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Comune di Scurcola Marsicana

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Gli scurcolani residenti in paese sono circa duemila; erano il doppio alla fine del secolo scorso. La diminuzione è dovuta alla emigrazione in America ed a Roma ed alla denatalità. Una volta, anche a mio ricordo, frequenti erano le famiglie con cinque, dieci ed anche dodici figli: erano più braccia per la vanga, ma anche più bocche da sfamare. Quando nella chiesa suonava la campanella per annunziare la morte di un bambino – enorme era la mortalità infantile – la famiglia colpita non vestiva a lutto, ma si rassegnava e ringraziava il Signore « che aveva provveduto ».

Ma dei miei concittadini quelli che sopravvivevano a questa selezione naturale, anche se a stento cucivano il pranzo con la cena, anche se per il pane dipendevano da alcune famiglie benestanti (i Vetoli, i Tuzi Ottaviani, i Bontempi, i D’Amore), erano necessariamente più laboriosi, più seri, ma anche più spiritosi ed intelligenti degli attuali. Avevano nel bene e nel male una maggiore personalità, un maggiore attaccamento al natio loco, un orgoglio maggiore. Essi avevano, ad esempio, il diritto di pascolo sulle seconde erbe dei fondi della Cardosa e delle Selve (1.500 coppe) che Carlo D’Angiò aveva donati al suo Monastero di Santa Maria della Vittoria e che nel 1500 gli Orsini e i Colonna, cacciati i monaci, avevano confíscati a proprio favore quali duchi di Tagliacozzo e conti di Albe. (Alla cacciata dei monaci avevano, invero, partecipato per altri e più validi motivi anche gli scurcolani).

Io ricordo l’orgoglio dei poveri contadini di Scurcola quando, a riaffermazione dei loro diritti, menavano a pascolare in quelle terre le loro vacche ed i loro asini. Questi usi civici, goduti per quattro secoli, furono aboliti da Mussolini per la sua battaglia del grano. lo ricordo che un giorno d’estate Mussolini, passando per la via Valeria, vide nei presi del paese una trebbiatrice in azione (si sa che Mussolini era anche un trebbiatore): si fermò, si informò, si congratulò con i lavoratori e regalò 400 lire al proprietario trebbiatore, Bíagio Nuccitelli, che era invece uno dei più ricchi contadini del paese! Ora se io paragono gli scurcolani di una volta con quelli di oggi – « e di questi cotal son io medesimo » – preferisco i vecchi ai nuovi, perché questi non hanno la personalità di quelli; sono massa, non individui; non conoscono i sacrifici di quelli, sono in generale oziosi, « straccapiazza », maldicenti, ínvidiosi.

Vi sono naturalmente delle lodevoli eccezioni, perché taluni laboriosi e intelligenti hanno fatto meritatamente fortuna in paese e fuori; ma anche tra i fortunati la mia ammirazione e la mia preferenza vanno a quelli di una volta. Di questi ricordo due esempi:
1) Un parente di Vespasiano Barnaba era, al principio del secolo, un giovane di belle speranze, di buona istruzione, ma quasi povero.
Di lui si innamorò una vecchia zitella di ricca famiglia; fu convinto a sposarla; ne scialacquò la dote e la sposa fece appena in tempo a morire prima che la dote fosse del tutto sfumata. Rimasto vedovo, di nuovo povero, ma giovane ancora, chiese a mio padre, suo nipote, un prestito di 400 lire ed emigrò in Ameríca.
Dopo tre mesi rimandò la somma. Si era messo a lavorare, e da commesso di negozio divenne il più ricco commercíante di stoffe a Chicago e a New York. Viaggiava in aereo personale.
2) Ricordo un altro paesano, contadino, che da giovane era emigrato in Argentína e che al tempo delle sanzioni decretate contro l’Italia dalla Società delle Nazioni a Ginevra, venne a Roma ed offrì a Mussoliní (non so a quale prezzo) 400.000 quintali di grano. Mussolíni, per orgoglio o per politica, non accettò l’offerta.

