Storia della Marsica

STORIA DEL CARSEOLANO (i caduti dell’area carsolana nella guerra d’Etiopia)

 

A distanza di 57 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, grazie anche alle parole di riconciliazione pronunciate dall’ex presidente della Camera Luciano Violante e dal Capo dello Stato Carlo Azelio Ciampi, il clima di forte divisione se non di odio che ha caratterizzato la vita politica italiana degli ultimi decenni si sta finalmente rasserenando ed è possibile anche affrontare argomenti sui quali più aspro è stato lo scontro non solo fra la popolazione ma anche fra gli storici, in gran parte fortemente politicizzati.

A tale logica non è sfuggita la conquista del nostro Impero, che come è noto, durò solo lo spazio di un lustro (19361941). Da un lato, infatti, la memorialistica dei reduci ha per lo più avvolto nella leggenda questa impresa che coinvolse tutti gli strati sociali e specie quelli più poveri della nostra Nazione, dall’altro gli storici di impianto marxista – in primis Angelo Del Boca – che hanno puntato il dito soprattutto sulle violenze perpetrate sia dalle forze terrestri: Esercito e dal numeroso contingente di appartenenti alla Milizia Volontaria della Sicurezza Nazionale (più noti come Camicie Nere) e dall’Aviazione. A quest’ultima è stato, soprattutto, rimproverato l’uso di gas asfissianti e tossici (iprite) e l’effettuazione di bombardamenti indiscriminati e con bombe incendiarie sulle foreste, sulle popolazioni inermi e sui villaggi etiopici per lo più costituiti da agglomerati di tukul, semplici architetture di terra con base cirolare e tetto di paglia.

Ai Legionari della M.V.S.N. sono stati, invece, ascritti massacri di civili e forme di pesante razzismo compiute soprattutto nei confronti dell’elemento femminile. La M.V.S.N. impegnò sul fronte etiopico ben 121.104 uomini e 3.751 ufficiali registrando 1.290 Caduti. L’eroismo dei suoi appartenenti fu gratificato con la concessione di 19 medaglie d’Oro, 231 medaglie d’Argento, 550 medaglie di Bronzo e 881 Croci di Guerra. Per completezza di documentazione ricordiamo come, accanto ai militari, operarono anche alcune Legioni di lavoratori impegnate nell’apertura di strade e nella realizzazione di opere pubbliche che garantirono il facile ed immediato rifornimento alle nostre prime linee (vedasi al riguardo V. TEODORANI, Milizia Volontaria armata di popolo (Rivista Romana, 6) Roma 1962, pp. 207 e 241).

Per un corretto esame di questa avventura africana di certo non anacronistica come hanno affermato, in assoluta mala fede tanti politici e studiosi – si pensi al riguardo al sanguinoso accanimento con il quale tutte le potenze europee hanno difeso le loro colonie (mi basta segnalare gli esempi costituiti dall’Algeria, dall’Angola, dall’ex Congo belga, dall’Indonesia, dal Kenya, dal Mozambico e dalla Rodesia) e, fatto che sfugge ai più, che ancora oggi esistono possedimenti coloniali – credo che, accanto alla analitica ricerca nei vari Archivi italiani, europei ed etiopici ed alla registrazione delle testimonianze degli ultimi protagonisti di quella epopea, sia opportuno ripartire dal rispetto della memoria dei nostri Caduti. Essi, con la caduta del Fascismo, sono stati troppo spesso dimenticati o, perfino, ignorati sia nei grandi abitati sia nelle piccole comunità (la vera e profonda Italia) – lo stesso, a mio pensiero, deve riguardare i tanti Caduti della guerra di Libia (19111912) – solo perché risposero al richiamo della Patria o del proprio Ideale politico in un arco di tempo, spesso a priori, condannato alla più feroce, partigiana ed ingiusta damnatio memoriae.

