Sanità Abruzzo, dall’istituzione delle U.S.C.A. al business dei tamponi, fino alla dichiarazione di resa di Marsilio, racconto di una storia “difficile”



Avezzano – Qualche giorno fa, Il 27 ottobre, un’Ansa descriveva, non senza enfasi, il rilancio della medicina territoriale come elemento strategico per fronteggiare la pandemia. A tal proposito veniva citata la regione Abruzzo come esempio virtuoso, fra le prime ad aver istituito le USCA, ovvero le Unità Speciali di Continuità Assistenziale, un servizio domiciliare dedicato ai malati Covid lievi o asintomatici, per decongestionare le strutture sanitarie.

Le USCA sarebbero unità costituite da 4 medici per ogni 50 mila abitanti, con particolare attenzione alle aree interne, ciò vale a dire che per l’assistenza domiciliare sul territorio della Marsica, la Asl1 Abruzzo dovrebbe aver previsto, quasi 12 medici per una popolazione di circa 140.000 abitanti. Le parole pronunciate oggi da Marsilio, certificano invece il tracollo della sanità abruzzese, con buona pace delle USCA.

«I nostri ospedali hanno saturato la capacità di assorbimento dei malati. I posti nei reparti di malattie infettive sono finiti, dobbiamo prendere decisioni dolorose e sottrarre spazi di cura ad altre patologie per dedicarli a persone che, altrimenti, come già accade, rimangono sulle ambulanze.» Questa la dichiarazione di resa del Presidente della Regione Abruzzo.

La vicenda non sorprende affatto l’opinione pubblica. Da giorni ormai, arrivano telefonate in redazione che raccontano di indicazioni fuorvianti e confuse da parte della Asl. Molti cittadini riferiscono di avere l’impressione che si vada avanti in ordine sparso, a seconda di chi ti risponde al telefono. A ciò si aggiungono le difficoltà operative dei medici di base nel registrare i casi di positività sulla piattaforma.

Un utente di Capistrello per esempio, ci ha raccontato una delle tante storie di ordinaria follia di questa pandemia che ha messo a nudo l’inadeguatezza del sistema sanitario marsicano, vittima delle continue espoliazioni e dei tagli indiscriminati da parte della politica di ogni colore e latitudine.

La persona dice che dopo aver comunicato al proprio medico di base del contatto diretto avuto con un congiunto positivo, dopo una settimana, chiamava la Asl per sapere quando, qualcuno della famosa USCA, si sarebbe preso cura di loro. Non senza sorpresa però, scopriva che sulla piattaforma non c’era alcuna traccia del suo nome, in pratica non era stato ancora registrato.

Alle sue rimostranze il medico di base rispondeva che la piattaforma era “satura” ma forse avrà voluto dire che la piattaforma era lenta, si bloccava, e questo ci può stare, per via dei numerosi accessi di queste settimane. Tuttavia, venuti a capo del problema e effettuata la registrazione, il più sembrava fatto.

E invece no. La Asl, raggiunta dall’ennesima telefonata dell’assistito, comunicava che il computo dei giorni di quarantena sarebbe iniziato dalla data di registrazione. Al che, tuoni, fulmini e saette sono schizzati via lungo il cavo del telefono raggiungendo l’incauto operatore, che solo la distanza, ha protetto dal pericolo di un’aggressione fisica.

Solo dopo ulteriori telefonate chiarificatrici intercorse con i vari addetti che si alternavano alla cornetta, l’utente è stato rassicurato sulla certezza che il computo sarebbe iniziato dalla data di accertamento della positività del congiunto. Dell’USCA però, nessuno ha saputo più nulla, salvo una caritatevole telefonata, la prima dopo 8 giorni, che avvisava l’assistito (si fa per dire) che al dodicesimo giorno sarebbe stato possibile uscire senza nemmeno fare un tampone, bastava un certificato medico.

Un amletico dubbio a quel punto, ha assalito il povero cittadino, ormai in preda alla confusione. «Scusi ma se non faccio il tampone come faccio a sapere se sono negativo o asintomatico?»

«Non si preoccupi.» ha risposto il tizio della Asl «Se è asintomatico la sua carica virale è molto bassa.» decisamente troppo poco per fugare ogni dubbio. Non rimane che rivolgersi a un privato, in queste settimane ne sono spuntati tanti, come funghi dopo la pioggia. Gli affari sono affari.

Un po’ come quei tassisti delle grandi stazioni dei treni che ti invitano a salire sul loro taxi o come quei bengalesi che trovi agli angoli delle città con gli ombrelli già pronti quando piove. Insomma, stanno lì per te, ti vendono tamponi a buon prezzo. Ma quanti si chiedono se quei tamponi sono certificati? Quanti sono quelli che si chiedono se il risultato di quel tracciamento è attendibile?

«Chi ha bisogno di esibire la prova della propria negatività perché deve tornare a lavorare, non se lo chiede.» Ci racconta un commerciante che ha fretta di riaprire il negozio, ed è comprensibile, perché le sue priorità sono altre. Tutto questo però, è il risultato del fallimento di un’intera classe politica che ormai da tempo, ha abdicato al suo ruolo di guida.