Io non sono un « laudator temporis acti », ma dove si trovano oggi dei tipi di scurcolani come Peppe Barnaba, Capoccio, Minicuccitto, Fabiano Blasetti, Angeluccio Trombetta, Faustino Colucci, Scenza la Macellara, Mariuccía la Cogliara?lo non posso « ritrar di tutti appieno … ». Parlerò solo di qualcuno, e prima di tutti di Peppe Barnaba. Se Dante lo avesse conosciuto avrebbe esclamato: quando in paese un Peppe si ralligna? … Ma chi era Peppe Barnaba? Un pittore, uno scultore, un musicista, ma soprattutto uno spirito bizzarro. Di buona famiglia, nipote di don Lorenzo Barnaba, prete, che nel 1860-61 si schierò, quasi solo, fra i quaranta preti di Scurcola, dalla parte dei Piemontesi contro i Borboni.

Nominato commissario governativo, in regime di legge marziale, aveva diritto di vita e di morte nella repressione del brigantaggio. Nel gennaio del 1861, di notte, Scurcola fu occupata dai briganti, cioè dai soldati borbonici, sbandati dopo la battaglia del Volturno e rifugiatisi nella Marsica a seguito del generale De La Grange e del famigerato studente in legge Giacomo Giorgi di Tagliacozzo.

Nella notte seguente a quella ricordata furono catturati dai bersaglieri di Scurcola e da quelli accorsi da Magliano e da Avezzano, trecentosessantasei di tali sbandati, che il giorno dopo furono subito processati e condannati a morte da don Lorenzo, che presiedeva il tribunale di guerra: ottantanove sentenze erano già state eseguite, quando da Avezzano giunse l’ordine di sospendere le fucilazioni. Don Lorenzo chiedeva ad ogni prigioniero le generalità e subito segnava una croce accanto al nome. Fra i prigionieri c’era un giovane di Villa San Sebastiano che egli aveva tenuto a battesimo: « Chi sei? », gli chiese il prete; e il giovane: « Come? non mi riconosci? Sono Bonifazi ». « Eri Bonifazi! Ora sei Malefazi! ». E Don Lorenzo segnò anche per lui la fatale crocetta!

Animo più mite era il nipote don Peppe Barnaba. Non era prete, ma il “don” gli si dava per rispetto. Quando sul finire del secolo seppe che il Principe di Napoli sarebbe venuto ad assistere ai lavori di ricognizione della pianta della Basilica angioina di Santa Maria della Vittoria, si fece trovare nei pressi vestito da contadino, scarpe grosse e vanga in mano, a scavare. Il futuro Vittorio Emanuele III lo chiamò: « Buon uomo, cosa fate? ». « Altezza, scavo per trovare pietre scolpite ». « E che avete trovato finora? ». « Un puteale, una meraviglia! ». Il principe volle vedere e rimase ammirato. Ordinò che le pietre fossero tutte acquistate dal Soprintendente ai monumenti per 5.000 lire. Da Roma, diventato Re, spedì al Barnaba il diploma di cavaliere.

Ma il Soprintendente non si fidò. Le pietre erano state scolpite dal Barnaba stesso nel suo orto presso la scuola; e per dare ad esse una certa patina di antichità, finita la scuola, chiamava gli scolari a fare sulle pietre la pipì.
Il Soprintendente venne a Scurcola e chiese a don Ernesto Ansiní, arciprete della nuova chiesa di Santa Maria della Vittoria in capo al paese, dettagliate notizie sul Barnaba. Don Ernesto rispose, ambiguamente: « è un bravo artigiano, scolpisce sepolcri e restaura Cristi, come quello del pulpito della mia chiesa ». Il Soprintendente ascoltò, vide il Cristo e non fece acquistare il puteale! Don Peppe si vendicò di don Ernesto.