In combattimenti in terra etiope o in ospedali allestiti nelle prime due nostre colonie in Corno d’Africa: Eritrea e Somalia caddero 57 soldati nati nella provincia di L’Aquila rispettivamente nei comuni di Avezzano, Bisegna, Bugnara, Calascio, Campotosto, Cansano, Cappadocia, Carsoli, Castelvecchio Subequo, Civitella Roveto, Collepietro, Corfinio, Fagnano Alto, Fontecchio, Gioia dei Marsi, Introdacqua, L’Aquila, Luco dei Marsi, Magliano dei Marsi, Morino, Ofena, Pereto, Pescina, Pizzoli, Pratola Peligna, Rivisondoli, Roccacasale, San Demetrio dei Vestini, Santo Stefano di Sessanio, San Vincenzo Valle Roveto, Scontrone, Scurcola Marsicana, Sulmona, Tagliacozzo, Tornimparte, Villa Santa Lucia degli Abruzzi e Vittorito.

Alcuni di questi militari vennero insigniti di onorificenze: medaglia d’Oro (n. 1), medaglie d’Argento (n. 8), medaglie di Bronzo (n. 5) e Croci di Guerra (n. 4) a dimostrazione che la conquista della splendida terra etiopica non fu certo una passeggiata per le nostre schiere che, oltre allo storico valore delle forze del Negus Hailè Selassiè, di certo dovettero lottare con l’inclemenza del clima, le difficoltà del territorio e la presenza alla Corte imperiale di non pochi consiglieri militari britannici. Per quanto riguarda l’area abruzzese interessata dai contributi della nostra Rivista si verificarono i decessi di tre combattenti (Ugo Barone, Mario Jannola ed Annibale Rosa) nati, rispettivamente, a Carsoli, Pereto e Tagliacozzo, due dei quali furono decorati proprio in conseguenza di atti di eroismo compiuti in concomitanza degli ultimi istanti della loro vita. I dati qui di seguito presentati sono stati pubblicati nel volume Albo d’Oro dei Caduti per la fondazione dell’Impero MCMXXXVMCMXXXVI, edito a [Roma 1938] dall’Istituto Poligrafico dello Stato, pubblicazione che nella parte superiore del secondo foglio di rispetto prima del frontespizio così riporta: “Alle famiglie dei Caduti per la fondazione dell’Impero ricordo della Patria Fascista riconoscente”.

Barone Ugo di Angelo nacque a Carsoli nel 1909 e morì ad Adua in seguito ad una ferita da combattimento. Appartenente alla M.V.S.N. fu fregiato della medaglia di bronzo con la seguente motivazione: In posizione avanzata nell’infuriare del combattimento mentre riforniva di acqua i suoi compagni veniva ferito gravemente all’occhio destro. Rimaneva sul posto di combattimento per molte ore ed acconsentiva a farsi trasportare al posto di medicazione solo dopo molte insistenze. All’Ospedale durante l’operazione di estrazione della pallottola teneva stoico sostegno e pronunziava parole di esaltaz ione del soldato italiano. Mirabile esempio di alte virtù militari. Acab Saat 1 marzo MCMXXXVI XIV. Il Monte Acàb Saàt (alto m. 2250) si trova ad Ovest di Axum centro posto a non molta distanza dal confine con l’Eritrea, definito dagli Abissini la “madre delle città” e noto per essere stato la capitale del regno axumita e per le sue imponenti stele funerarie. Una di esse, al termine del conflitto italoabissino, fu, come è noto, trasportata a Roma dove, nonostante una precisa clausola del Trattato di Pace stipulato con il negus, ancora oggi si erge nei pressi della FAO. Per i più giovani ricordiamo che ad Adua, città del Tigrai occidentale, il 1/3/1896 il corpo di spedizione guidato da Oreste Baratieri subì una pesante e sanguinosa sconfitta dalle truppe dell’imperatore Menelik, le cui truppe ammontavano a circa 100.000 unità. I corpi di ben 4.889 italiani rimasero insepolti sul campo di battaglia diventando così pasto per ogni tipo di predatori; 1.900 nostri compatrioti, fatti prigionieri, vennero trasferiti a piedi con una marcia alquanto faticosa di quasi mille km. fino ad Addis Abeba. Per la loro liberazione lo Stato italiano dovette consegnare alla Corte etiopica dieci milioni di lire dell’epoca.

Il 56 ottobre 1935 i fanti della Divisione Gavinana riscattarono in parte questa dolorosa pagina della nostra storia più recente occupando la città, già sede della prima Missione Cattolica in Etiopia (1555).

