Rottura con il partito

Nella primavera del 1929, riparato già da qualche mese prima in Francia e poi in Svizzera per sfuggire alla polizia fascista, Silone aveva chiesto e ottenuto di essere esonerato da ogni attività di partito per gravi motivi di salute (si era ammalato seriamente di tisi). Analoga richiesta fece l’anno dopo, quando Togliatti si recò a fargli visita per sollecitare il suo ritorno alla politica attiva. Passarono alcuni mesi e Togliatti tornò a incontrarlo, per chiedergli «una dichiarazione di condanna dei tre espulsi (Leonetti, Ravazzoli e Tresso) e di assoluta disciplina verso l’Internazionale»: Silone si rifiutò di firmare la dichiarazione, anche perché aveva mantenuto rapporti affettuosi con uno degli espulsi, esattamente Pietro Tresso; ma Togliatti credette di salvare almeno l’apparenza aggiungendo a macchina, al testo che egli stesso aveva preparato, il nome di Silone. La questione sembrava per il momento chiusa ed invece accaddero cose ancora più spiacevoli: furono diffuse alcune sue lettere a Tresso, mutilate in più parti, da cui si deduceva erroneamente una sua «appartenenza segreta alla organizzazione trotzkista». Responsabili dei falso erano alcuni amici di TresPartito, non approvando né la politica di Trotzky, né le nuove direttive imposte da Mosca.

A quel punto (si era giunti intanto all’estate del 1931), s’imponeva una chiarificazione definitiva: o dentro o fuori del partito. Per espresso incarico del Comintern, una delegazione presieduta da Ruggero Grieco e di cui
faceva parte anche Giuseppe Di Vittorio, lo sottopose ad un vero e proprio interrogatorio per fugare ogni dubbio circa il suo presunto «doppio gioco» pretendendo «una nuova, più dura e più impegnativa dichiarazione». Silone, che praticamente era già fuori del partito da due anni, sentì di non poter chiedere altri sacrifici alla propria coscienza: si rifiutò di dare spiegazioni, non sottoscrisse dichiarazioni di sorta. Fu la rottura: totale e definitiva. Ecco come ricordò più tardi quel triste momento: Avrei potuto difendermi. Avrei potuto provare la mia buonafede. Avrei potuto dimostrare la mia non appartenenza alla frazione trotzkista. Avrei potuto precisare che il mio disaccordo con le nuove direttive di Mosca era condiviso da quelli stessi che erano incaricati d’interrogarmi. Avrei potuto raccontare come si era svolta la scena della pretesa dichiarazione da me «rilasciata» a Togliatti. Avrei potuto persuaderli della mia assoluta indifferenza peri posti e le gerarchie. Avrei potuto; ma non volli. In un attimo ebbi la chiarissima percezione dell’inanità d’ogni furberia, tattica, attesa, compromesso.

Dopo un mese, dopo due anni, mi sarei trovato da capo. Era meglio finirla una volta per sempre. Non dovevo lasciarmi sfuggire quella nuova, provvidenziale occasione, quella «uscita di sicurezza». Non aveva più senso star lì a litigare. Era finito. Grazie a Dio. Fu come la liberazione da un incubo che l’opprimeva ormai da molto tempo. La crisi infatti, come si è visto anche da questa schematica ricostruzione degli avvenimenti, si trascinava dalla primavera del ’27 e se non aveva trovato subito il suo sbocco, non fu per astuzie meschine o per tornaconto personale, ma per una serie di ragioni soggettive e insieme oggettive, tra cui le principali erano queste: Io inorridivo alla sola idea di compiere un atto, forse necessario, forse inevitabile, che avrebbe costretto persone, alle quali volevo bene, a ingiuriarmi calunniarmi, attaccarmi; e me, a rispondere per le rime. Se fosse stato possibile sparire in silenzio. E c’era un motivo ancora più grave. Non è con facilità che negarlo.