Nella loggia della sua casa a Scurcola dipinse una scena che noi scolari abbiamo più volte ammirata: una ammucchiata di preti e di monache in tutte le posizioni possibili. Alcuni anni prima, nel decennale del prosciugamento del Fucíno, il Principe Torlonía volle che si tenesse in Avezzano una mostra dei prodotti del Fucino, anche per controbattere le affermazioni dei Comuni di Scurcola, di Magliano e di Tagliacozzo, che avevano intentato causa contro di lui per il degradamento del clima dovuto al prosciugamento del lago.

Gli avezzanesí erano allora detti cococciari, perché grandi produttori di zucche; gli scurcolani, cipollari; i tagliacozzani, pignatari… Alla mostra don Peppe presentò un organo, le cui canne erano tutte zucche, lunghe, contorte, ma accordate alle note musicali. Grande successo presso il Principe, ma indignazione degli avezzanesí che si credettero beffati e distrussero l’organo. Don Peppe era spesso richiesto dai paesi vicini come accordatore e riparatore di organi. Ma per prima cosa egli richiedeva ai paesani una speciale colla di cento uova fresche, che solo lui sapeva preparare. C’era a Scurcola un convento di Cappuccini, su una vicina collina, presso l’antico cimitero. Gli scurcolani erano particolarmente attaccati e devoti alla cerimonia del Perdono di Assisi, il 2 agosto. Comitive si recavano al Convento, facevano le « passate », recitavano cioè il rosario girando attorno attorno alla croce del chiostro. Dopo la devozione, si spargevano nelle vigne e nei boschi vicini a fare baldoria, a merendare, a fare scorpacciate di fichi – ottimi – e di pere.

Tra Scurcola e i Cappuccini c’era la vigna di Peppe Barnaba con il relativo casale, sorto sulle rovine di una villa romana. Era la tappa d’obbligo, tanto attesa, per rendere omaggio a don Peppe, che « metteva mano » alla botte di malvasia ed ai suoi scherzi. Egli serviva il biondo nèttare in vasi di coccio, ma non della forma di boccali, bensì di altri vasi che il Parini avrebbe chiamato « le spregiate crete »… Alla esitazione degli ospiti, egli dava l’esempio tracannando avidamente la spumeggiante malvasia, lisciandosi soddisfatto la bianca barba e i folti baffoni. « Voi badate solo alla forma! », esclamava.
Altri scherzi faceva don Peppe. A Scurcola c’erano, e ci sono tuttora, scuole elementari ed asilo, tenute dalle Maestre Pie Fílippini. Quasi tutti gli scurcolani sono stati loro allievi.

Le maestre erano brave e talune belle o bellissime. Nelle vacanze venivano da Roma a villeggiare anche delle giovani converse. Partecipavano anche loro e volentieri alle « passate » ai Cappuccini. Da tempo nel paese si era diffusa la coltivazione del baco da seta e Barnaba aveva nella sua vigna dei bellissimi fílari di gelsi. Con l’aiuto di alcuni giovani egli intrecciò i rami frondosi di una fila di gelsi con quelli della fila opposta; ne fece una galleria aerea, lunga una quarantina di metri, con una scala all’inizio ed una alla fine. Guidata dalla Superiora, suor Checchina, bella e forte monaca, sogno di molti quarantenni, la schiera delle converse tornava dai Cappuccini ridendo e schiamazzando, come uno stormo di rondini. Don Peppe le invita cortesemente: accettano! Offre loro ciambelle e bottiglie di malvasia e le induce a fare le « passate » sulla galleria. Salgono baldanzose, guidate dalla Superiora. Fanno i primi passi, benissimo, ma a metà percorso si infilano con i piedi e le gambe nell’intreccio più rado dei rami, con risa e spavento. Accorrono i giovani e da sotto la galleria cercano di districarle, con le mani operose e molto curiose! Suor Checchina non fece mai più queste «passate ».

