Sequestro di 13 milioni di euro a Colella. In Cassazione vince la Procura



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Canistro. Ha vinto la procura. Dopo un anno di ricorsi e appelli, venerdì la Cassazione ha accolto il ricorso della procura della Repubblica di Avezzano a firma del pm Roberto Savelli contro il provvedimento di annullamento del sequestro di 13 milioni di euro all’imprenditore Camillo Colella.

Si risolve così una vicenda macchinosa dal punto di vista giuridico che presumibilmente ora si concluderà con un nuovo sequestro. E’ passato un anno da quella mattina di inizio novembre in cui la Marsica fu scossa dalla notizia dell’arresto del patron dell’acqua minerale.

Sequestro di 13 milioni di euro a Colella. In Cassazione vince la Procura
Il tenente colonnello Sergio Aloia

I finanzieri del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza, al comando del tenente colonnello Sergio Aloia, notificarono a Camillo Colella, l’imprenditore molisano amministratore unico della fabbrica di acqua minerale Santa Croce di Canistro, un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Avezzano, su richiesta della Procura. All’imprenditore furono sequestrati beni immobili e risorse finanziarie per circa 13 milioni di euro. Le indagini partirono da una verifica fiscale, eseguita dai finanzieri del capoluogo abruzzese nel 2011, nei confronti della società. Andarono avanti per mesi e alla fine furono scoperti rilevanti importi (circa 9 milioni di euro) sottratti al pagamento dell’imposta sul valore aggiunto e delle imposte sui redditi (Ires, Irap, ritenute alla fonte) relative agli anni a partire dal 2008 fino al 2013. Con riferimento a tali omissioni, Camillo Colella venne denunciato alla Procura di Avezzano per i reati tributari di cui agli articoli 10 bis, 10 ter e 10 quater del Decreto Legislativo 74/2000.

savelli
Il pm Roberto Savelli

Sulla scorta di ulteriori approfondimenti investigativi coordinati dal pm Roberto Savelli, le attività d’indagine vennero estese all’accertamento di tutte le posizioni debitorie della società nei confronti del Fisco, anche in considerazione di quanto accertato da pregresse attività ispettive svolte nei suoi confronti da parte della Direzione Regionale Abruzzo e della Direzione Provinciale dell’Aquila dell’Agenzia delle Entrate.

Un lavoro certosino quello del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza dell’Aquila congiuntamente al personale dell’Agenzia delle Entrate, che portò alla scoperta di ulteriore materia imponibile che faceva lievitare le imposte dovute ma non versate a circa 13 milioni di euro. Importo sottratto al versamento delle imposte attraverso insidiose e artificiose manovre di dissimulazione, intercettate e ricostruite dai finanzieri e dai funzionari dell’agenzia fiscale.

Secondo la Finanza e l’Agenzia delle Entrate, per evitare le procedure di riscossione coattiva promosse da Equitalia, Colella avrebbe effettuato finanziamenti infragruppo infruttiferi per importi considerevoli. Attraverso tali forme di finanziamento, la società veicolava le somme in altre imprese del gruppo senza pretenderne la restituzione (attraverso rinunce al credito), nell’intento di svuotare le casse della società abruzzese, vanificando le aspettative del Fisco. Operazioni di “svuotamento” che non fecero altro che influire sul grave stato di crisi dell’azienda di Canistro, che a sua volta è stata man mano “svuotata” di risorse e di personale.

Tutto il lavoro di Procura e Guardia di Finanza, venne vanificato dal mancato rispetto dei termini per l’invio degli atti al tribunale del Riesame, da parte del gip Maria Proia. Gli avvocati di Colella nel frattempo, infatti, avevano fatto appello al tribunale del Riesame a cui “le carte” arrivarono fuori i tempi stabiliti dalla legge. Con il ritardo si annullò non solo il sequestro ma anche l’arresto di Colella, che tornò subito in libertà.

Seguì anche un’udienza davanti alla Corte d’Appello dell’Aquila ma anche lì, sempre per un “cavillo giudiziario”, la Procura ebbe la peggio. Non è bastato nemmeno questo però a fermare la Procura di Avezzano.

Savelli ha fatto ricorso alla Cassazione e la Suprema Corte venerdì si è espressa accogliendo la richiesta.

A Colella andavano sequestrati 13 milioni di euro in quanto ha omesso il pagamento dei tributi e “svuotando” le casse dell’azienda abruzzese attraverso finanziamenti alle sue società.




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