Da più di due anni (dall’aprile del 1928) un mio fratello più giovane, l’ultimo che mi restava, era in carcere, in Italia, imputato di appartenenza al Partito comunista illegale. Al momento dell’arresto egli era stato cosi duramente torturato da riceverne permanenti e atroci lesioni intere; e dovette attendere fino al 1932, nel penitenziario di Procida, la morte che ponesse fine al suo martirio. A rendere più tragico e per lui vincolante il destino di Romolo, così si chiamava questo fratello, fu il fatto che, fino al momento dell’arresto, egli non era mai stato comunista e se dichiarò di esserlo di fronte al Tribunale Speciale (che lo condannò a dodici anni di reclusione), fu solo per onorare il nome di Ignazio Silone. Come trovare, dunque, la forza di abbandonare il partito, se appunto la sua presenza in esso era stata sufficiente a giustificare il «volontario sacrificio» del fratello? E’ da credere che il distacco fu, nonostante tutto, davvero doloroso. Giova, come sempre, riflettere sulle parole dettate dai suoi ricordi: La verità è questa: l’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove. Non ci si libera facilmente, l’ho già detto, da un’esperienza così intensa come quella dell’organizzazione comunista Di essa resta sempre qualche cosa che marca il carattere per il resto della vita. [ .. ]

Che mi rimane della lunga e triste avventura? Una segreta affezione per alcuni uomini che vi ho conosciuti, e il gusto di cenere di una gioventù sciupata La colpa iniziale fu certamente mia, nel pretendere dall’azione politica qualcosa che essa non può dare. Anche la rivolta per impulso di libertà può dunque essere una trappola, mai peggiore però della rassegnazione. Ogni volta che ripenso a queste disgrazie a mente serena sento risalire dal fondo dell’anima l’amarezza di un’infelicità a cui forse mi era impossibile sfuggire .

Uscito dal Partito con l’immancabile marchio della «espulsione» (anche se si trattava realmente di dimissioni volontarie), resa ufficiale, secondo una prassi divenuta consuetudine proprio in quegli anni, con un «documento ingiurioso e diffamatorio» in cui lo si definiva «un anormale politico, un caso clinico», Silone, per dirla con Dante, «fece parte per se stesso», evitando di lasciarsi irretire dalla «logica dell’opposizione a ogni costo», quella che «ha condotto molti ex comunisti assai lontano dalle posizioni di partenza, e taluni addirittura al fascismo».

Anziché rifugiarsi all’ombra dei numerosi gruppi di ex comunisti che rischiarono di tramutarsi in sette non meno fanatiche e oltranziste del comunismo ufficiale, Silone si diede a fare, nel chiuso della sua coscienza, una «spassionata critica dell’esperienza sofferta», per giungere «a un approfondimento dei motivi del distacco e alla constatazione ch’essi vanno assai al di là di quelli occasionali sui quali si produsse». Non fu facile, come ricordò più volte, nemmeno per lui scoprire le radici più profonde della crisi che lo travagliò per tanti anni, se è vero che vi si tormentò sopra per tutta la vita. Singolare, al riguardo, la seguente confessione: Io stesso me ne resi conto lentamente, a fatica, negli anni successivi. E non ho difficoltà ad ammettere che continuo ancora a rifletterci sopra, per capire meglio. Se ho scritto dei libri, l’ho già detto, è per cercare di capire e difar capire. Non sono affatto sicuro di essere arrivato alla fine delle mie riflessioni.

Una confessione, questa, di primaria importanza per intendere il difficile nesso dei rapporti, non solo tra la sfera politica e la sfera morale della coscienza di Ignazio Silone, ma anche tra la sua esperienza umana e la sua esperienza artistica, tra le strutture del pensiero e le illuminazioni della «poesia». Se si riesce a cogliere in tutta la sua urgenza interiore la fondamentale verità del momento in cui la vocazione dello scrittore s’innesta senza forzature nella drammatica esperienza dell’uomo, allora si finisce per comprendere la necessaria e quasi naturale complementarietà, per non dire inscindibilità, tra il primo e il secondo periodo dell’itinerario siloniano. Solo così si potranno evitare quegli errori madornali di valutazione in cui la critica italiana è caduta per tanti anni.

Testo tratto dal libro scritto dal Prof. Vittoriano Esposito, Vita e pensiero di Ignazio Silone “Adelmo Polla Editore”.