Una volta don Peppe Barnaba fu capo dei deputati per la festa della Madonna della Vittoria, l’ultima domenica di settembre. Il sarto del paese era Francesco Giusti, detto « il Sartore », altro tipo da ricordare. Pescatore famoso, dava sempre tutto il pescato agli amici per le grandi mangiate e bevute. Ai cafoni prendeva le misure del vestito ad occhio; squadrava severo il cliente: « Gírati! », gli diceva, ed era tutto. Ora il Sartore non gli aveva cucito in tempo il vestito per la festa e don Peppe si riprese la stoffa, se la avvolse attorno come una toga e si presentò alla messa. I paesani allibirono, ma don Peppe: « lo la stoffa ce l’ho, ma è il Sartore che ha perduto il filo! ». Allibirono di più dopo la messa, quando, in pieno giorno, fece sparare l’artificio, fece cioè accendere i fuochi e le girandole. A chi si meravigliava: « Io i… cacchi miei me li vedo di giorno! » rispondeva. Cognato di Peppe Barnaba era un altro personaggio singolare, Francesco Di Clemente, detto « Capoccio », nato nel 1821, morto nel settembre del 1920. Da giovane aveva studiato a Napoli – ginnasio e liceo – presso uno zio, Padre Giuseppe, guardiano di un Convento di Cappuccini.

Una volta gli sposi benestanti della Marsica facevano il viaggio di nozze a Napoli, la capitale del Regno, ma, appena arrivati, venivano immancabilmente derubati delle valige. Disperati, si rivolgevano a Padre Giuseppe che si informava del tempo e del luogo e la mattina dopo faceva loro ritrovare le valige in sacrestía. Padre Giuseppe sperava che il nipote diventasse anche lui Cappuccino, ma il giovane si guardava già attorno, e già in paese aveva una fidanzata segreta, Caterina, sorella di Peppe Bamaba. Padre Giuseppe diceva messa la mattina prestissimo ed il nipote doveva servirla: scocciatissimo, una volta tirò tanto forte la corda della campanella che annunziava l’inizio della messa, che la scardinò. La campana gli cadde sulla testa, si ruppe, ma la testa no: per questo fu chiamato Capoccio. Scappò, gettando la tonaca alle ortiche.

Lo zio lo fece inseguire dalle guardie per la via di Capua e di Sora, ma il fuggitivo prese la via delle montagne, impiegò quasi un mese per raggiungere Scurcola e… si sposò. Lo zio non gliela perdonò; lo fece chiamare al servizio militare. Venivano in quei tempi sorteggiati sei giovani a Scurcola per il servizio militare, che durava quattro o cinque anni. Il primo ad essere sorteggiato fu naturalmente lui, ma egli si comprò l’omo, pagò cioè un altro che facesse il militare in sua vece. Diseredato quasi dalla famiglia, Capoccio con il lavoro e l’intelligenza si fece una bella fortuna, divenne un proprietario terriero, ma rimase sempre uno spirito bizzarro.

Una volta andò con il compare Angelantonio Bontempi a comperare maiali grassi alla fiera di Santa Lucia a Magliano dei Marsi: tre ne comperò lui, due il compare, ma… se li giocarono a scopa nell’osteria e li perdettero. Aspettarono la sera e pentíti e preoccupati andarono al Convento di San Martino per… farsi frati. Il guardiano, che li conosceva, li convinse a tornare a casa. Faceva freddo e nevicava forte. Il ritorno era anche pericoloso perché si doveva attraversare il fiume che non aveva un ponte, ma solo dei grossi macigni. Passato il fiume, in mezzo alla strada l’uno gridava: « Mi voglio fare santo! ». « Pure io! » rispondeva l’altro; e a gara, per pentirsi dei peccati e per fare penitenza, si rotolavano nelle pozzanghere. I familiari li aspettavano, e li sentivano, dall’alto del paese, alla Portella, una delle porte di Scurcola. « Ecco che i porci ritornano », commentò un nipote, Faustino.

Capoccío era piuttosto borbonico che piemontese. Al Comune fece mettere un quadro di Vittorio Emanuele II, dietro al quale mise il ritratto del Re borbonico; a Sant’Antonio e al ponte del fiume sulla Via Valeria pose guardiani che segnalassero se arrivavano i piemontesi o i borbonici. Quando gli arrivati si recavano al Municipio trovavano sempre delle candele accese davanti al ritratto del proprio sovrano.

