Romolo Liberale. Da” PAROLE ALL’UOMO “

Romolo Liberale. Da” PAROLE ALL’UOMO “

Ode ai 33 di Capistrello
I
Salivano sui monti conosciuti
come salgono i pensieri nel tempo
come salgono le parole dei poeti
e salgono le preghiere dei fedeli
e salgono i sentimenti dei puri.

Salivano sui monti conosciuti
come salgono le rondini nel cielo
come salgono le cime degli alberi
e salgono i canti nella notte
e salgono le pene dei poveri.

Salivano, salivano, salivano
come sale l’implorazione dei deboli
e sale il grido degli eroi
come sale l’affetto delle mamme
e sale la speranza degli umili.

Ogni giorno salivano,
salivano come il canto del gallo all’alba
come le note di un concerto
come l’amicizia degli uomini
che vanno incontro allo stesso destino.

Ogni giorno salivano, salivano,
salivano sui monti conosciuti.

II

Conoscevano ogni filo d’erba
ogni sasso e ogni sentiero.
Conoscevano il caldo dell’estate
e il vento che si alzava leggero
quando la notte calava sui monti
e si accendevano piccoli fuochi.

Conoscevano il nome d’ognuno
e il richiamo dei muli vaganti
e il tenero belato dell’agnello
e il trotto del cavallo sbrigliato
e il muggito delle docili mucche.

Il bianco del latte fresco
della lana e della notte di stelle,
della loro innocenza e dei primi biancospini
e il fruscio dei castagni
e l’ombra delle rocce pallide
erano il loro mondo chiuso
all’odio sofferto dal tempo.

Avevano nelle mani e nel volto
i segni del loro mondo nudo
e portavano nell’anima le speranze
nate dalla fatica e dal sudore
che si consumano serene
nelle ore lunghe del giorno
e nelle ore stanche del riposo.

III

Vennero i giorni della primavera.
Il Liri si copri d’allegria
cantņ ai colori delle pratelline
andņ a piangere sui seminati.
Nella valle fiorirono i ciliegi
e il grano si fece alto.

I campi non furono pił tristi
quando sopra vi sbocciarono gentili
i fiori portati dal maggio.
Nessuno parlņ di morte
tra le spine dei rossi lamponi.
Ma la morte era in ogni pietra
in ogni filo d’erba e in ogni foglia.
La morte vagava per le rive del fiume,
negli occhi delle bestie inquiete
ed era nel taglio affilato della scure.

La morte era nell’odio tra gli uomini
veniva dai motori del cielo
e dalle armi infuocate di Cassino.
Ed era nascosta nel cuore dell’uomo
che ha visto sangue senza piangere
che non ha pianto quando ha visto morire
che non ha chiesto la luce della luna
sul lamento soffocato degli insepolti.

La morte, la morte, la morte!
Era il tempo che finiva
rompendo la catena delle ore.

IV

Quando iniziarono a scavare la fossa
tacque il mormorio del ruscello.
Una nube sali nel cielo a nascondere col suo nero di lutto
la rosa calda del sole.

Anche la lucertola fuggi lontano
e la lepre spaventata
e l’odore dei bianchi sambuchi.
Solo la vipera alzņ la testa
immobile sulla terra calda.

Le mani strinsero le mani.
Le parole e il pianto
narrarono di sogni incompiuti
e degli occhi delle madri
e del bacio dei figli e delle spose.
E l’ultimo pensiero andņ lontano,
ai focolari spenti e alla terra arata,
alle spighe ancora verdi
e ai giorni del domani,
ai canti che si spegnevano in pieno giorno
e al volto degli amici,
a se stessi che salivano il Calvario
e a noi a noi che siamo rimasti
a cogliere i frutti della stagione
nata dal loro martirio.

V

Erano trentatré come gli anni di Cristo
che si consumano nelle ultime ore
dello spasimo, dell’agonia e della morte.
Non li chiamavano per nome
perché erano li senza colpa.
Un cenno, una spinta, un urlo
e la morte li coglieva alle spalle
unendo il gemito di chi andava
all’angoscia di chi attendeva.

La fossa si fece bara di morte
nel tiepido meriggio di giugno.
Noch ein! Noch ein! Noch ein! “
E un colpo dopo l’altro
rompeva il grido del sangue vivo
e il sangue si fondeva insieme
nella coppa umida della terra.

Quando il silenzio raccolse dai pendii
l’ultimo colpo e l’ultimo grido
lontano, oltre la malinconia dei roveti,
un requiem si scaldava al lume dei casolari
e gli uomini attendevano il mattino.

LA RANOCCHIARA

Ricordo solo che cantava
con una rosa rossa tra i capelli
e che la sua canzone,
rubata dal vento,
si perdeva tra i rami del pioppeto.

Ricordo il colore della sua pelle
macchiata dai succhi del trifoglio
quando veniva l’ora dell’amore
e la sua bocca inquieta
diventava fuoco.

Ma non ricordo il suo nome!
I giovani del villaggio
la chiamavano ranocchiara
quando scendeva nelle cinte del Fucino
e la sua gonnella scarlatta
si alzava leggera sull’acqua.

E quando l’ultimo caldo di settembre
ci portava sotto i pioppi giganti
nel suo corpo sentivo
l’odore del fiume
e quieto mi addormentavo sull’erba
accarezzando le sue perle vive
che accese nel suo petto
sfidavano la luce della luna piena.

romolo liberale