della presenza dello Stato. In questi contesti le aristocrazie laiche ed ecclesiastiche si lanciano nella realizzazione delle basi del loro potere territoriale e guidano il trasferimento del potere in senso lato dal “centro” alla periferia, in città e castelli. Nel Carseolano la badia di Subiaco concentra i suoi sforzi su Carseoli, che riacquista la dignità di centro urbano, in cui vanno a confluire diverse attività pubbliche. Con la ristrutturazione della civitas e con una presenza, che dura da decenni, la badia di Subiaco non ritiene indispensabile costruire castelli per materializzare il suo potere nel Carseolano. Anche Rainaldo approfitta del momento e concorda con Montecassino (64) l’incastellamento dell’attuale Carsoli. Con la donazione del 993 (65) al Sublacense, il conte si priva di una buona parte dei territori, che oggi fanno capo a Camerata Nuova. Stando ai documenti, è ragionevole supporre che le donazioni del 993 e quelle del 1000, riguardante i castelli di Arsoli, Roviano ed Anticoli, rappresentino il prezzo pagato dalla famiglia signorile alla potenza sublacense per il suo inserimento nell’area carseolana. Con il senno del poi l’operazione convenne a Rainaldo in quanto fornì alla famiglia un punto d’appoggio, che si rivelerà utile nei tempi successivi. La metà dell’XI sec. vede la lotta fra i figli del conte Berardo che vive uno dei suoi momenti salienti nella formazione della diocesi carseolana. Fallita l’operazione diocesi, lo scontro tra i fratelli passa dalla diplomazia alle armi. Avuta la peggio, Oderisio ed i fratelli che l’avevano aiutato, si ritrovano reclusi nell’angusta area carseolana ed è a questo punto che si creano le premesse per la formazione degli altri castelli (66). Alcuni documenti stilati nel corso del decennio 1060-1070 danno le seguenti informazioni: Pereto è in possesso di un territorio (non s’accenna ad alcuna fortificazione), Rainaldo abita nella vecchia Carseoli e dona al Sublacense S. Pietro e la rocca in Camerata. La residenza di quest’ultimo nella civitas lascia intuire i suoi buoni rapporti con la badia sublacense, visto che Carseoli era proprietà dell’abbazia; ma anche la sua presenza in Camerata e quella successiva in Oricola (67), zone notoriamente controllate dalla badia, lasciano supporre questi buoni rapporti (si ricordi che in quel tempo era abate Umberto). Interessantissimo è il documento riguardante Camerata (68), in esso leggiamo: […] ecclesia Sancti Petri (69) quae sita est in Camorata […] cum omnibus ad eam pertinentibus […] et ipsa rocca in capite de ipsa Camorata […]. Da qui si ricava che la Camorata era un aggregato (verosimilmente a maglie larghe) gravitante su S. Pietro; ma quel che è più interessante è la posizione della rocca che, stando alla descrizione topografica, doveva essere collocata nel sito di Camerata Vecchia (ora solo ruderi). Quello che c’è da sottolineare è che l’aggregato umano e la fortezza (70) sono due cose distinte e separate nello spazio. Questa ipotesi può essere trasferita a Rocca di Botte (71), dove, oltre la parte alta del paese, c’è una piccola rocca. La disposizione topografica dell’attuale aggregato urbano e della fortezza, con in mezzo un ampio spazio libero e scosceso, ci autorizza a tale trasferimento. Nel 1066 o 1067 (72) sappiamo che Pereto aveva un proprio territorio, ma il fatto che non si accenna alla rocca non deve costituire sorpresa, in quanto rocca e aggregato umano erano due entità distinte, come dice il caso di Camerata, per essere più corretti, il castellum non costituisce ancora la base della signoria in questa porzione del Carseolano, così come non rappresenta il quadro caratteristico della vita contadina. Sotto questo profilo può essere meglio capita la residenza di Rainaldo nella civitas e l’importanza di questa nella gestione del potere locale. In questo periodo i documenti non citano Oricola, ma considerando che essa è nella zona d’influenza di Rainaldo e che nei tempi successivi seguirà la sorte di Pereto e Camerata è probabile che anche qui si sia verificato quanto detto fino ad ora. Queste rocche (73) costituiranno successivamente il fulcro di quel processo di fortificazione, che andando a proteggere luoghi di crescente concentramento di beni determinerà l’incastellamento, ossia la fondazione del castellum, ovvero la fondazione dei paesi di Camerata Vecchia, Oricola e Pereto medievali. Per quanto detto suppongo che i castelli citati siano stati preceduti da una fase di arrocco in cui ogni villaggio era protetto da una rocca. Da intendersi – per chi n’è esperto – nel senso del gioco degli scacchi, quando la torre si affianca al re per difenderlo. Rocca di Botte, essendo in questo periodo proprietà della badia sublacense, non segue le trasformazioni subite dai luoghi controllati dalla aristocrazia laica; è rimane ferma a quella fase d’arrocco, di cui sopra. Da quanto detto emerge che i castelli, che cingono la piana del Cavaliere, sono nati e serviti per la costituzione ed il rafforzamento del locale potere signorile. Sono stati fondati in due periodi: alla fine del X sec. e nella seconda metà dell’XI. Il primo, quello di Carsoli, scaturito da motivazioni squisitamente politiche, si è inserito in un contesto territoriale già grossolanamente ripartito. Con la sua istituzione le suddivisioni territoriali esistenti sono state sostituite