Aveva una causa a L’Aquila, per la revindica di un terreno lasciato ad una cappellania della città. Vi si recava spesso, portando capponi ed agnelli a casa del presidente del tribunale borbonico. (« Porta Fisci, pedibus pulsanda! ». Anche allora!). La domestica lo alleggeriva dei doni e lo introduceva dal presidente, che lo assicurava della bontà della causa. Una volta però, appena uscito, vide il suo avversario portare doni più sostanziosi dei suoi; aspettò che uscisse e tornò dal presidente che… gli manifestò qualche dubbio, qualche leggero dubbio, sulla buona riuscita della causa. Capoccio perdette la pazienza, afferrò il presidente per i piedi e lo gettò dalla finestra. Per sua fortuna questa era al pianterreno: altri guai ed altre fughe per Capoccio; ma presto arrivarono i piemontesi ed egli passò anche per un buon patriota.
Debbo ora chiedere scusa agli altri personaggi scurcolani se in questa occasione e per ragioni di spazio, ricordo di qualcuno di loro e solo brevemente, qualche episodio.

Fabiano Blasetti era un maestro elementare trasferitosi a Scurcola per il matrimonio con una scurcolana. Era un poeta, satirico! Di lui vanno ancora in giro poesie che coglievano ogni occasione, ogni episodio paesano, per prendere in giro gli zotici, gli ignoranti, i presuntuosi. Quando tornan tra noi gli scurcolani che sono in Roma miserí spazzini, lindi, agghindati, in aria di painí, sembrano tutti ímperator romani… Era questo il principio di un suo sonetto. Qui giova ricordare che il « cursus honorum » degli scurcolani emigrati a Roma è stato il seguente: scopini, tranvieri, tassinari, osti, poliziotti, commercíantí, funzionari, professionisti. Alla prima categoria, la sola ai suoi tempi, si riferisce il Blasetti. Egli era un liberale, tipo Felice Cavallotti, un patriota, e soprattutto un mangiapreti. Tuttavia pubblicò una bella Vita di San Cesidio.

lo l’ho avuto come maestro in seconda e terza elementare, al tempo della prima guerra mondiale. Portò un giorno la classe in cima al paese, dietro la Rocca. Ci disse che se venivano gli austriaci, ci dovevamo difendere a tutti i costi, anche a sassate. Si allontanò da noi una quarantina di metri. « Immaginate che io sia un austriaco e che voglia assalirvi. Come vi difendete voi? ». Un alunno, Antonio Orlandi, immediatamente raccolse un sasso, lo lanciò contro il maestro, lo colpì alla testa, lo fece sanguinare. Non fu punito, ma il maestro non portò più gli scolari alle esercitazioni guerresche.
Mínícuccitto (alias Domenico Tortora) era un mastro muratore, bravissimo. Usò a Scurcola per primo il cemento e ricostruì quasi tutto il paese dopo il terremoto del 1915.

Emígrò poi a Roma, dove con i figli costrui anche dei palazzi. Di lui si ricordano molti episodi, ma soprattutto uno scherzo feroce che fece al suo migliore amico, Antonio Damia, detto Cocceteglio. Questi faceva il trasportatore. Da giovane si innamorò di Mariuccia, la bella corcumellana. Contro la volontà dei suoi, Antonio andò d’inverno a sposarla a Corcumello, e la sera stessa, con la neve e la tormenta, se la portò a Scurcola in carrozza. A casa non c’era nessuno: accese un gran fuoco e si ricordò che non aveva «stramato” il cavallo! Disse alla sposa: « Aspettami un poco, torno subito! ». La stalla era fuori del paese: fioccava, non c’era anima viva in giro. Minicuccitto vide Antonio entrare nella stalla e salire sul pagliaio. Voleva aspettarlo per congratularsi con lui, … ma vide la chiave nella toppa e lo chiuse dentro!
La sposa l’attese piangendo tutta la notte. Non conosceva nessuno in paese. Solo al mattino si fece coraggio, si presentò ad una vicina e raccontò la sua sventura. Trovarono Antonio furibondo, disperato, senza più voce. Solo dopo qualche decennio Minicuccitto raccontò ad alcuni amici lo scherzo crudele, ma, per sua fortuna, Antonio era già morto!

