“Santa Maria Maggiore a Roma”, è uscito il libro del marsicano Mario Cipollone



Si intitola “Santa Maria Maggiore a Roma” ed è un testo scritto dal marsicano Mario Cipollone, nato a Cese nel 1953, e illustrato da 85 foto di Michele Cipollone, sempre di Cese. Cipollone è già autore di due raccolte di poesia e di tre romanzi, “In un paese d’Abruzzo… i passi dei pastori morti“, “La Vigilia di Natale” e “Il Triangolo Scaleno“. Appassionato di Roma e di arte, nel settembre 2019, Mario Cipollone ha pubblicato “San Giovanni in Laterano tutta un’altra storia“. Il 21 marzo 2020 il libro è stato presentato da “Qui Comincia”, storica trasmissione di Rai Radio 3 e nell’ottobre dello stesso anno ha ottenuto il XIX Premio Letterario Nazionale Umberto Fraccacreta. Di seguito la presentazione di “Santa Maria Maggiore a Roma“, edito da MMC Edizioni Roma, a cura dello stesso autore.

Quale strano incantesimo assopisce la nostra sensibilità e ci fa vivere indifferenti, senza provare stupore e meraviglia, in mezzo a straordinarie testimonianze del passato? Non sarà, con l’abitudine, anche il modo come vengono raccontate? Con questo libro cerco di farlo in modo diverso a proposito della più grande e forse prima basilica romana dedicata a Maria. La prima eretta da un papa come capo della Chiesa, violando una prassi costituzionale consolidata che riservava le costruzioni sacre all’imperatore, oppure a un magistrato su mandato del Senato.

È un libro difficile da definire. Sicuramente non è una guida, o almeno la solita guida perché, più che descrivere, mira a interpretare la Basilica. E pretende di farlo non svolgendo l’intero tema, ma indagando e divagando su alcuni argomenti, personaggi e avvenimenti che la concernono. Spesso proponendo al lettore più domande che risposte, più problemi che soluzioni. Dalle storie che racconta e per come le racconta, mischiando fatti e miracoli, aneddoti e fantasie, sembrerebbe un romanzo, ma non lo è. O lo è solo a tratti. D’altra parte è troppo vasto l’argomento che affronta e troppe le lacune e le libertà che tuttavia l’autore si prende, perché possa essere definito un saggio. Anche se ne ha molte caratteristiche. Fra tutte quella di avanzare nuove interpretazioni o punti di vista, per quanto a volte basati più sul buon senso e sull’intuito che su riscontri. Circostanza che farà di sicuro storcere il naso a qualche accademico, giustamente devoto e ostaggio delle fonti.

Con più irruenza e cattiveria, e una tesi da sostenere, non sarebbe sbagliato considerarlo un pamphlet. E a tratti effettivamente lo sembra. Per qualche nota moralistica, per esempio. Per l’approccio laico e a volte irriverente.
Per il piacere di gettare ogni tanto qualche sassolino nello stagno. Oppure quando, attraverso una ricostruzione maliziosa dei fatti, cede alla tentazione di descrivere in poche righe personalità complesse, esasperandone spesso i difetti. Su tutti quello della vanità connaturata ad artisti e mecenati. Vanesi gli uni, doppiamente vanesi gli altri. Anche se arcipreti, cardinali e papi. Anche se animati da sincera fede e devozione. Perché spesso dobbiamo a uomini siffatti, capaci di conciliare pulsioni diverse e contrarie, opere così importanti.

Lo scritto è destinato a un pubblico colto, ma non specialistico e non necessariamente romano. Si rivolge a quanti si apprestano a visitare Santa Maria Maggiore perché credenti o amanti delle belle arti, ai turisti più esigenti e curiosi, agli appassionati di storia e di storia religiosa in particolare, agli studenti delle scuole superiori e, perché no, ai viaggiatori della vicina Stazione Termini con un’ora da impiegare. In generale a quanti vogliono comprendere le ragioni che hanno determinato la costruzione della Basilica e ne hanno ispirato la forma, le decorazioni e i cambiamenti nel corso dei secoli.

Il libro vorrebbe suscitare in coloro che vi passano spesso davanti senza entrarci, la curiosità di farlo. A chi l’ha visitata una volta, il desiderio di tornarci. A chi la frequenta abitualmente, la sorpresa di scoprirla un po’ diversa dal giorno prima. E questo in poche pagine e con un linguaggio che si sforza di restare comprensibile.
Per recuperare il significato di questo eccezionale scrigno d’arte, di devozione e memorie, per non darne scontata l’esistenza, per apprezzarne il fascino, fatto anche di incongruenze e contraddizioni, il libro prende per mano il lettore e gli propone un vertiginoso, ironico e a tratti divertente viaggio lungo mille e seicento anni, attraverso tappe significative e spettacolari. E così, inevitabilmente, finisce per raccontare per l’ennesima volta le traversie di Roma. Una città poliedrica e unica al mondo, capace di reinventarsi continuamente; ridotta, in certi frangenti, a poco di più di un villaggio e però mai dimentica del suo passato imperiale.



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