da un territorio facente capo al castello, o meglio dire da una pertinentia. Qui incastellamento e accentramento si verificarono probabilmente nello stesso tempo. Diversa è la situazione per i castelli del secondo periodo, che hanno trovato degli insediamenti già discretamente accentrati. In questi casi l’incastellamento ha rappresentato solo un cambio di modello insediativo. Il castellum si è collocato nelle vicinanze degli insediamenti esistenti e li ha assorbiti (74). Operazione questa riuscita per Pereto, Camerata e Oricola, ma non per Rocca di Botte. In questo luogo, verosimilmente, l’azione d’incastellamento vera e propria non c’è stata. L’incastellamento, a seconda del luogo e del tempo, s’è manifestato in modo diverso. Concentrando l’attenzione sulla questione fortificazione, la fondazione dei castelli del secondo periodo è caratterizzata dall’istituzione d’uno spazio recintato da mura (le cita esplicitamente Altegrima nella sua donazione), legato alle preesistenti rocche. Nel contesto di esso si è riunito l’elemento umano. I castello di Carsoli verosimilmente ha acquisito questo spazio chiuso in una fase successiva alla sua fondaizone (quando con il mutare delle esigenze politiche, l’evento nel sistema feudale oppure le lotte di potere fra Oderisio e Berardo si rendeva necessario un accentramento dell’habitat), probabilmente all’o-rigine vi era una sola torte senza recinto murario. Impressione, che si ricava anche dalla lettura dell’atto di donazione del conte Rainaldo a Montecassino nel Mille. Un’altra differenza tra il castello del primo periodo e quello del secondo sta nel fatto che nel primo incastellamento e accentramento umano sembrano coincidere, nel secondo tali eventi si sono verificati in epoche diverse. Se consideriamo come discriminante per i castelli della seconda metà del sec. XI la costruzione del recinto murario, ben si comprende la nostra precedente affermazione su Rocca di Botte, dove questo perimetro chiuso non è stato realizzato. incastellamento è un’espressione ricca di contenuti, ma in Rocca di Botte racchiude significati poveri e vaghi, che si materializzano con il sorgere di un’area difensiva. I recinti primordiali, su cui s’insiste, in alcuni casi si sono conservati e nei nostri giorni circondano quei rioni, che a Carsoli e Pereto, ad esempio, sono detti ‘Castello’. Si è detto che il castellum ha trovato nella seconda metà dell’XI secolo degli insediamenti (75) già sufficientemente accentrati e questo lo dicono chiaramente i documenti per Camerata e Pereto. Per gli altri luoghi lo si può ipotizzare. Il privilegio di Papa Gregorio V (997) dice che nel Carseolano vi erano villis, fundus et casalibus. Il fundus è un minuscolo aggregato che gravita su di un podere. Nel 958 si parla del fundus di Oricola, che nel 973 viene indicato al confine dei beni della badia sublacense. Casale è più vago; può indicare una casa isolata o un gruppo. Più specifico è il termine villa; esso indica sempre un insediamento almeno parzialmente accentrato (caso di Camerata). Inoltre nel 997 Pereto è un punto di confine. Con l’esame dei documenti ci convinciamo che Oricola e Pereto, per essere citati come capisaldi di confine, dovevano essere costituiti da un aggregato, che occupava un’estensione geografica abbastanza ristretta. Quanto detto depone per una concentrazione progressiva degli insediamenti; dal fundus alla villa, da questa al castellum. Un esempio di ville, che non sono mai state incastellate, è rappresentato da Villa Romana e Monte Sabinese (in passato Villa di Monte Sabinese), frazioni di Carsoli, formatesi nel tempo della riconquista agraria. Più interessante è il caso di Tufo, che è formato da tre agglomerati separati l’uno dall’altro: Tufo Alto, Tufo Basso e Villa. A quest’ultima, nata verosimilmente all’epoca del recupero degli spazi agricoli, si è giustapposto il villaggio di fondazione signorile (76), Tufo Alto, dando così vita a quel fenomeno molto frequente in Sabina, specialmente nel secolo XI, che è rappresentato dai cosiddetti villaggi doppi. Non solo, Tufo Basso è da considerare l’espressione d’un ulteriore fase dell’incastellamento, quella in cui si delinea un parziale abbandono della sede incastellata con ridistribuzione della popolazione sul territorio, che per la frazione di Carsoli s’è tradotta nella discesa in basso dell’aggregato umano, perciò in uno sdoppiamento del centro di sommità, che non è stato del tutto abbandonato. Di tale riarrangiamento ha giovato naturalmente anche Villa. I motivi degli sdoppiamenti è difficile individuarli; possono essere topografici, pedologici, microclimatici, tellurici ed altri ancora. Alcuni autori locali giustificano la nascita dei castelli del Carseolano, rifacendosi alle invasioni di Saraceni e Ungari nel periodo, che va dalla seconda metà del sec. IX alla prima metà del X. Invasioni di questi predoni nella zona esaminata sicuramente non ci sono mai state; tutt’al più può esserci stata qualche scorreria. Fenomeni questi molto marginali che non hanno influito nei comportamenti di fondo delle genti e, per di più, sono eventi molto lontani dalla data di nascita dei castelli.

Testi a Cura del Dott. Michele Sciò

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STORIA DEL CARSEOLANO ( l'incastellamento nel Carsolano )

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