Angeluccio Trombetta era uno spirito beffardo, ma un eccellente falegname. Lo chiamavano tutti a Scurcola, ma specialmente le donne che avevano il marito al fronte, durante la prima guerra mondiale. Io lo ricordo che girava il paese non con il fucile, ma con una sega a tracolla. Diceva che andava a riparare i tavoli zoppi. Troppi tavoli zoppicavano a Scurcola! Era il suo trucco: per ritornare dalla donna ospitale, egli tagliava sempre ai tavoli un piede più corto degli altri. Ricordo che un giorno, in piazza, un giovanotto lo aggredì e lo minacciò con male parole: « Che capisci tu di certe cose », gli rispose Trombetta, « tu non sai nemmeno se sei mio figlio! ». Il giovane ammutolì e se ne andò pensieroso. « Che colpa ce ne ho io », sogghignò Trombetta, « se le donne vogliono i figli belli e mi chiedono aiuto? ». Angeluccío era veramente un bell’uomo!

Ma il personaggio più completo, più caustico di Scurcola era Faustino Colucci, agrimensore! Tutti lo ricordiamo per il suo spirito acuto e beffardo che lasciava per così dire il segno dove colpiva. Sono tantissimi gli episodi che potrei raccontare di lui; mi limiterò per ora ad uno solo, ma « ab uno disce omnes! ».
Faustino, zio Faustino, abitava nella vecchia casa presso il campanile della chiesa della Trinità, in una via stretta e ripida. Convenivano da lui gli amici ed egli li riceveva volentieri per raccontare e sentire storie, per organizzare scherzi e tiri birboni. Una sera ne invitò una diecina, perché – annata eccezionale – aveva riempito una botte di malvasia. Sul più bello, mentre brindavano allegramente presso la botte e mangiavano bistecche di maiale, entrò inaspettato Carluccio Ansini, figlio di Maria Lavinia, emerito scocciatore, che era tornato dagli Stati Uniti. Era un patito di musica, ma aveva fatto anche un po’ di soldi ed aveva girato le due Americhe, l’Australia, l’India per accompagnare, egli diceva, il concittadino Vincenzo De Giorgio, pianista valoroso, nei suoi giri artistici. De Giorgio era stato allievo di Ferruccío Busoni, ed era diventato un maestro affermato. A Scurcola, da giovane, aveva incantato e rapito una gentildonna, Agnesina Bontempi, e con lei era emigrato in America.

Aveva dato concerti in ogni parte del mondo. Al nostro Carluccio era rimasta l’ammirazione per il maestro pianista e ne raccontava volentieri i successi ai paesani, come se fossero stati suoi. Conosceva l’intreccio di tutte le opere liriche, conosceva tutte le romanze famose e le ricantava ai poveri paesani. Alla vista dello scocciatore, si turbarono i bevitori. Faustino offrì anche a lui un bicchiere: « Bevi e taci; noi parliamo di suor Eulalia e tu non ci scocciare con la tua musica! ». « Bevo e parlo di musica, è la mia passione! ». « E la nostra è suor Eulalia! ». Altercarono non poco per la musica e per la suora; alla fine Faustino disse: « A mie spese, voglio liberare i paesani dal peggiore degli scocciatori. Questa botte è tua se io entro dieci giorni non ti porto a casa, in braccio, suor Eulalia! Ma tu dovrai lasciare il paese e scomparire per sempre, se no, guai a te! ». La scommessa fu accettata da Carluccio ed avallata dai presenti.