Rosa Annibale fu Raffaele nacque a Tagliacozzo nel 1895 e morì il 31 marzo 1936 al Passo Mecan. Primo capitano degli Alpini fu insignito di medaglia d’argento con la seguente motivazione: Incaricato della difesa di importante caposaldo con azione di comando avveduta e con esempio trascinatore stroncava sin dall’inizio un violento attacco di rilevanti forze nemiche. Sprezzante del pericolo non esitava a portarsi in posizione battuta per richiedere l’intervento del fuoco di artiglieria. Al lancio del primo razzo una raffica di mitragliatrice troncava la sua valorosa esistenza Passo Mecan XXXI marzo MCMXXXVI XIV.

Il Passo Mecan controllava la camionale che, partendo da Massaua, scalo marittimo sul Mar Rosso e toccando Asmara e Dessiè – nelle cui vicinanze confluiva l’altro importante asse stradale originatosi da Assab (acquistata nel 1869 dal prof. Giuseppe Sapeto per la Società di Navigazione Rubattino e poi nel 1882 divenuto il primo possedimento italiano in Africa) – arrivava ad Addis Abeba. Nei pressi dei Passo si combattè la battaglia di Mài Cèu o del Lago Ascianghi svoltasi il 31 marzo 1936 e durante la quale si distinsero per valore non solo gli Alpini dei Battaglioni “Exilles” ed “Intra” ma, soprattutto, i soldati eritrei e folte schiere di armati della etnia degli Azebò Galla da poco passati, probabilmente in cambio di una consistente somma di denaro, dalla nostra parte. Le truppe etiopiche, alle quali si era aggiunta la ben armata e disciplinata Guardia imperiale, lasciarono sul campo circa 7.000 uomini; nelle nostre file morirono 12 ufficiali e 51 soldati mentre fra i contingenti eritrei si registrarono, ad evidente dimostrazione di quanto supra asserito, circa ottocento fra feriti e deceduti.

Infine il terzo Caduto, Iannola Mario fu Giovanni Stefano, nacque nel 1909 a Pereto ed appartenne alla M.V.S.N. Cadde l’11 marzo del 1936 nello Scirè. Lo Scirè è una subregione del Tigrai Orientale posta d Ovest di Axum; essa diede il nome alla battaglia combattuta dal 29 febbraio al 2 marzo del 1936, di certo uno degli scontri decisivi relativamente al fronte settentrionale del conflitto. In tale occasione furono da noi schierati ben 47.000 uomini, pari a due Corpi d’Armata, sotto il comando del generale Pietro Maravigna. Di contro le forze etiopiche ammontavano a 10.000 guerrieri tatticamente ben disposti dal ras Immirù che, pur perdendo nella battaglia circa 4.000 unità, seppe realizzare un’intelligente quanto silenziosa ritirata riuscendo, così, a sottrarsi al nostro completo accerchiamento. Da parte nostra lasciammo sul campo 63 ufficiali ed 894 soldati nazionali e 12 componenti dei battaglioni eritrei. Ras Immirù, come ben ricostruito da A. DEL BOCA, L’Africa nella coscienza degli Italiani (Storia e Società), RomaBari 1992, pp. [59]93, fu successivamente catturato dal colonnello Malta (16 dicembre 1936) e, quindi, consegnato al vicerè Rodolfo Graziani; a differenza di tanti altri capi etiopici non venne passato per le armi ma trasferito in Italia. Qui venne confinato fino al 1939 nell’isola di Ponza da dove fu trasferito a Lipari ed, infine, nel 1942 a Longobucco (Cosenza) centro posto sul massiccio della Sila a diretto controllo del torrente Trionto che sfocia nel mare Jonio dove rimase fino all’arrivo delle truppe d’occupazione alleate.

Testi di Eugenio Maria Beranger

avezzano t2

t4

STORIA DEL CARSEOLANO ( i caduti dell'area carsolana nella guerra d'Etiopia )
STORIA DEL CARSEOLANO ( i caduti dell'area carsolana nella guerra d'Etiopia )

avezzano t4

t5