Che fece Faustino? Era d’inverno, le notti erano fredde e gelate, nevicava spesso; però tutti gli scurcolani andavano di mattino presto alla novena nella chiesa-madre della Trinità, compresa suor Eulalia e quattro o cinque giovani suore. Suor Eulalia era la più bella, la più nobile di tutte. Si diceva che si fosse fatta monaca per una delusione di amore. Aveva personale, portamento, occhi stupendi; turbava il sonno degli scurcolani maschi e femmine. Non camminava, come le altre mortali, ma incedeva, come una dea: « incessu patuit dea! ». E questo suo incedere dette l’ispirazione a Faustino! Le dee egli pensò – camminano, cioè incedono nei sentieri del cielo, non nelle strade di Scurcola! Una mattina particolarmente fredda, tre ore prima che cominciasse la novena, Faustino inondò con quattro barili di acqua la strada davanti alla sua porta, la strada già di per sé sdrucciolevole dove per recarsi alla novena doveva necessariamente passare suor Eulalia.

Si mise dietro la porta ed aspettò. Ecco il vociare delle giovani suore, che si cambiò in urla di terrore, perché tutte e cinque scivolarono malamente sul ghiaccio. Faustino esce, rimette in piedi le suore e solleva sulle braccia, come un fuscello, suor Eulalia, che si era fatta più male delle consorelle, e la porta per una quarantina di metri giù verso la chiesa. La casa di Carluccio era poco distante dalla sua: quattro calci alla porta, ed esce Carluccio irritato e insonnolito. « Apri gli occhi », gridò Faustino, « questa chi è? ». « P, suor Eulalia! », rispose l’altro allibito. L’episodio ebbe un seguito. Carluccio Ansini, preoccupato, si recò dopo qualche giorno dai suoi parenti a Bari, dove poi prese moglie e non tornò quasi mai più a Scurcola.

Un personaggio era anche Scenza la Macellara, la più bella donna della Marsica, che da giovane aveva fatto la modella ai pittori ed agli scultori di Antícoli Corrado, nel Palazzo dei Conti Vetoli. Era un angelo, bionda, formosa, eterea, e come angelo svolazzante è stata dipinta dal pittore Giustiniani di Roma nelle chiese scurcolane di Sant’Antonio e della Trinità. Non solo era bella, ma era anche generosa; come angelo, portava in paradiso paesani e forestieri, perché praticava la politica della porta aperta. Apriva a chi bussava, dava, generosamente dava, anche a chi non chiedeva! Altra donna, altro carattere era invece Mariuccia la Cogliara o la Cogliese (nativa di Colli di Monte Bove)!

Era la donna più forte di Scurcola, lavorava per quattro uomini, allevava una famiglia numerosa. Era richiesta dai paesani specialmente per « passare » il grano, per setacciare cioè il grano ad un grande setaccio, grande come la ruota di un carro, sospeso con corde a tre pali. Setacciava, e spesso cantava le canzoni che suo figlio Antonio componeva. Quando, al tempo della mietitura, portava con un grande canestro sulla testa il pranzo ai mietitori e questi le facevano l’incanata, le cantavano cioè stornelli piuttosto salaci, lei rispondeva a tono e li azzittava.

Era Antonio l’ultimo dei numerosi figli, ma era un infelice, un focomelico, seduto sempre su una sedíolína; autodidatta, leggeva sempre. lo ero allora uno dei rari studenti, anch’io autodidatta, di Scurcola. Passavo lunghe ore con Antonio, gli prestavo i libri: la Gerusalemme, l’Orlando Furioso, il Leopardi, i Promessi Sposi. Antonio li leggeva e li imparava quasi tutti a memoria, li discuteva con me. Aveva una sensibilità ed una memoria prodigiosa, e si rammaricava che non poteva ancora leggere Orazio e Virgilío nel testo originale. lo gli facevo anche qualche lezione di latino. Nelle sere d’estate, quando si scartocciava il granturco e le ragazze aspettavano di essere baciate da chi trovava la « marrocca » rossa, la pannocchia rossa, si cantavano le canzoni che Antonio aveva composte e che la madre Mariuccia per prima intonava. Povero Antonio! Morì giovanissimo, e a me, studente liceale, toccò l’onore di leggere il discorso funebre, che la povera mamma conservava e tante volte mi ripeteva, con le lacrime agli occhi.

Testo a cura dell’Avv. Ennio Colucci

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